“Se sono fortunata il mondo va in frantumi o finisce sottosopra”

“Ok Morgana, facciamo un video su cos’è per te la scrittura.”

“Un sacco da boxe lo abbiamo?”

“Sì.”

“Ok, allora. Facciamolo.”

Booktrailer di “Frantumi”

Regia: Morgana Chittari – Simone Belvedere

Fotografia e video editing: Carmine Prestipino

Testi: Morgana Chittari / Adattamento Salvo Velardita

Attori: Morgana Chittari

Musiche originali: Carmine Prestipino Shattered Part 1 / 2

Per la location un ringraziamento speciale a Rugby I Briganti ASD Onlus – Librino

“Perché scrivere?

Per non pensare al dolore. O per pensarci tanto da dimenticarlo.

Si scrive per ingannare la morte. O per sedurla, che poi è lo stesso.

Ma per lo più si incassa e si va al tappeto.

Le stelle non cadono, gli esseri umani sì.

Chi scrive spesso lo fa nonostante la vita, nonostante tutto. Si fa beffe di tutto: della vita, della morte, di se stesso.

È un Icaro che si esalta perché crede di poter volare. E continua a crederci anche quando si schianta al suolo. Anche quando cade a pezzi.

È abbastanza per essere un Sisifo felice.”

Il booktrailer di “Frantumi” è disponibile sui canali della Lekton Edizioni

👉YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=5IbExWLcRP8

👉Facebook https://www.facebook.com/lektonedizioni/videos/573778230724095

Dal 23 settembre “Frantumi” è disponibile in libreria e ordinabile sul sito e sui canali social di Lekton Edizioni (spedizione gratuita)

👉https://www.lektonedizioni.it/…/rapsodie…/frantumi/Lekton Edizioni

La Ganga – L’Asceta

L’Asceta, come nella ganga lo conosciamo e veneriamo, è perfettissimo non perfettibile mix tra un gagliardo Padre Pio in jeans, converse e camicia bianca munito di aureo anello amuleto – quotidianamente abluito in acqua santissima – e un più terreno Giobbe Covatta versione cool da copertina di Playboy.

Dalle nostre parti vai dall’Asceta perché metta a posto le cose. Egli è essere copiosamente serio, organizzato e organizzante (non esiste, la parola, non si può dire: ma per lui abbiamo coniato innumerevoli neologismi).

Egli promette e poi mantiene. Prende tutto sul serio, ogni cosa fa sul serio. E’, essenzialmente, un tipo serio. Si incazza pure, sul serio. E si incazza quasi sempre quando decide lui. Cioè, appunto, quasi sempre.

Ma poi, d’un subito, ti volge quel suo sguardo pietoso, meditabondo si trastulla il corto pelo carezzandosi il lungo mento, trattiene ira funesta e guadagna grazia per spiegare a noialtri, esseri d’infima e sozza statura, cose che da sempre dovremmo capire e sapere, cose che da sempre sono così e così e cose cose che sempre cose lo saranno, nei secoli dei secoli, che appena si nasce le si sa, queste cose che, almeno per lui, sono sempre state chiare. Le chiama, indistintamente, cose. Quelle che lui sa e tu no.

Se hai capito, si incazza e te le spiega ancora perché tu capisca meglio.

L’Asceta pratica più sesso di tutti noi – tutti noi siamo sette, come i peccati – sommati insieme ed elevati al cubo quadrato. Lo pratica con chiunque, per diletto e vocazione, in ogni luogo e in ogni tempo nel largo spazio dei secoli dei secoli.

Amen. Naturalmente.

L’Asceta, noi lo chiamavamo così per coprirlo davanti a Bat Woman, tanto bella quanto gelosa. Facevamo per gioco ma siccome gli è cresciuta la barba, insieme alla voglia di scopare, alla fine gli è rimasto pure il nome.

In copertina: foto di Carmine Fotografie

Natale è tenere insieme i pezzi

È Natale. Provo a tenere insieme i pezzi di una famiglia che non esiste.

