Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

Per il mio trentacinquesimo compleanno ho salvato qualche ricordo dal ventre sfatto di case che non abiterò mai più. Chili di carta e oggetti tra i sommersi.

Tra i salvati, alla rinfusa: Il corvo e la sua colonna sonora, il diario di una sfollata a Sarajevo, It, Jack Frusciante che pedala tra i colli bolognesi, il naso rosso di Miloud Oukili e i Randagi di Bucarest, Eric Fromm, Il libro dei sogni, Christiane F e i ragazzi dello zoo di Berlino. E poi Bowie, i Sex Pistols, tutto dei Cure e quasi tutto che ricordi gli anni ’80. E poi Julien Sorel, la prima volta di ogni cosa, la letteratura francese, Mary Shelley, Jeckyll e Hide, Rocky I, Rocky II e Rocky III (passi anche il IV, per fanatismo).

Ho dieci anni la prima volta che guardo “Il corvo”. Non so cosa significhino parole come stupro e violenza però le scrivo. Scrivo che “dei delinquenti hanno stuprato e violentato” (ridondante ma per amor di efficacia) Shelly Webster nella Notte del diavolo, che il suo fidanzato Eric è tornato dal mondo dei morti per vendicarla. Eric mi piace – mi piace come si veste, mi piace che sia tornato dal mondo dei morti, mi piace che sia un giustiziere – e scopro che Eric è Brandon Lee, e scopro che Brandon Lee è morto a tre giorni dalla fine delle riprese ucciso da una pistola che non era – avrebbe dovuto essere – caricata a salve. La storia di Eric e quella di Brandon si fondono e confondono nella mia mente di bambina: comincio a credere che tra finzione e realtà ci siano slittamenti e oscillazioni degne di nota. Scivolo da un piano all’altro e guardo il film molte altre volte. Quel film mi ossessiona, mi fa capire delle cose per via di emozione. Ossessione è anche una cosa che piace e disturba, della quale non puoi fare a meno. Devo liberarmi, così scrivo. Scrivo il riassunto del film su un vecchio quaderno. È così che faccio con i film che mi ossessionano: li riguardo, scrivo i riassunti, li riguardo.

Un po’ di numeri.

Tra i dieci e i quattordici anni riguardo “Il corvo” ventiquattro volte, credo.

Ho la videocassetta, poi il dvd masterizzato, poi il cd della colonna sonora ma lo perdo, poi il dvd originale e lo perdo.

L’ossessione di bambino contiene il germe della passione adulta? Da bambini non sappiamo – quando ripetiamo un gesto, una parola – che quel ripetere, insistere, amare e non stancarsi mai di qualcosa è già destino.

A dieci anni leggo “It”.

Quel nome che senza nominare dice tutto, contiene tutto. Ma il pagliaccio non fa paura: mi piace e mi disturba. Mi ossessiona. Mi convinco che le avventure di bambini siano una faccenda terribilmente seria. Resto abbacinata dalle pagine che King scrive sul rituale dell’amplesso di gruppo. Le sento addosso, mi fanno pulsare il sesso. Questo sì, fa paura. Il film censura questo ed altri rituali contenuti nel libro. Mi sento quasi sollevata.  

È il 1992 quando John Frusciante lascia i Red Hot Chili Peppers all’apice della popolarità. Uno scrittore ruba il fatto per il titolo del suo libro. È il 1999 e ho 13 anni quando leggo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Leggo di Alex e Martino e mi viene il dubbio che morire sia un modo per uscire dalle cose.

Bologna, 1992. Alex D, diciassettenne figlio modello della buona borghesia, ci pensa ed esce anche lui dal gruppo, come John. Lui è Jack del titolo, cioè Jhon. Alex che rompe gli schemi – mi piace Alex, anche io voglio rompere le cose ma mi sento piccola e sciocca a desiderare cose del genere. Così mi limito a leggere. Alex pedala come un disperato sui colli, ascolta i Sex Pistols,  vede morire un amico, Martino. Io non sono Alex, penso. Sono Martino. Martino che non ce la fa più, Martino che si toglie la vita, Martino che scrive una lettera al suo migliore amico per dirgli cosa prova: anche lui voleva fare “un salto fuori dal cerchio”. Il salto più lungo è il per sempre del mai più. Alex fa una scelta diversa, continua a vivere e allora io sono come Alex: voglio vivere, penso che si possano rompere gli schemi pur restando vivi – aver letto aiuta – ma ancora non ho la stoffa di chi sa affermare la propria volontà, la propria personalità. Aver letto aiuta ma non è abbastanza.

