Drieu La Rochelle, un uomo spezzato

Negli anni ho imparato che l’affetto è forma mutevole, e inaffidabile, della relazione. Stima e ammirazione ci sono concessi da amici (e nemici) per le nostre qualità concrete, visibili, riconoscibili e riconosciute.

Ammirazione, recita la Treccani, è quel “sentimento di attrazione che si prova verso cose straordinariamente belle e pregevoli, o di stima, rispetto, simpatia per qualità singolari di una persona”.

C’è in quel “ad- mirari”, in quel “guardare con stupore”, un potenziale di ineluttabilità esploso in espressioni quali “cose straordinariamente belle e pregevoli” e “qualità singolari”.

Negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare il tributo di stima più del “ti voglio bene” gettato alla rinfusa: l’amore incostante, mutevole, falsificato dall’immagine simulacrale che, il più delle volte, ci si forgia dell’Altro. Spesso si ama con il ventre e senza testa, perdendo la testa, sbattendola sul muro, fracassandosi il cranio. Il più delle volte prendendo un abbaglio su quel che significa “amore”.

Dopo aver letto i suoi libri e la sua biografia mi sono chiesta come mi sarei comportata, e cosa avrei provato, se avessi conosciuto l’uomo che risponde al nome di Drieu La Rochelle.

Scrittore e saggista francese, nato a Parigi nel 1893, La Rochelle ha forgiato una prosa di impareggiabile valore.

Il suo “Diario” contiene alcune delle pagine stilisticamente più belle che la letteratura francese possa vantare e che sono però, spesso, intrise di risentimento verso l’Altro in quella forma deplorevole che abbiamo imparato a conoscere come antisemitismo. Odio verso l’Altro che era forse lo specchio dell’odio che l’uomo Drieu provava verso se stesso. La Rochelle aderì ai programmi reazionari di destra e fu un collaborazionista convinto durante l’occupazione tedesca della Francia; in seguito fu accusato di collaborazionismo e nel 1945 si tolse la vita.

Non so se io e Drieu – sapendo ciò che so di lui, essendo quella che sono – saremmo mai diventati amici ma quello che so – essendo quella che sono – è che non avrei rinunciato a leggere le sue opere.

So di inserire questa riflessione in un dibattito difficile e insolubile, quello sulla possibilità (o impossibilità) di distinguere l’uomo dall’artista. Per me è essenziale provare a fermarsi, e riflettere, su ciò che definiamo letteratura e ciò che letteratura non è.

Distinguere tra ciò che arte e letteratura possono in fatto di sconfinamento rispetto alla morale e ciò che, per esempio, il giornalismo (forma cronachistica non finzionale di scrittura), per esempio, è chiamato a fare.

Credo che la letteratura non dovrebbe ergersi a giudice, né dovrebbe sancire ciò che è giusto o sbagliato; la letteratura può prendersi la libertà di parlarci di violenti e assassini portandoci persino a simpatizzare con loro (come il cinema, le serie tv, e qualsiasia altra opera): può farlo perché non è “favola”, non è Esopo che deve ammaestrarci, e non è cronaca del reale nè giornalismo d’inchiesta nè denuncia sociale.

La letteratura è più simile ad una Maga dai dubbi costumi che opera in modi sorprendenti per aprire orizzonti inattesi; può persino risultare fuori luogo nei modi, fuori dagli schemi nei contenuti, e scagliare incantesimi contrari al buon senso o alla morale. La letteratura deve essere prima di tutto “buona letteratura”, cioè ben scritta: non infarcita di parole stantie o morali consolatorie, non veicolo di soluzioni, definizioni, precetti e insegnamenti.

Forse uno come La Rochelle si sarebbe accanito contro tutti i “deviati”, come li avrebbe definiti: lui ed io avremmo battagliato come esseri umani e, per via delle nostre convinzioni personali, ci saremmo persino odiati; eppure la mia opinione personale sarebbe stata, invariabilmente, che Memorie di Dirk Raspe” è uno dei libri migliori che abbia mai letto, oltre che il miglior romanzo sulla vita di Van Gogh che potrete mai leggere.

Subito dopo averlo scritto, Drieu si uccise. A uccidersi fu un uomo che odiava se stesso con ferocia pari, se non maggiore, a quella riservata agli altri.

Fuoco fatuo” è un altro romanzo capolavoro: uno scrittore fallito, un drogato, un dandy caduto in misera che passa un’intera giornata a camminare per le vie di una città desolata cercando una ragione per vivere, sapendo che, al fondo di quell’errabondaggio, non ne troverà. Il breve romanzo trasse ispirazione dal suicidio dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, amico di Drieu. C’è molto di Drieu in Rigaut e c’è molto di Drieu anche nel Van Gogh romanzato del “Dirk Raspe”.

Drieu costruisce, con una prosa semplice che tocca vette altissime, personaggi densi e tesi fino a consumare la pelle delle parole, e spesso lo fa a partire da persone reali alle quali si sente affine per tentazione all’abisso e alla disperazione.

È un uomo rotto dentro, Drieu. Però – direte voi – è uno di quelli che, nella vita reale, non potremmo mai amare, non potremmo mai comprendere perché ha agito male, in un modo che giudichiamo moralmente deprecabile.

E sì, sono d’accordo: il fatto di uccidersi non santifica nessuno. Eppure quest’uomo, anche se ha agito male, è proprio come me, e anche come voi. Forse, quello che ci infastidisce è che questo intellettuale che si macchiò di antisemitismo ci sbatta in faccia il suo essere rotto dentro con quel gesto definitivo e plateale mentre noi, brave persone, continuiamo a vivere e lottare senza lamentarci. Questo è coraggio, direte: il nostro vivere e lottare, essere eroi del quotidiano. Eppure ci vuole coraggio, io credo, lucidità e non follia ma soprattutto coraggio, per togliersi la vita essendo quel qualcuno che ci ha già provato, quel qualcuno che sul suicidio ha riflettutto, rimuginato per tutta la vita. E ne ha scritto per tutta la vita.

“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde” (Racconto segreto)

Drieu pensò di scrivere “Dirk Raspe” prima di tentare di uccidersi ma l’idea del suicidio dimorava da sempre nella sua mente. Come per altri scrittori della sua generazioneBreton e Malrauxl’Arte fu sempre un tema essenziale nelle sue opere: scrisse appassionatamente di Van Gogh, dalla cui vita fu sempre affascinato, e lo fece in totale solitudine, barricandosi in una casa sperduta nelle campagne di Parigi. Scrisse di getto, senza revisionare il testo. Un testo in cui ogni parola è pensata, pesata e posizionata con maestria.