Mia sorella, pur di non vivere sotto lo stesso tetto con mia madre, dopo il liceo ha messo da parte l’idea di studiare e si è trovata un lavoro full time come cameriera. Full time, in gergo, da queste parti significa almeno dodici ore al giorno. È talmente brava e motivata che l’hanno assunta con regolare contratto. Al sud, cose da pazzi! Ora vive in centro città, paga l’affitto di una casa in cui torna solo per dormire e, siccome sono tempi duri, rinuncia al giorno di ferie. È felice, dice. Ed io le credo, nonostante veda il suo volto di diciannovenne consumarsi anzitempo dietro abili pennellate di rosso sulle labbra, capelli lisci come fili d’oro sempre freschi di piastra, il sorriso largo e gli occhi piccoli piccoli di pianto nascosto. È orgogliosa. Le credo perché, come me molti anni or sono, si è tolta quel peso: vivere sotto lo stesso tetto con mia madre. Quindici anni fa, pur di non vivere sotto lo stesso tetto con mia madre, volai a millequattrocento chilometri di distanza. Millequattrocento. Un pò plateale, lo ammetto. Ma solo le figlie di mia madre possono capire. E siamo solo in due. Gli altri, si limitano ad intuire.

Mia madre è sola. Non perchè qualcuno l’abbia lasciata sola, cosa che nei fatti è accaduta. Mia madre è invincibilmente e ineluttabilmente sola. Qualcosa le è rimasto impigliato nel cuore in un tempo del quale non ho contezza. Qualcosa del quale non riesce, non sa e non vuole liberarsi. Qualcosa, l’ha resa la donna arrabbiata e diffidente che ho imparato a conoscere. Qualcosa che, nonostante tutto, ho il terrore che alla lunga finisca per toccare anche me. Non è forse questa la paura più grande di certi figli? No, io non sarò mai come mia madre, non sarò mai come mio padre. Non commetterò gli stessi errori.

Mia madre si comporta come se tutto il mondo fosse orribile. Tutto. Si lamenta. Si lamenta sempre. Si lamenta di tutto. Anche questa pandemia per lei è un complotto del mondo nei suoi confronti. Eppure domani è Natale. E la famiglia che mia madre ha lottato per costruire con rudimenti d’amore parentale scarsissimi (i miei nonni erano genitori tutt’altro che innamorati, tutt’altro che genitori) e con ferri arrugginiti agguantati a caro prezzo dagli sconosciuti – questa famiglia, dico, la nostra famiglia – non esiste.

Tu sei sempre stata buona di carattere, tua sorella ha qualcosa che non va, ama ripetere mia madre, anche in presenza di mia sorella. Mia sorella non mi odia per questo, almeno spero, ma certo non dev’essere stato facile, mentre ero lontana, crescere con una madre che le ripeteva di non valere niente. Tranquilla, la rassicuro, lo diceva anche a me quando avevo la tua età. Abbi pazienza ancora una quindicina d’anni: non cambierà opinione ma si stancherà di dirlo. In realtà, mento: mia madre è un’instancabile insoddisfatta e non perde mai occasione di ricordarti che non sei o non fai abbastanza. Io non penso affatto che mia madre sia cattiva, ha solo sbagliato “mestiere”, se così si può dire. In un mondo ideale la smetteremo di pensare che “essere madre” è la “vocazione naturale” di ogni donna. Non qui, non ancora. Ci stiamo lavorando. Penso invece che mia madre fosse una bravissima ballerina: da bambina restavo sedotta guardandola esercitarsi in sala prove; quelli in cui danzava, stretta nel suo body colorato e nei pantacollant anni ottanta, erano i momenti in cui la vedevo sempre sinceramente felice. Penso che avrebbe dovuto continuare su quella strada e poi magari insegnare, aprirsi una scuola di danza tutta sua: mia madre ha anche la naturale vocazione ad essere “capo”, a organizzare le cose, a far quadrare i conti; in casa lo ha sempre fatto in maniera straordinaria. Penso che avrebbe dovuto credere di più in sé stessa e sono quasi certa che non abbia avuto accanto qualcuno che credesse abbastanza in lei, abbastanza da ripeterglielo e persuaderla. Nella vita si salvano solo coloro che hanno la fortuna di trovare uno o più “aiutanti”. Non dico tanto per dire, l’ho imparato di recente. Soli, non siamo niente. Soli, non possiamo farcela.

Il punto è che domani è Natale e io sono quella buona. Se la morte non santifica nessuno, il Natale forse sì, mi dico. Quando mia madre morirà non smetterò di pensare a tutto il bene e a tutto il “male” che ci ha fatto. Con quel carico di rancore verso non so chi e non so cosa rigettato su di noi, con i suoi che schifo, vergognati, non stai bene, sei orribile, sei cattiva. Ma oggi, pensare a mia madre sola in una casa gelida (lo è davvero, gelida) il giorno di Natale mi spezza: non so se sia vera bontà o solo egoismo, prova certa della mia difficoltà di ignorare il lamento di chi mi rinfaccia di essere la causa del suo dolore.

Mi avete lasciato sola. Sono vostra madre e mi avete lasciato sola.

