Dodici. Confessioni e ritorni

L’esule malinconico desidera rinascere sempre, in ogni luogo. Ed ivi rinvenire le proprie radici smarrite.

Coloro che si affaccendano in mille occupazioni, smarritele, si ritrovano poi miseri e abbandonati, come tutti. Ma con lo svantaggio che più nulla potrà ormai impedirgli di riflettere su se stessi.

Il bambino è la forma più compiuta, più veridica di uomo. Le sue intemperanze sono il segno di una vita arbitrariamente scelta, nel segno della felicità.

La verità, è una mancanza di tatto. Si pecca di superbia se si pensa di potersene andare in giro a dire la verità. Solo un folle potrebbe perdonarti d’essere stato sincero con lui.

Non metterei la mia vita nelle mani di nessuno, meno che mai di un dio che non ha la creanza di mostrarsi al mio cospetto.

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8 pensieri su “Dodici. Confessioni e ritorni

  1. rieccoti Morgana cara…e su quel che dici del “bambino” non posso che essere d’accordo…diceva Carmelo caro Carmelo…”adulti almeno abdicate come spettatori”… e pensa al suo Pinocchio “addio mascherine” e l’avvento della “morte adulta” 🙂

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    1. Caro Franz, Tu mi “vedi” 🙂 Troppi cattivi maestri, troppe cattedre dalle quali si ammaestra e così poche voci coraggiose, avide di vita e capaci di inventare mondi possibili; laddove esistono, sovente restano nell’ombra, ché si guardano bene dall’arroganza di “insegnare” qualcosa a chicchessia: a loro, piace esistere.
      Ma io – diventata bambina tardi per rivendicare un tempo perduto – non faccio testo, sono troppo di parte. Per dirla con le parole di Anais Nin:
      “La gente che trovo irresistibile è quella in cui non è stato ucciso il bambino. Le qualità di apertura, fiducia, curiosità, tenerezza, impazienza, entusiasmo e altre indefinibili, vengono dal bambino che c’è in noi e sono fonte di fascino. La risata e il sorriso che non calcolano, la spontaneità che non è bloccata.
      Non riesco a ricordare un fascino “adulto” e non so nemmeno se esiste.” 🙂

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  2. Alessandro Gianesini

    Riflessioni intense e, immagino, dettate da emozioni che han messo radici divenendo sentimenti.
    Non posso negare di aver storto un po’ il naso ad alcuni tuoi pensieri, ma spero di averlo fatto con tatto e rispetto. 🙂

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    1. Mi sono spesso nutrita di pagine che mi hanno turbata o con le quali, addirittura, ero in totale disaccordo: ma questo dialogo con le Parole ha sempre reso la vita più densa, più innteressante.
      Mi hai fatto pensare, caro Alessandro, a quando lessi per la prima volta i diari di Drieu La Rochelle: uno scrittore dallo stile impagabile, almeno per me, ma i cui contenuti hanno spesso generato in me rabbia e amarezza; per seguitare la lettura ho dovuto scindere la figura dello “scrittore” dall’idea di “uomo” che dalle sue pagine intime promanava (ti basterà dare un’occhiata alla sua biografia per capire cosa intendo). E Tu, solo se ne hai voglia, puoi dirmi in quali riflessioni non ti ritrovi: accetterò un “no” come risposta, non sei obbligato a dirti 😉

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      1. Alessandro Gianesini

        Giusto scindere la figura dello scrittore da quella dell’uomo (o donna), anche se c’è sempre una parte di lui/lei dentro lo scrittore.

        Non mi sento in linea con le ultime due riflessioni:
        – Che possa mancare tatto nel dire la verità lo credo, ma che dirla lo presupponga, lasciando vivere nella falsità o menzogna, è un concetto che ritengo provvisorio e destinato a cadere. E più avanti cade, più fa male.
        – Non fidarsi di nessuno (che sia un dio, poco importa) è di un pessimismo assoluto che implica l’assenza di emozioni e la loro condivisione. Ben lungi dall’essere vita!

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      2. Riguardo alla verità, capisco cosa intendi, caro Alessandro. Per spiegarti il mio pensiero senza tediarti, e tediarmi – non c’è cosa peggiore che annoiarsi di se stessi!!! – rilancio con uno stimoli esterni: se ti capita, guarda il film “Il primo dei bugiardi”, spassoso e brillante: il momento in cui il protagonista (interpretato da un eccezionale Ricky Gervais, comico meraviglioso e dall’intelligenza sottile) parla alla madre morente ti svelerà cosa intendo con questa frase, in che senso la verità può essere una “indelicatezza”. Aggiungo solo che la prima parte della massima è davvero una sferzata, rapida e concisa, e così deve arrivare; ma è nelle due frasi che seguono che trovi la precisazione del mio pensiero: in generale, trattandosi di massime e aforismi, non vado troppo per il sottile e non argomento, non è quello il luogo; ma altrove (in scritti più lunghi, dove spesso argomento concetti che qui trovi solo in forma di “pugnalate”) lo faccio, ed anche qui nei commenti me lo concedo, giacché Tu me lo permetti: sono davvero persuasa che chi chiede la verità, specialmente si tratta di una verità scomoda o disagevole da sopportare, finge di accoglierla ma nell’animo e nelle viscere si sente ferito, anche se magari non lo ammetterà o razionalizzerà.

        Riguardo al fidarsi: non fraintendermi, nasco davvero come persona fiduciosa nell’essere umano, estremamente appassionata all’uomo e della sua umanità, anzi lo amo tanto da amare anche e soprattutto le sue imperfezioni; perciò, lo amo senza aspettarmi nulla in cambio, sempre consapevole che potrà deludermi. Sono persuasa che, in fin dei conti, non potrei chiedere a nessuno di mettere la mia vita davanti alla propria: ecco cosa intendo. Come sempre, negli aforismi la forma richiede che si estremizzi: ma resto persuasa che esista una solo persona alla quale davvero poter chiedere tutto, nelle cui mani mettere la tua vita: te stesso. Poi, figurati, lo dice una che non si affida a nessun dio ma crede fortemente alle convergenze, alle coincidenze e alle sincronie straordinarie che la vita ci offre (da buona inguaribile ottimista ma che non intende smarrire la lucidità) 😉

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      3. Alessandro Gianesini

        Sulla verità scomoda, è chiaro che nessuno la vuol sentire, ma vivere una vita fondata su una bella bugia, per poi scoprire (per ché prima o poi succede e salta fuori) accorgersi di aver buttato tutto per una cosa che non è, sempre meglio un colpo secco, così come quando fai la ceretta (io non ne so niente, eh, dico per sentito dire) un colpo secco, soffri un po’ e poi passa.

        Sulla fiducia e sulla consapevolezza della fallibilità dell’uomo, però, parli di cose complementari o, forse, in antitesi: sapere che qualcuno può deluderti, se ti porta a non fidarti, di nessuno, fa arretrare davanti alle scelte, magari quelle importanti. Non dico di essere sprovveduti, ma a volta fidarsi è necessario per gustare appieno la vita: doversi guardare sempre le spalle non è vita, è fuga dalla vita. Certo, estremizzo, ma per rendere più chiaro cosa intendo.

        Comunque è sempre bello discutere, perché in un modo o nell’altro arricchisce.

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