“Gli specchi (…) sono fatti per coloro che vedono senza guardare e che, se guardano, vedono l’invisibile insieme al visibile; sono fatti per gli inquieti, i curiosi, gli affamati di domande e di conoscenza; sono fatti per gli artigiani della vista e del tatto, come me (…); per chi si stupisce, per i timidi, i modesti, gli umili; (…)per coloro che vivono intensamente in se stessi e dietro se stessi e che possono guardarsi da una profondità che non è più l’io vano, effimero e che sono in grado di guardarsi con un distacco e un’oggettività tali da confondere il loro viso con tutti i visi che lo specchio potrebbe riflettere, trasfigurati e fusi in un solo viso, quello dell’Uomo. E l’uomo considera il dio che risiede nell’Uomo. A quell’epoca, smisi di guardare così lungamente, così profondamente, non volevo arrivare al punto in cui l’Uomo e il dio e Dio si annullano e svaniscono nell’indecifrabile, nell’inconcepibile, nell’indicibile”.

E invece Drieu guardò, tocco quel punto, non torno indietro. Forse non era mai stato davvero a suo agio nel mondo.

La schiena china sul “Diario”, annotava riguardo al “Dirk Raspe”:

“scrivo da quattro a otto pagine consecutive senza sforzi, senza mai rileggere quel che precede. Scrivo tutto il romanzo senza preoccuparmi del lavoro già fatto:in tal modo posso esprimere il brancolamento dell’esistenza”.

Alternava momenti di euforia e lavoro indefesso ad altri di invincibile scoramento

“Ne ho abbastanza di quel nuovo romanzo (…), abbastanza del mondo. Non riesco più a interessarmi veramente alle ‘cose’ (…) Non ho fatto alcun progresso nella concentrazione. (…) E poi io non sono un uomo di concentrazione.

Due mesi dopo, nel marzo del ‘45, si uccise. Il primo tentativo di suicidio risaliva all’agosto del ’44. In quel tempo di mezzo Drieu scrisse, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, e unico, nel panorama letterario.

Se preferirei che avesse avuto idee diverse da quelle che aveva? Che fosse stato un uomo diverso?

”La gente si contraddice (…); ti scongiura di essere te stesso e subito ti rimprovera di esserlo troppo”.

Non oserei chiedere nulla di simile a un essere umano, nè saprei rimproverare Drieu per ciò che non fu in grado di essere.

Cosa sappiamo veramente dei tormenti di quest’uomo che amava camminare molto, un camminatore seriale, e restare solo. Quest’uomo timido con le donne e ossessionato dal pensiero dei corpi, che si riteneva brutto e che perciò stesso scelse di diventare brutto, di abbrutirsi per giustificare il proprio ritiro dalle scene del mondo. Quest’uomo che correva dietro alle puttane e non riusciva ad avere relazioni “normali” (qualunque cosa significhi) con donne comuni e che prima di morire dialogava quasi solo con i poeti morti – Coleridge, Keats, Shelley, Holderlin, Baudelaire?

Chi avrebbe potuto salvarlo da se stesso, quest’uomo imbevuto di idee reazionarie, letteratura, poesia, immagini distorte di sè stesso e del reale, quest’uomo che – come scrive nel suo diario due giorni prima di ucciddersi – era ossessionato dall’idea di completare ciò che aveva iniziato?

Ammazzarsi è esercitare su di sé il diritto di vita e morte

e Drieu era ossessionato dall’idea di autodeterminarsi e affermarsi come volontà e dio pantocratore.

Se un uomo è tale nella misura in cui è fallibile, nella misura in cui è dannato, caduto, allora anche quest’uomo, che non è degno del nostro amore, è un uomo. Certamente è uno scrittore straordinario.

Penso che se lo avessi conosciuto, Drieu, sarei stata sedotta dal suo genio, avrei amato la sua mente, la sua scrittura, il suo modo di forgiare mondi impossibili con le parole, di far vibrare in modo straordinario le cose ordinarie; forse mi sarei detta che amavo l’uomo e sarebbe stato falso, sarebbe stato un fraintendimento, un abbaglio. Ma lo avrei capito in seguito perché è così che accade con l’amore.

Perciò al mutevole affetto per gli esseri umani preferisco la stima durevole, l’ammirazione.

Grazie ai libri di La Rochelle la mia mente si apre ad orizzonti inattesi, comprendo e abbraccio l’umano tutto nella sua imperfezione.

Ci sono esseri umani che sono abbaglio e fraintendimento persino per se stessi e quel bagliore li seduce, sono sedotti da se stessi al punto di morirne.

Il loro bagliore è puro ed eterno solo nelle opere. Forse non sono stati buoni e puri – né con gli altri nè, qualche volta, con se stessi – ma hanno fatto qualcosa di buono, ci hanno lasciato qualcosa che ha valore e che possiamo giudicare tale perché amplia e arricchisce il mondo in cui viviamo.

Diamo atto all’uomo fallibile, foss’anche il più fallibile tra gli uomini, per esser stato impeccabile nell’arte che scelse – o dalla quale fu scelto – e nella quale espresse la parte migliore, e buona, di sé.

Dobbiamo riconoscere che ha pagato un prezzo altissimo.

“Le memorie di Dirk Raspe” è un’opera incompiuta, scritta a ridosso dell’abisso: la tipica opera giudicata “imperfetta” dal mercato editoriale. Eppure, come accade non di rado, questo “non finito” è la cosa più perfetta, più compiuta che La Rochelle abbia scritto. Ed è una fortuna che sia rimasta, incompiuta e perfetta, nonostante l’uomo.

Foto di copertina

Lo scrittore è un giullare che cade a pezzi. “Le Parole dei Libri” inizia dai cocci di Binari, Brama, Blu

Lo scrittore è un giullare e chiede al Mondo: “diteci, vostra maestà, cosa dovremmo raccontare?”

In uno spazio-tempo slabbrato, che si frantuma, dove gli umani sono cocci, c’è ancora qualcuno che critica i libri che parlano di individui e mondi interiori – dateci le grandi imprese, dateci le grandi persone! – libri che pongono al centro della “storia” – ed è già sorprendente riuscire a imbastire sopra i cocci una “storia” con tanto di fine-svolgimento-inizio (no, scusate, al contrario) – l’intimità, le emozioni, il volto allo specchio.

Cioran li chiama “monadi impazzite”, questi individui che cadono a pezzi.