No, vorrei dirle, Tu ti sei lasciata sola.

Ogni tanto mi chiedo come sarà da vecchia. Penso che avrà ancora forza da vendere per sfiancarci. Penso che potrebbe persino sopravvivermi. Sì, è talmente agguerrita che potrebbe sopravvivermi. Ogni tanto mi chiedo come io sarò da vecchia. Se mai ci arriverò, ad essere vecchia. Qualche traguardo l’ho raggiunto eppure di fronte a lei mi sento ancora una nullità. Domani mi sentirò una nullità ma tutto questo, almeno per domani, non conta. Domani è Natale.

Provo a tenere insieme i pezzi di una famiglia che non esiste. Ma forse, da inguaribile romantica, il cuore combatte con la ragione e dice che c’è ancora speranza. Ho visto mia madre sorridere felice e soddisfatta, tanto tempo fa, in quella sala prove. Forse può succedere ancora. Forse c’è ancora tempo per rimettere insieme i pezzi.

Un giorno queste tre donne – una madre e due figlie, tutto ciò che resta di una famiglia mai esistita – si ritroveranno insieme e questa famiglia esisterà. Se tutto va bene, sarò ancora qui per vederla.

A Trovatura

Per chi, instancabilmente, cerca. Per chi crede ai fantasmi, alle vocazioni. E per chi, semplicemente, si lascia travolgere dal suono e danza su quel confine. Ancora e sempre, in disequilibrio.

Così si favella

Quel mattino, entrai nel bosco. Se tornai, non so dirlo. Ma ecco quel che vi trovai.

Un giorno, questa Terra sarà libera.

In un tempo perduto al fondo del ricordo, per proteggerli dalle razzie dei conquistatori, gli abitanti dell’Isola misero in salvo i suoi immensi tesori, celandoli in antri solitari e luoghi segreti.

Solo ai prescelti è rivelato in sogno dagli spiriti dei defunti e dalle fate come liberare i cumuli d’oro e preziosi protetti dai pircanti.

Che fine hanno fatto coloro che sono chiamati a grandi imprese?

Chi crede più alle nostre voci? Chi verrà a liberarla, questa Terra? Si domandano spiriti e folletti.

C’è ancora qualcuno disposto ad avventurarsi e rischiare per spignari u ‘ncatesimu e liberare le trovature?

***

…due strade divergevano in un bosco, e io – io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza

(Robert Frost)

***

A Trovatura – La Lupa Original Soundtrack

Voce e Movimento: Morgana Chittari

Fotografia, Musica, Montaggio video: Carmine Fotografie

La Lupa – Il podcast

America è cca! Episodio del podcast in cui si parla della legenda delle “Trovature”

La Lupa – Il sito

Cinquecento. Premio Etnabook 2020

Questo racconto ha vinto il primo premio Etnabook 2020 Sezione C – “Un libro in una pagina”.

In Una cosa semplice sulla Scrittura, facendo il giro largo faccio una riflessione sul perché il mestiere di scrivere implica, oltre al fatto di creare mondi di sogno nelle proprie solitudini, il compito di imparare a dialogare con la realtà se si desidera che le proprie parole non restino esplosione egoistica di sè ma giungano al cuore delle altre persone. E del perché questo di passare dalla Pagina alla Vita sia in effetti un altro mestiere che ogni scrittore che voglia toccare l’Altro deve imparare.

Il testo che riporto nasce come un racconto breve di cinque pagine, circa 7000 caratteri: la sfida più grande è stata ridurre e rielaborare il testo in meno di 2000 caratteri per adattarlo alle richieste del concorso provando a non smarrirne l’essenza.

Motivazione della Giuria: “Per aver saputo trasmettere il senso e la gioia della vita anche nelle piccole cose quotidiane. Una lettura scorrevole e intensa al tempo stesso”.

Qui il racconto nella sua versione originale e integrale: Cinquecento

Cinquecento – Premio Etnabook 2020

Perché la lascio vincere? Perché la amo.

Perché la vita l’ha delusa, io non voglio farlo.

– Briscola a mazze – esclama, trionfante.

Sfilo una carta dal mazzo, lei trattiene il respiro come se da quella mano dipendesse il suo destino. A carte, si vince o si perde: non ci sono mezze misure.

A me, delle carte, piacciono i colori, e sentirle consunte tra le dite, sentire che hanno una storia, la nostra. Nella vita, Miriam ha perso molto: bambina, ha perso la casa; ragazza, ha perso i genitori; donna, ha perso un figlio. Non posso restituirle ciò che ha perso, ma posso farla sorridere. Col tempo, le carte si sono ispessite, indurite, come noi: la nostra pelle è secca, ruvida, scabrosa. Ma il nostro cuore è rimasto dolce, nonostante le ferite. Anche il dolore tiene insieme un amore.