1998. Vera, la professoressa di Italiano, mi regala il “Diario di Maja” di Nenad Velickovic, un libro rimasto con me per ventitre anni superando traslochi da sud a nord, da nord a sud nelle mie dodici – forse tredici, quindici, ho perso il conto – case.  Vagando, mi portavo dietro il romanzo di una sfollata. La guerra civile jugoslava e l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta raccontato attraverso gli occhi di un’adolescente. La sua famiglia, insieme ad altri sfollati, si rifugia in un Museo di cui il padre è direttore e lì, al riparo dalle granate, questi corpi restano rinchiusi, in gabbia.

“Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra”, dice Maja cercando le ragioni di un conflitto che non comprende, divenuto ormai la normalità. Comincio a intuire anch’io, chiusa “sotto”, dentro una stanza, che “sopra”, fuori, c’è la “guerra”. Comincio a intuire che gli esseri umani sono pazzi e cattivi ma Maja è brillante e ironica, scherza su tutto, anche sulla tragedia, con delicatezza. C’è posto per la speranza quando si può ancora raccontare una storia, penso.

Arriva il 2000. Ho 14 anni quando partecipo all’assemblea d’istituto più importante della mia vita. Il classico va allo scentifico ad ascoltare Miloud Oukili, il clown che ha salvato i ragazzini romeni dalle fogne e dalla droga. Miloud racconta di quando è arrivato a Bucarest, nel 1992, tramite un’associazione francese di volontariato: non arriva per restare. Però perde un treno – fatalità –  e resta – desiderio segreto che preme. Alla fine dell’assemblea compro un libriccino che racconta la storia di Miloud: “Randagi”, si chiama. Lo divoro in lacrime, decisa a cambiare le sorti del genere umano. Inizio a preoccuparmi dei “randagi” di tutto il mondo. Sogno di partire per la Romania ma non ho un soldo. Mi sento misera e inutile, come solo un adolescente può sentirsi.

Chi sono i “Randagi”?

I bambini senza futuro, gli adolescenti con la faccia di bambini e le mani impastate di colla. Bestie, per tutti. Reietti. Miloud è l’adulto rimasto bambino e i bimbi sperduti di Bucarest li ascolta, ascolta le loro storie, vive con loro nelle fogne, visita i loro orfanotrofi sozzi. Regala loro una possibilità, un senso, uno scopo. I senza amore-senza scopo-senza futuro diventano membri dell’Associazione Parada. La carovana di clown autodidatti guidata dal naso rosso e le scarpe gialle taglia 50 di Miloud parte dalla Romania e fa il giro del mondo. I bimbi sperduti fanno vorticare in aria palline e birilli, alcuni sono bravi persino con i trampoli. Chi può dire la differenza tra un mestiere, un gioco e lo scopo di tutta una vita?

Chissenefrega, i ragazzi hanno una ragione per vivere.

Miloud li toglie dai sotterranei e li porta in superficie, sulla strada ma non quella sporca e violenta. La strada degli artisti, la casa mondo di chi fa arte. “Randagi” parla di esseri umani perduti, di una città senza speranza e della speranza che arriva in città.

“E’ così brutta che finisce per piacerti. E’ così desolata da prenderla per mano e starla a coccolare. Bucarest, per quanto assomigli ad un vecchio cappotto che vorresti cambiare, è abitata da ragazze che sembrano pallide fate, di nebbia e cannella, chiare come mezze lune, sottili e divorate dal vento. Sulle sue strade camminano uomini che nascondono nelle tasche sogni così accartocciati da sembrare inesistenti, è calpestata da gambe pesanti che hanno sempre marciato come un militare, ed è toccata e accarezzata da mani che non le sanno ancora dare piacere. E’ malconcia, pure un po’ abbrutita, ma sulle sue strade, lungo i suoi marciapiedi, tra le sue case e i suoi balconi, c’è l’aria di un temporale che non vuole passare, come se la gente si fosse attaccata alle nuvole per non permettere che il sole caschi per terra.”