Come se ancora servisse ricordare che da Svevo e Pirandello in poi tutto è cambiato – all’incirca, non sono poi così sicura, non sono sicura di nulla di quello che dico, correggetemi se sbaglio – e per sempre. Può andare peggio, pensavamo. Ed è esattamente così che è andata.

Nella letteratura, oggi più di ieri, è l’individuo che conta, il modo in cui filtra il reale attraverso gli occhi gonfi di lacrime, le ferite e la propria storia personale.

Io amo i libri di carta ma spesso mi ritrovo a dover constatare che il racconto del nostro tempo non lo fanno i grandi romanzi ma gli adolescenti da milioni di followers su youtube: alcuni di loro – non tutti, per carità, non tutti, non datemi addosso (ehi, sono sempre quella che ama i libri di carta!) – parlano meglio di chiunque altro, attraverso la musica o le arti performative, di temi brucianti come il bullismo o l’identità di genere. E sì, parlano alla loro generazione ma è a me, alla mia generazione, agli adulti in generale, che hanno qualcosa da insegnare. Se volete capire di cosa parlo, guardate un video di Madame, la canzone “Voce” (non è il mio genere – sono una da Cure, Smiths, Queen, Black Sabbath, musicalmente sono ferma agli ’80-’90 – e non ho visto Sanremo: non posso farcela, è troppo anche per me che sono di larghe vedute, perciò ringrazio un’amica per la segnalazione).

La sola cosa che gli scrittori possono (e devono) fare meglio degli youtubbers (si scrive così? Scusate ma non sono una iutubber), in un tempo frantumato di umani che cadono a pezzi, è parlare di questi cocci, delle pulsioni sordide e inconfessabili che si agitano in ciascuno di noi – dentro, in fondo, nel buio, dove non si vede – e farlo con un feroce labor limae sul ritmo delle frasi e sulla scelta delle parole: che siano parole cercate, volute, scartate e ripescate. “Esiste una sola parola adatta per ciò che voglio dire”, dice Annie Ernaux in un’intervista al Corriere. Scegliere le parole, il ritmo giusto della frase, raccontare il “reale individuale”, le piccole storie di falliti e sognatori erranti, le relazioni tra esseri minimi che si percepiscono come insignificanti, ininfluenti nella Storia (e lo siamo, e lo abbiamo accettato, forse, dopo quest’anno) e farlo attraverso un filtro che amo definire “balzo oltre il reale” (questo esercizio di finzione, io credo, insieme alla scelta delle parole, è ciò che innalza al livello di arte la narrazione): il fantastico, il sogno e l’incubo, il surreale che accade, come quando guardi i rami di un albero e all’improvviso il tronco apre la bocca e ti fa entrare, o cadono i fiori arancioni dalla carta da parati e tu li afferri e li divori e sanno di cioccolato fondente o la nuvola mette i piedi per terra e comincia a rotolare e tu ci finisci dentro e sei nella tana del bianconiglio dove la regina digrigna i denti e ti morde il collo. Cose del genere. Ma va bene anche altro, anche cose migliori (erano le prime che mi venivano in mente, scusate). Ma che abbiano la forza dell’incubo, delle cose realmente inesistite, impossibili, che sfuggono al controllo degli esseri umani miseri e senza potere che siamo. Impossibili perciò necessarie.

La sola consolazione è che né le pandemie né il carcere forzato potrebbero togliere all’essere umano la capacità di immaginare. Quindi ogni scrittore che voglia dirsi umano e voglia parlare ai suoi sodali non dovrebbe mai smettere di fare la fatica che i suoi simili non fanno fino in fondo: guardarsi dentro, sprofondare e poi risalire con le lordure, uscire nel mondo e trasformare attraverso l’immaginazione. Capisco la difficoltà ma è un dovere “sociale”: nessuno chiede a nessuno di scrivere. Potresti benissimo fare l’allenatore di calcio della nazionale (potresti, giuro che potresti!) o la ballerina di burlesque (se avessi il corpo giusto, è quello che farei. Un sogno segreto. Ma non ce l’ho, il corpo giusto, perciò mi chiudo in camera e scrivo). La cosa più difficile potrebbe essere farlo nel quotidiano. Allora darsi una regola, una disciplina: una cosa tipo “immaginare/sognare per venti minuti, tre volte al giorno”. Guardare un film di Lynch o la sua intervista a una scimmia. Leggere un fumetto di Dylan Dog. Cose così. Guardare e forzare il reale ad essere altro da sé.

Gli adolescenti non stanno bene ma sono migliori degli adulti e hanno qualcosa da insegnare agli scrittori quando trovano un modo alternativo, fuori dagli schemi, per gridare il loro dolore e comunicare, condividere delle emozioni. Lo scrittore migliore, per me, è un bambino e insieme un adolescente che porta addosso il peso e la consapevolezza dei suoi cento anni. Non ha mai l’età che dichiara di avere – non guardate le biografie degli scrittori prima di leggerli, non fate loro questo torto: leggete le loro parole! – e sa troppe cose, pensa troppo, ne ha viste troppe (spesso solo nella propria mente) cose che voi umani – l’orrore! L’orrore! L’orrore! – e quindi le può raccontare. Le deve raccontare. Quantomeno per liberarsene.

È così che, senza la pretesa di influire sulla Storia, influisce sulla vita di una persona, una o due al massimo magari, specie se non è famoso e non è pubblicato da colossi del mercato editoriale. Ma è grazie a questo dono che ha cambiato la storia, e la vita, di uno o due persone (dai, facciamo che siano tre, dieci, cento, mille…aiutiamo gli scrittori che se lo meritano, ricordando che la maggior parte di loro non ha le doti comunicative di uno iutubber).

Ho inaugurato per il progetto La Lupa l’iniziativa Le Parole dei Libri proprio con questo scopo: raccontare in maniera istintiva e labirintica (diversamente non so fare, e credo questo articolo ne sia la dimostrazione) i libri degli scrittori del mio tempo che, con le loro parole, hanno influito come forse mai avrebbero immaginato sulla mia storia personale. E raccontare le loro pagine attraversando le parole che ritornano ossessivamente nella loro Voce.

Anche per dire loro Grazie. Nessuno dice Grazie a chi scrive mentre scrive. Bisogna dire loro Grazie non tanto per i libri che hanno già scritto ma per quelli che stanno scrivendo in questo momento. Sperando che continuino a scrivere. Perché trovare una Voce, ad ogni livello (non solo nella scrittura) è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere nella vita di un essere umano. E il fatto che loro ci siano riusciti proprio mentre cadevano a pezzi, come tutti noi, è una dimostrazione di coraggio che fa ben sperare. I loro libri sfondano spesso il muro del reale, non sono mai banali e sono scritti bene, con rigore e amore per le parole.