A lei, del gioco, piace la sfida: e vincere. Eccola che scarta un due di spade; prendo io con l’asso di mazzo e levo di torno così la briscolona, simulando rammarico. Per lei, mi son fatto pure attore. Appena il traguardo s’approssima, vinco un paio di partite: devo pur piazzare qualche ostacolo sul percorso, per non insospettirla. Ma a Cinquecento arriva sempre lei.

Ultima mano: con il due di mazze prende il mio asso di coppe: undici punti secchi. Di solito glielo lascio apposta per ultimo, un carico. Le cose migliori alla fine.

– Cinquecento! Ho vinto! – dichiara, trionfante, e corre a segnare i punti sulla lavagna in cucina.

Un mese fa ha sconfitto un tumore: sono andato alla lavagna e le ho aggiunto cento punti. Quando mi ha chiesto – Come ho fatto? – le ho risposto che forse aveva dimenticato di aver vinto una partita. Mi ha guardato dubbiosa ma non ha protestato:

– ahi, perdo colpi con la memoria! Meno male che a carte me la cavo ancora bene!

Io contro il destino non posso nulla però mi assicuro sempre che sulla lavagna abbia qualche punto di vantaggio: non si sa mai, per sicurezza.

Si sa che, qualche volta, alla vita piace barare.

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Un Grazie speciale, per ricordare che dietro a grandi progetti ci sono sempre Esseri Umani, va a Cirino Cristaldi che ha il talento di creare e sostenere una rete umana e virtuale straordinaria: con rara sensibilità e umanità fa funzionare gli ingranaggi di una macchina complessa qual è l’organizzazione di un festival culturale che chiama a raccolta persone da ogni parte d’Italia, e non solo, e le porta in terra di sud, dove chi si occupa di cultura sa quanto sia difficile resistere.

Etnabook, sito ufficiale

Lo staff di Etnabook

Organizzazione e Partner di Etnabook 2020

Mai più

“Io credo nel mio solo dio, Parola.

Sanguinante. Terrena. Umana, troppo umana.

Ci sono molti modi di vivere.

Io scelgo di non morire mai, eternarmi nell’istante che si frantuma appena si genera.

Se ho paura? Certo che ne ho.

Ho una paura fottuta di morire, più di quelli che lo gridano in continuazione mentre io dissimulo, per sopravvivergli.

Se ho paura? Certo che ne ho.

Rido.

E vivo ogni attimo come fosse l’ultimo, perché non esiste che questo, non ho che questo.

Io non sono di qui, non sono di nessun posto, e me ne andrò prima di sentire il peso dell’abbandono.

Lascia le cose prima che loro lascino te, ho letto da qualche parte.

Io non lascio niente: io nego e rifiuto ciò cui smetto di appartenere.

Se sono tornato è per non lasciare niente in sospeso.

Per dirlo, quello che ho da dire.

Per una volta, voglio concedermi il lusso di concludere.

Madre, perdona te stessa.

Padre, prenditi il tuo tempo.

Amici cari, prendete una macchia del mio inchiostro, prendetela e appendetela sul vostro cuore: una mia parola per ciascuno di voi, è già abbastanza…”

Quel giorno, A. uscì di casa per non rientrare più.

Mai più. Partì senza meta, lasciando dietro di sè

solo parole.

Nessuna azione conclusa, nessuna grande impresa, nessun gesto rivoluzionario per mutare le sorti del genere umano. Aveva riempito fogli bianchi di grandi promesse disattese.

In fondo, non gli era mai importato davvero di portare a termine qualcosa: aveva l’ansia di iniziare, era sedotto dalla fascinazione dei primi bagliori di ogni cosa. Ogni cosa voleva vederla, sentirla, assaggiarla, toccarla.

Una suggestione appena, senza mai goderne fino a saziarsi.

Chiuse la porta alle sue spalle e andò dove non era stato mai. Aveva consumato tutto l’inchiostro delle sue vene.

Quelle che leggete qui sono le sue ultime parole.

Non scrisse mai più, dopo aver lasciato la sua terra.

Nessuno seppe più nulla di lui.

Non scrisse mai più.

Forse era morto.

O forse, disse qualcuno, aveva cominciato a vivere.

Mai più.

(Immagine di copertina: Errabondo, acrilico su tela, 50 x 60)