Ho 16 anni quando rubo di nascosto “L’arte di amare” di Erich Fromm dalla scarna libreria di casa. Accanto ci sono Freud, “Il libro dei sogni”, e Christiane F: prendo anche quelli.

Freud lo leggo alla luce del giorno, Fromm e Christiane F li sfoglio di nascosto.

Leggo il libro e guardo il film sulla vita dei ragazzi dello zoo di Berlino. La colonna sonora di Bowie mi piace ma quel libro e quel film sono un pugno allo stomaco. Riascolto Bowie e divento fanatica degli anni ‘80.  Da allora e per sempre. Di nascosto da me stessa, la notte, apro qualche pagina a caso. Christiane F mi piace e mi disturba. Mi spaventa il potere e il fascino che quel libro esercita sulla mia mente. Le storie di Detlef, Babsi, Stella, Axel e gli altri mi sembra di conoscerle bene senza averle vissute. No, certo che le ho vissute. Potrei finire male, da un momento all’altro, se non sto attenta. Sempre vicina al collasso. Anche se non fumo e non tocco alcol, a differenza dei miei compagni, sono più prossima all’abisso di quanto loro potranno mai esserlo. Sono io, il mio buco nero. Mi spaventa l’idea di perdere il controllo. No, mi atterrisce la paura di essere scoperta e punita ma vorrei perdere il controllo. No, ho perso il controllo nell’istante in cui ho aperto quel libro. Non si torna indietro da certi libri.

Allora leggo Stendhal e finisco per perdere il controllo. Il rosso e il nero, un’idea precisa di amore, e da lì tutti i classici della letteratura francese. Balzac e la commedia umana per sempre, Hugo e l’uomo che ride, Hugo e i miserabili per sempre. Ma anche gli scapigliati, la dannazione di Fosca e ogni piccola cosa scritta da Tarchetti. Ambizioni, cinismo, ipocrisia. L’amore e l’amoralità di Julien Sorel mi rivelano tutta la verità nient’altro che la verità definitiva sugli esseri umani. Passione e morte. Rosso e nero. Ai tempi ero innamorata, senza speranza di essere ricambiata, di un milanista sfegatato. Ma questa è un’altra storia. Però c’entra, forse. Tutto è connesso. L’amore è passione e morte.

Per amare devo morire d’amore? Una vita difficile ma intensa. Entro nella mente di Julien Sorel. Je suis Julien Sorel. E sono anche Madame de Rênal, e Mathilde. Posso essere amante e amata, posso essere una cinica arrivista, una nobildonna innamorata, finire in prigione, essere uccisa.

Stendhal è un fiume in piena, non mi lascia il tempo di dormire.

Quando, poco dopo, incontro Mary Shelley piango per la creatura e capisco le ragioni del creatore, quando resto sola con Jekyll non gli dico quello che Hide mi confessa. Sotto sotto mi piace Hide e mi piace fingere di giocare a fare Dio. A chi non piace?

Capisco che la vita è dolore e quando me ne accorgo l’adolescenza è finita da un pezzo e forse è colpa dei libri se ho perso la verginità. Non parlo del sesso ma di aver letto parole che mi rivelavano con onestà quello che tutti gli esseri umani tentavano di nascondermi con ipocrisia.

L’ambiguità tra bene e male è la frattura che si consuma in ogni essere umano. Ogni persona si studiava di nascondermi la verità, i libri mi dicevano tutto ciò che avrei dovuto sapere, mi preparavano all’umano errore.

Poco dopo avrei iniziato a sperimentare tutto questo nella vita, nelle persone.

Decisi che non sarei rimasta sotto, non sarei rimasta dentro, non sarei affogata nel mio stesso buco nero. Avrei fatto come Alex, come Maja, come Il corvo col coraggio di chi fa parte da sempre del club dei perdenti e, quando il gioco si fa duro, non scappa e prova a uccidere il mostro.