Il primo appuntamento dell’iniziativa è stato una diretta sgangherata dedicata a tre scrittrici Monica Pezzella, Ilaria Palomba, Giorgia Tribuiani. I libri: Binari, Terrarossa edizioni; Brama, Giulio Perrone Editore; Blu, Fazi Editore.

Perlopiù improvviso. Spero di migliorare col tempo. Ma sono felice di aver iniziato con queste tre Voci straordinarie. Sapevo che la forza dei loro Libri avrebbe compensato la mia inettitudine ai social.

Le recensioni e le interviste ai libri le trovate online. Qui ne linko tre per chi volesse approfondire:

Monica Pezzella, Binari

Ilaria Palomba, Brama

Giorgia Tribuiani, Blu

P.S. Quasi sempre dico “scrittore” come direi “poeta”, quando non mi riferisco a persone specifiche.

Chi mi conosce sa perché non sento il bisogno di specificare. Ci siamo intesi. Gli altri possono sempre chiedere o leggere qui.

Perché abbiamo ancora bisogno degli Amori difficili

L’avventura è sempre un viaggio, fisico o mentale, verso l’oggetto del desiderio.

Avventura è un avvenimento straordinario, un’impresa singolare.

Avventura è anche quella relazione amorosa nella quale non ti vuoi impegnare.

Per non parlare poi della radice etimologica, ad-ventura: “le cose che accadranno”.

Con la parola avventura e i suoi molti significati Calvino si diletta a giocare.

Acciuffa dalla vita un dettaglio banale e lo tira e lo tende fino a renderlo paradossale.

I titoli dei racconti della raccolta Gli amori difficili sono potentemente ironici in relazione al contenuto: vite semplici e routinarie nelle quali i veri protagonisti sono non tanto i personaggi ma i loro movimenti e le loro rivoluzioni interiori.

La storia di ciascuno èla storia d’uno stato d’animo, un itinerario verso il silenzio”.

Generalizzando, potremmo dire che l’avventura è il modo in cui le cose ci cadono addosso. E questa definizione veste meravigliosamente bene su qualunque personaggio de Gli amori difficili. E su di noi.

Perché la vita è davvero quella cosa che ti cade addosso mentre non te ne accorgi, anche quando resti (apparentemente) immobile nel grigiore di una nuvola di smog o in quella stanza da un anno di pandemia sempre identica a se stessa.

Ho trovato un dialogo sottile tra la parola e la fotografia che rende bene l’idea.

Calvino aveva letto Roland Barthes e il suo libro sulla fotografia La camera chiara.

Ecco cosa scrive Barthes aprendo una nuova possibilità alla parola avventura

mi pareva così che la parola più giusta per designare (provvisoriamente) l’attrattiva che certe foto esercitano su di me fosse la parola avventura.  La tale foto mi avviene, la talaltra no. Il principio di avventura mi permette di far esistere la Fotografia […]. In questo deprimente deserto, tutt’a un tratto la tale foto mi avviene; essa mi anima e io la animo. Ecco dunque come devo chiamare l’attrattiva che la fa esistere: una animazione. In sé, la foto non è affatto animata (io non credo alle foto «vive»), però essa mi anima, e questo è appunto ciò che fa ogni avventura.

Nel grigiore della vita quotidiana cercare ciò che, accadendo dentro ancor prima che fuori di noi, ci anima: eccola, la vera rivoluzione.

L’ironia è la cifra stilistica con cui Calvino rende godibile ogni parola donandole un colore, un umore: la descrizione delle debolezze e delle incongruenze umane è intensa ma priva di giudizio o inutili patetismi. Calvino sa che per scendere in profondità non serve drammatizzare, anche se il dramma è ineluttabile quando si indaga l’atro fondo dell’animo umano.

Diciamo pure che Calvino lascia affiorare il dramma naturalmente, con garbo e (apparente) leggerezza.

In realtà, mentre ci fa sorridere ci dà la stilettata: in molte storie riusciamo a vedere noi stessi, le nostre tare e le nostre idiosincrasie. Ce ne stiamo seduti a leggere, prendiamo le distanze da queste figurine sottili che si agitano, talvolta ridicolmente, sulla pagina eppure non riusciamo mai a restare davvero indifferenti, anche quando ci sembrano assurde e patetiche. Anzi, soprattutto in quel caso. Le loro sconfitte e le loro fragili gioie sono le nostre, sorridiamo delle loro stranezze ma la loro nudità li avvicina a noi.

Ricordate il meraviglioso saggio di Pirandello sull’umorismo? L’esempio della vecchia imbellettata che suscita il riso e immediatamente dopo fa riflettere e immalinconisce?

La risata e il dolore. Il potere della contraddizione insito in ogni pagina che, mentre la si legge, si fa subito vita.

DUNQUE, PERCHE’ ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEGLI “AMORI DIFFICILI”?

Uno dei molti talenti di Calvino è la capacità di elevare cose semplici al livello di simbolo, Trasfigurarle, animarle: letteralmente, dotarle di anima.

La sua attitudine a strappare il quotidiano dalla banalità e immergerlo nella dimensione della favola – fin dal titolo programmatico, accadimenti comuni che diventano avventure – è una medicina potentissima in tempi che ci obbligano alla fissità di una routine ristretta in spazi e gesti minimi.

Il movimento e la rivoluzione interiore, e aggiungerei un pizzico di fantasia, sono la risorsa migliore che abbiamo.

E poi il corpo, e il perimetro più prossimo intorno ad esso, che rappresenta il primo vero “spazio” col quale ci relazioniamo, quello che diamo sovente per scontato. La nostra ansia di essere sempre in qualche luogo fuori di noi dimenticando la nostra verità prima fatta della nostra carne, del nostro respiro. Questo concetto ci riguarda ed è anche il punto fermo da cui muove ogni racconto di Calvino che, sullo sfondo da cartolina di uno spazio urbano o naturale, indaga prima di tutto la relazione del singolo personaggio con il proprio corpo e con il corpo dell’Altro: lo spazio tra “me” e “te”, per quanto minimo, è forse il secondo luogo più interessante da indagare. Di cosa è fatto questo terzo includente che tutto include?

L’assenza, il silenzio, l’attesa, il “correre verso” che è l’essenza stessa dell’amore, e poi un sentimento di incomunicabilità che racconta da vicino la nostra quotidianità. La nostra comunicazione eccessiva, sovrabbondante per via della miriade di mezzi a disposizione, è diventata, paradossalmente e proprio per questo, difficile. Ecco un’altra parola chiave per Calvino, e per noi. Calvino gioca sempre e comunque con gli universali: sa bene che i problemi e le questioni essenziali per ogni essere umano sono da sempre e per sempre le medesime. E anche la difficoltà (come il corpo e la comunicazione) è un tema eternamente familiare, soprattutto in un mondo fatto di iper-comunicazione: il troppo rumore diventa suono indistinto e assenza di senso, una chiazza di voci nella quale sembra impossibile non tanto dire qualcosa quanto dialogarla, capirsi e incontrarsi.

Appendice. Un sognatore con i piedi fortemente radicati sulle nuvole

Quella di Calvino – il poeta, il favolista, il cantastorie di città invisibili e visconti dimezzati – fu una vita piena d’azione. Sperimentò la fuga, la galera, il pericolo di morte. Renitente alla leva della Repubblica di Salò, dopo l’8 settembre dovette nascondersi: immerso nella solitudine a vent’anni, durante la reclusione forzata ne approfittò per leggere moltissimo; per sua stessa ammissione fu questo di letture instancabili un periodo essenziale nella sua vita di scrittore.

Non disdegnò l’impegno politico attivo e ribadì sempre l’importanza delle condizioni materiali nella sua vita di letterato e scrittore. Figlio di scienziati divenne poeta senza dimenticare mai il gusto per il dettaglio concreto e per la natura che fu sempre materia prediletta per la creazione artistica.

Contaminazioni

Calvino divorava la vita e l’arte in tutte le sue forme con pari fervore.

Ci fu un periodo della sua vita, da adolescente, in cui andava al cinema due volte al giorno.

Fra il 1968 e il 1972 progettò una rivista che non riuscì mai a realizzare, una sorta di Linus ma senza fumetti: la immaginava come una rivista di romanzi a puntate con illustrazioni, insieme a rubriche specifiche sulle tecniche della narrazione.

Scrisse testi per canzoni e per il teatro e molti dei suoi racconti furono d’ispirazione per il teatro e il cinema.

Per la serie radiofonica della Rai Le interviste impossibili scrisse i dialoghi Montezuma e L’uomo di Neanderthal. Il programma della Rai andò in onda dal 1973 al 1975: protagonisti della cultura contemporanea reali fingevano di trovarsi a intervistare fantasmi redivivi di persone appartenenti a un’altra epoca.

Un frammento nel quale Italo Calvino incontra Montezuma (la voce è di Carmelo Bene)

In copertina: MC, Un amore (acrilico su tela)

La Fine dall’Inizio, senza finire

Quanto spazio c’è in settantatré pagine che finiscono senza pause, senza finire?

Quanto spazio, intendo, per respirare?

Annaspare tra le parole è come un dondolio, un lasciarsi cullare. Come quando fai l’amore con la bocca tappata e godi nel non poterti divincolare. Sapendo che dall’altra parte qualcuno ti guarda e che quel guardarti è già amore.

ammettere che non si ha la forza di stare in piedi lasciarsi lasciar andare e che quella sbiadita idea di resistenza stasera pure lei se ne vada al diavolo

Ci ho messo giorni a leggere e finire ma questo finire non c’è mai stato. Questo libro lo sto ancora e sempre leggendo. E ogni volta che lo apro mi manca l’aria. Non c’è tempo per respirare tra tutti questi troppi spazi bianchi senza virgole – io che all’altare delle virgole e dei fugaci silenzi necessari m’ero votata prima di sapere che non so votarmi a niente – non c’è tempo per fermarsi pensare mi sento mancare non mi dispiace l’idea di svenire di sparire senza corpo dentro le macchie nere. Venire travolti, lasciarsi affogare. Altrimenti, meglio lasciar perdere. Il punto è che il libro parte dalla Fine quindi prima ancora di dire “Inizio” non riesci a fermarti mentre pensi che rischi di annegare.

nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino

Invece che mettere ordine tra le cose, la Voce che muove i fili, e da essi si lascia muovere, non aiuta a ricomporre i pezzi, ci lascia soli, lascia a noi la libertà, la responsabilità e la fatica di scegliere o non scegliere quando chiudere, dire basta, fermarci, respirare e provare a capire là dove ci sarebbe da arrendersi e soltanto continuare, vorticosamente sentire vibrare.

Adesso cos’è adesso è smarrirsi la sera nel letto nel riconoscere nei gesti di Ale un’attenzione in più nel sentirsi voluto diversamente per avere addosso i segni della malattia.

Cosa vorrei fare mentre leggo questo libro? Ogni tanto gridare, segnare il tempo battendo i pugni, scagliare un suono. Ricordarmi di ricordare. Tanto so già che appena sarà finito mi verrà voglia di ricominciare. Perché una parte di noi umani non può arrendersi ai cocci, a non capire, a non fare ordine nel caos, a questa eterna altalena di umori e colori che ci condanna al paradosso e all’assenza. Togliersi almeno lo sfizio di far rumore.

Era bellissimo non sapere il motivo c’era in quel non sapere il motivo nell’assenza di motivo il senso di tutto. Di Marcel.

Su questo libro non potrei mai scrivere una recensione. Non voglio imbastire un discorso di senso sui segni e sui suoni dai quali mi lascio soffocare. Queste parole meritano di essere prese in braccio leccate tatuate su una foglia secca e strappate sbattute dipinte col sangue sul muro schizzate nel vento accarezzate e tenute strette sulla pelle sulla lingua sul cuore.

Certo che c’è una trama. Ma non saprei che farmene della storia di Ale e Marcel senza quelle parole. Non so che farmene di una storia d’amore se ogni segno che la dipinge non sa penetrare, consumare.

o è davvero tale la portata di un altro, imprevedibile, inconoscibile? Un altro che è davvero un altro se può farti davvero male

tra amanti e perdenti c’è poca differenza

e cercava gli altri, nella maniera in cui dagli altri si va per prendere qualcosa che essi hanno e da cui si trae piacere

Vorrei che si leggessero molti libri dei quali è difficile parlare, di quelli che ti si strozza la voce in gola al solo pensare di mettere ordine tra i suoni e i segni delle parole.

Vorrei che a leggerli fosse chi crede che il solo modo per trovare armonia e ordine sia spiegarsi, spiegare, fare la morale.

Un libro che ti lascia la libertà di credere o non credere, di cadere. Dove chi parla si prende la briga di morire e ricominciare.

Voglio essere parziale su questo libro, voglio dire solo ciò che mi pare.

Cose inutili che chi non lo ha letto non capirà. Cose come

treno cattedrale stanza vuota dal dottore odore di ferro la pelle la febbre

la prima sigaretta dormire caffè bollente con panna e scorze d’arancia sessantametriquadri

il vizio di scomparire fare l’amore tornare il tempo cicatrice il rantolo l’attesa

essere toccati un’equazione matematica un motel venire tornare amare leccare la città

la strada le puttane le cliniche rivoluzioni di Shostakovich tra le scapole

tra le gambe la resa la voce

si concede per sfinimento

E se non bastano, proprio non so che dire.

Appena ho finito di leggere ho avuto paura di finire, ho raccolto i cocci e sono tornata indietro, perché è così che noi esseri umani condannati al binario facciamo da sempre.

Ho dovuto ricominciare.

Dalla “Fine”, naturalmente.

Sapere perché, oltre ai treni, c’è sabbia ovunque, e non sapere perché c’è sempre il ritorno ma non c’è mai quello che sta in mezzo.

Il libro del quale non ho fatto la recensione è Binari di Monica Pezzella, edito da Terrarossa Edizioni

In copertina: ore 15.30, stazione di Lambrate, Milano, non pochi anni fa, in un giorno di fuga.

Rabdomanzie_Gruppo di Lettura

Amici Invisibili,

Partendo dalla personale urgenza di non mollare la presa sui sogni, ho deciso di creare un gruppo di lettura pensato per chi non vuole smettere di cercare.

La partecipazione è libera, l’obiettivo duplice: condividere con persone distanti un tempo di valore a partire dalla nostra passione comune e mettere a disposizione dei partecipanti gli strumenti di lettura, analisi e comprensione di un testo che ho acquisito negli anni grazie agli studi, alla pratica di lettrice compulsiva e a quella altrettanto compulsiva di scrittrice.

LE REGOLE DEL GIOCO, semplici, quelle che conoscete tutti.

Più qualche piccola sorpresa che sono certa non mancherà nel corso dell’avventura.

Propongo una lista di cinque libri: il gruppo ne sceglie uno tramite sondaggio.

Leggiamo in solitaria.

Ci incontriamo online per confrontarci.

Leggiamo libri ma attingiamo ovunque: dalla vita che ci accade o che manchiamo, dai film e dalle serie tv che guardiamo, dall’arte e dalla musica che fruiamo e/o creiamo…

Come?

Ho creato un gruppo su Facebook Rabdomanzie _Gruppo di lettura che useremo per comunicazioni utili e suggestioni.

Scrivetemi, aggiungetemi su Facebook, mandatemi un gabbiano (non un piccione, un gabbiano) o una crostata alla nutella con sopra gli smarties, se volete unirvi.

Chi può unirsi?

Può partecipare anche chi non ha letto il libro scelto ma desidera raccogliere stimoli dalle riflessioni condivise.

Può partecipare chi non è riuscito a leggere, ha interrotto la lettura e/o si è sentito/a respingere dal libro e raccontare comunque quest’esperienza, se lo desidera.

I lettori, quelli veri, li immagino come Rabdomanti, cercatori di cose invisibili ma necessarie.

Questo gruppo è aperto a chiunque si sente così.

Dove? Quando?

Ci incontriamo su google meet una volta al mese (le tempistiche possono variare di poco – in base al testo scelto – o di molto, in base alle sorprese inattese della vita)

Durata: da 1 a 2 ore

Sappiamo quanto sia faticoso stare online: entri o esci quando vuoi. Ti invito a giocare. Resti solo se ti diverti, naturalmente.

Il tempo del gioco lo stabiliamo Noi, insieme.

Mi collegherò a prescindere dal numero di partecipanti. Per far accadere qualcosa, un piccolo spettacolo, basta essere in due: è buona regola del Teatro, e anche della Vita.

Quali Libri?

Quelli capaci di aprire possibilità inattese. Quelli che partono dal reale per sconfinare nell’onirico, specialmente. Quelli che non si accontentano.

Narrativa, saggistica, teatro, diari, epistolari, libri imperfetti, libri incompiuti.

Dopo il dibattito, inserirò in una sezione dedicata del blog suggestioni e strumenti utili.

Nei prossimi giorni, a chi si unirà al gruppo, dirò di più. Ma intanto, eccola

LA PRIMA LISTA

Italo Calvino, Gli amori difficili

Stephen King, On writing

Chuck Palahniuk, Romance

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello

Murakami, L’arte di correre

Fra qualche giorno, una volta creato il sodalizio di Rabdomanti, lancerò il sondaggio.

Qui, Altrove e Sempre,

Buone Rabdomanzie.

I signori dell’Apocalisse. Parte Seconda

Continua da I signori dell’Apocalisse Parte Prima

La simulazione permette allo scienziato di sintetizzare la realtà che egli vuole indagare e comprendere. Studiare il possibile per comprendere il reale. Come? Attraverso la programmazione, naturalmente. Il vantaggio è enorme, rivoluzionario: le teorie scientifiche si possono testare, non esiste esperimento inverificabile. 

In questo nuova concezione, il computer non è più l’inefficace termine di paragone della mente (inefficace dal momento che ne esclude la base materiale) ma l’utilissimo strumento di studio e analisi della mente, una mente non separata dalla realtà. Questa è la strada intrapresa a fine anni ottanta dai modelli simulativi computerizzati chiamati “reti neurali”: modelli che “simulano la nostra architettura cerebrale, il nostro sistema nervoso congiuntamente alla simulazione della nostra vita mentale”.

È fatta. L’homo faber è pronto a rendere il mondo un posto migliore. Si celebra festanti la fine di secoli di dualismo mente-corpo, supportato dall’informatica e poi messo in discussione da modelli rivoluzionari quali le reti neurali, la Vita Artificiale e la Mente Estesa, “modelli che lo rifiutano adottando concetti applicabili ugualmente a fenomeni biologici, alla vita mentale e ai fenomeni culturali umani”.

Il modello della Mens Extensa che dà il titolo al libro vede la mente immersa nel (e in relazione col) mondo esterno, un mondo reso più “intelligente” perché popolato da artefatti sempre più sofisticati creati dall’uomo (che modifica ed è a sua volta modificato da tali artefatti tramandati culturalmente). L’uomo, armato del suo prometeico orgoglio, si trova dinnanzi ad un’estensione incalcolabile degli orizzonti dei processi cognitivi. 

Il punto è: qual è il confine tra Mente e Mondo? 

Giunti a simili vette, sulle quali il libro ci conduce, per procedere bisognerà essere disposti a guardare l’abisso armandosi di luce, tutta la luce possibile.

Nel suo “Natural Born Cyborg”, Andy Clark sostiene che “l’estensione mentale attraverso la tecnologia sia il naturale completamento delle nostre potenzialità di cyborg per natura”.

L’essere umano è, secondo il filosofo Andy Clark, un natural born cyborg: siamo biologia ma anche insieme di elementi culturali tramandati dal mondo nel quale siamo immersi e dal quale dipendiamo. Basti pensare al linguaggio, il primo artefatto prodotto dall’uomo. Nei secoli, l’essere umano ha affinato la capacità di creare mondi artificiali intelligenti, riproducendo questa sua facoltà peculiare – l’intelligenza, appunto – in artefatti svincolati dal corpo biologico: i cyborg artificiali

Popolandolo di artefatti intelligenti, l’uomo ha forgiato un mondo a sua immagine e somiglianza. Per alcuni, questa sarebbe “semplicemente” la naturale evoluzione dell’uomo, titolare di una Mente Estesa nello spazio. Per altri, abbiamo a che fare con gli eccessi prometeici di un homo faber che, credendosi dio, è riuscito ad assurgere al rango di homo creator

Siamo diventati onnipotenti, il dio creatore che idolatravamo. 

Se poi si uniscono le potenzialità degli artefatti cognitivi informatici al pericolo insito nell’uso di ordigni atomici, si comprende come l’uomo abbia già di fatto conquistato il potere, un tempo prerogativa divina, di distruggere non il singolo uomo ma l’intera umanità

“Siamo signori della nostra fine, signori dell’Apocalisse”, dichiara Anders. Della bomba si può migliorare raggio d’azione e calibro ma non effetto: “la potenza virtuale delle scorte odierne di ordigni è già assoluta, l’umanità è divenuta eliminabile”. 

Cos’altro dovrebbe esserci dopo una cosa del genere? 

Secondo Anders l’atomica, ponendo l’uomo nella condizione di produrre la propria distruzione, assurge a tutti gli effetti a simbolo della terza (e ultima) rivoluzione, non più passibile di ulteriore espansione

Perché l’atomica sancirebbe la trasformazione dell’homo faber in homo creator?

Un uomo capace di produrre enti inediti, non esistenti in natura – gli elementi chimici 93 e 94 della Tavola Periodica, Uranio e Plutonio – è un uomo davvero simile a Dio. 

Non possiamo tornare sui nostri passi, gli effetti di ciò che abbiamo creato ci trascendono: se anche per un certo tempo non disponessimo della testata atomica, resterebbe il know how. L’idea è indistruttibile, Platone docet.

Giunti fin qui, cosa resta della luce, nell’abisso?

Ho letto le ultime pagine di questo libro trattenendo il respiro, come se avessi le gemelline di Shining alle calcagna, solo per sapere:

d’accordo, abbiamo giocato a fare dio, quindi come va a finire? La domanda sembra retorica eppure sono convinta che non lo sia.

Se è vero che la tecnologia può salvare, migliorare e prolungare la vita, resta aperta anche la possibilità opposta, suggerisce Mens Extensa.

Mentre chiudo il libro già mi sento, al contempo, euforica e demoralizzata in quanto rappresentante degli Ultimi, di quelli che spariranno, dopo i quali non ci sarà più nulla. Ma dura poco: l’emozione conta, certo, ma non è il punto. Lascia subito il passo alla consapevolezza, al desiderio di riflettere, accendere il dialogo sul tema. Ecco cosa fa un buon libro: infiamma. Mi piace questa parola.

Quello che conta davvero è la possibilità che un testo apre di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo sapendo da dove veniamo e a che punto siamo arrivati. Il difficile è storicizzare il contemporaneo, leggere il presente con gli occhi di chi sa: a certi livelli, su certi argomenti, non si può sapere, quando si vive immersi nel proprio Tempo, solo intuire.

“In tueri” (radice del verbo intuire) è guardare dentro, penetrare le cose, provare la vertigine della visione e a partire dai cocci sparsi costruire un senso per poi farne dono a chi, quel senso, non è in grado di coglierlo.

Libri come Mens Extensa nascono nel presente e leggono il presente proprio perché sanno unire a intuizione e visione lo studio innamorato del passato.

Il nostro privilegio di Ultimi, signori dell’Apocalisse, è che di cose ne sono successe, di tempo per capire ne abbiamo avuto perciò, almeno sulla carta, abbiamo tutti gli strumenti per scegliere cosa fare, come andare avanti. Soprattutto ora che l’andare avanti, pare, dipenderebbe da noi. In tempi di pandemia, poi, questa verità sembra ineluttabile.

Citando una splendida battuta di Cecchi Paone (che a sua volta cita Eco): “tra apocalittici e integrati, va bene, restiamo integrati. Ma almeno con consapevolezza”.

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa (Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis)

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

I signori dell’Apocalisse. Parte Prima

L’uomo è, per sua natura, faber, artefice e costruttore.

Istintivamente portato a plasmare l’ambiente che lo circonda secondo le proprie esigenze, da quando è nato l’uomo ha cercato instancabilmente modi per non morire o, in mancanza di meglio, ritardare la propria morte.

Essere dotato di intelligenza, ha edificato un mondo popolato da artefatti intelligenti, sempre più sofisticati, volti a favorirne la sopravvivenza. 

I progressi scientifici e tecnologici (basti pensare al campo della medicina e alle sperimentazioni sull’Intelligenza Artificiale) sono forse la prova più possente della non accettazione della propria finitudine da parte dell’uomo e del tentativo di migliorare le proprie conoscenze su come combattere la morte.

Ma gli artefatti tecnologici sorti negli ultimi decenni, computer e internet, appaiono rivoluzionari rispetto a quelli che li hanno preceduti: a differenza degli altri, di natura squisitamente pratica (si pensi a una lavatrice o a un’automobile) essi assolvono a scopi conoscitivi e comunicativi. Ciò che rende il computer del tutto peculiare per potenzialità e conseguenze (alcune delle quali ancora ignote) è proprio la sua influenza sulla sfera cognitiva e culturale.

Se, per un istante, ci liberassimo dall’illusione antropocentrica con la quale siamo usi leggere il reale, ammetteremmo che il cyborg artificiale – creatura intelligente forgiata dall’intelligenza dell’uomo, ente disincarnato e sganciato dalla biologia – può essere considerato, nella catena del progresso, la naturale prosecuzione ed evoluzione dell’uomo.

Detto altrimenti, il cyborg naturale ha concepito un cyborg artificiale capace di superarlo.

Quali conseguenze ha tutto questo per l’umanità?

Va tutto bene. Andrà tutto bene. Dicono.

Fate un respiro, e proseguite.

Da quesiti di questa portata, che proverò a riassumere attingendo a piene mani dal lessico specifico del testo, parte la riflessione necessaria e quanto mai attuale sviluppata da Simone Belvedere nel saggio Mens Extensa. Illustri esperti hanno trattato una materia tanto complessa da risultare inaccessibile ai più, ed è qui che vengo al motivo di questa recensione.

Il dono prezioso che l’Autore fa a chi voglia immergersi nei meandri di questo testo è la fatica e la bellezza di sintetizzare in modo semplice e accurato secoli di riflessioni filosofiche su concetti quali anima, mente, corpo e le loro relazioni, fino ad arrivare alle più recenti indagini che intrecciano tecnologia, scienza e filosofia.

Sorprendendo persino me stessa, ho deciso di inaugurare la rubrica Rabdomanzie con un testo di saggistica e non di letteratura per un duplice motivo: da un lato, la fascinazione che le scienze cognitive esercitano su di me (in questo articolo la prova che non mento); dall’altro, il senso di eccitazione mista ad inquietudine che ha accompagnato la lettura di questo libro.

Provare un terremoto emotivo leggendo un saggio che parla di algoritmi, sistemi binari e Vita Artificiale, non è cosa da poco.

Io di computer non ne so molto eppure ho capito tutto: la sensazione è quella di essere stata presa per mano, accompagnata un passo alla volta da qualcuno che mi sussurrava all’orecchio: “ok, non è materia tua ma so che ti interessa, ti riguarda in quanto essere umano: è importante che, questa roba, tu la capisca. Ci penso io”.

Ecco, se un libro del genere mi ha appassionata come una pagina di letteratura o un film o io sono pazza o chi ha scritto ha fatto un ottimo lavoro. Entrambe le cose, certamente.

Proverò a condurvi nel viaggio senza dire tutto ma dicendo quanto mi serve per emozionarmi ancora, scrivendone. Altrimenti, che gusto c’è?

Consapevole del bagaglio, dividerò il viaggio in due tappe.

Partendo dall’antichità, planando a volo radente sui colossi della filosofia occidentale, Mens Extensa atterra con grazia sul XX secolo per affrontare il dialogo multidisciplinare instauratosi tra discipline scientifiche e filosofiche che trova forma compiuta nelle scienze cognitive.

Nate tra il 1950 e il 1960 le scienze cognitive sono la perfetta sintesi (della quale si sentiva davvero la mancanza) tra filosofia della mente, linguistica, intelligenza artificiale e neuroscienze. Avvalendosi del contributo di scienze e tecnologie, le scienze cognitive fanno in conti con il dualismo mente-corpo di cartesiana memoria che ha attraversato la storia del pensiero occidentale. Negli anni settanta si afferma una linea di pensiero definita funzionalismo computazionale: si parte dalla premessa che il computer è una macchina doppia: fisica in quanto hardware, non fisica in quanto software. Quest’ultimo, infatti, si basa su algoritmi che realizzano il programma, cioè “processi di trasformazione simbolica che non tengono conto dell’hardware e della fisica stessa, limitandosi a seguire le leggi della logica”. Alla luce della struttura della macchina-computer, emerge una metafora della mente come software implementabile da vari tipi di hardware: ed ecco che “i contenuti della mente riferiti al mondo esterno risultano spiegabili come processi computazionali”.

Il concetto di mente computazionale resiste fino alla fine del XX secolo ma è evidente come questa visione risenta ancora dell’antico dualismo mente-corpo.

Nel XXI secolo gli interrogativi sulla mente non trovano più risposte soddisfacenti in un simile dualismo che il sistema computazionale sembra ancora legittimare: una scienza cognitiva basata sul concetto di mente computazionale non considera infatti il cervello, e l’organismo in generale, che in nessun modo è divisibile dal concetto di mente. Negli ultimi anni si allontana la convinzione che le intelligenze artificiali possano aiutare a spiegare la mente umana: in primis perché mostrano “un’intelligenza diversa dalla nostra, per certi versi anche superiore, soprattutto per velocità e capacità di calcolo”; in secondo luogo, appunto, perché svincolano la mente dalla sua base materiale. Ricordiamo che nel computer software e hardware (parte fisica e non fisica) sono elementi scissi: non così nell’uomo.

Inoltre, i progressi nel campo della biologia hanno ridotto la distanza tra scienze biologiche e studio della mente e, contestualmente, le sempre più raffinate tecniche di neuroimmagine sviluppate dalle neuroscienze hanno permesso di approfondire i meccanismi che stanno alla base di fenomeni direttamente osservabili. Morale della favola: chi studia la mente oggi non può ignorare gli sviluppi della biologia e delle neuroscienze.

In che modo, allora, le tecnologie possono offrire risposte ai quesiti secolari sulla mente?

In una parola?

Simulazione.

I signori dell’Apocalisse, Parte Seconda

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa, Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

Rabdomanzie

Leggere è un’attività per rabdomanti, cercatori di cose invisibili ma necessarie.

Il rabdomante sostiene una forcella che, vibrando, gli permette di localizzare sorgenti d’acqua sotterranee o minerali nascosti. Legende dicono che anche il corpo del rabdomante sarebbe in grado di ricevere e lanciare segnali: i tendini delle sue braccia subirebbero e rivelerebbero l’umidità delle acque.

Chi legge con l’attitudine di un cercatore, un avventuriero a caccia di Sensi e Sensazioni sottesi ai Segni sulla pagina, sa che la sua penna vibra ogni volta che incontra un mistero, un codice da decifrare. E, a quella fonte, si disseta.

Leggere è un gesto che fonde la magia con la fatica di un corpo che cammina, cerca, annaspa, anela, desidera. Il lettore, come il rabdomante, resta vigile e attento ma perlopiù procede a tentoni.

Ho deciso di raccogliere alcune delle mie Rabdomanzie. Non le più fortunate, non le più riuscite ma quelle che hanno vibrato in me, persuadendomi a seguitar il cammino anche quando il passo era malcerto, il fiato mancava.

Tutte le Rabdomanzie recano impresse le vestigia del Libro che ha agitato la forcella e mosso il passo ad andare Oltre.

Non voglio indicare una via alla fonte (ammesso che io l’abbia trovata…e sì, qualche volta ho avuto fortuna), solo lasciare qualche sassolino sparso sui sentieri che io ho percorso, senza celare le cadute e le ferite.

Quello che vi auguro è non già di trovare, ma di seguitare a vibrare.

Buone Rabdomanzie.