Fonte immagine di copertina: https://leganerd.com/2018/06/04/il-corvo-jason-momoa-abbandona-il-progetto-e-si-scusa-con-i-fan/

Tutte le immagini sono attinte dal web.

Siamo quello che Facebook ci fa ricordare?

Non serve un genio per capire con quanta acribia il team di Facebook sia impegnato nello studio del cervello umano e del suo funzionamento. La pagina dei “Ricordi”, a mio avviso, ne è la prova (una tra le tante).

(Ha qualcosa di perturbante il fatto di sapere che, mentre scrivo, Facebook mi spia e controlla se quello che scrivo potrà essere letto)

Non sono un’esperta di social media ma ho l’ambizione di abitare il presente in modo consapevole e, come forse molti di voi, per svariati motivi mi ritrovo a “stare” nei social (che del presente sono ormai non “espansione” ma “espressione”, in una identificazione quasi totalizzante: sarebbe sciocco negare questo dato di fatto).

Seguo da anni le evoluzioni delle neuroscienze, studio con occhio critico tutto ciò che mi aiuta a comprendere l’uomo e il modo in cui la mente umana funziona.

Riflettevo in questi giorni sulla relazione tra pensiero, ricordo ed emozione.

Guardo la foto di una ragazzina al concerto degli Ska P a Milano, una persona che “non so più” chi sia – sono davvero Io? Certo che no, quell’Io non esiste più, eppure – e provo quel misto di straniamento e stupore che Facebook “desidera” che io provi.

Perché Facebook sfrutta alla perfezione il modo in cui funzionano i nostri circuiti neurali secondo lo schema pensiero reiterato-ricordo installato-emozione memorizzata.

Facebook sa che rievocare quel ricordo significa suscitare, fisicamente, l’emozione ad esso legata.

Ha costruito un impero sul potere di appagare il bisogno primordiale dell’uomo di essere-restare-tornare “virtualmente” in un certo luogo, in un certo tempo.

Il solo fatto di guardare il “Ricordo” ci farà sentire esattamente come nell’istante in cui lo abbiamo postato, che ne siamo o no consapevoli (e spesso non lo siamo).

In qualche misura Facebook, “invitandoci” (per dirla garbatamente) a riguardare – e ripostare – i “Ricordi” – ossia il nostro passato – dirige la nostra mente e crea il nostro futuro.

Seguitemi un istante, vediamo insieme se il ragionamento fila: perché se c’è una logica magari c’è una soluzione, e se c’è consapevolezza della logica sottesa al funzionamemto delle cose significa che c’è ancora spazio per scegliere (poco, davvero poco).

1)Se guardiamo e ripostiamo un “Ricordo”, se facciamo quest’azione (lo so, è un gesto facile, veloce, ma si tratta pur sempre di un’azione precisa e, in quanto tale, ha delle conseguenze), stiamo affermando che desideriamo rievocare nel nostro corpo l’emozione ad esso legata: il corpo reagirà di conseguenza, positiva o negativa che sia l’emozione, secondo lo schema sopra: ripostare/ripetere/rievocare=radicare=memorizzare.

Se ci ancoriamo al “Ricordo” non solo con il “semplice” gesto del guardare ma anche con quello di livello superiore del “ripostare”, stiamo riaffermando la validità del passato nel presente e stiamo facendo un’azione fisica concreta: dire a noi stessi che l’Io di due-cinque-dieci-X anni fa in qualche misura ancora ci appartiene (anche se sappiamo che è diverso, distante; come diverso e distante è l’Io di ieri e di domani, perché da un istante all’altro non siamo già più, mai più, la stessa persona). Ecco che così dedichiamo una porzione del nostro tempo al passato ci ancoriamo ad esso emotivamente, o meglio a quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi, tra tanti passati possibili.

2)Se guardiamo il “Ricordo” ma non lo ripostiamo, cioè se guardiamo e passiamo oltre, affermiamo una maggior consapevolezza della distanza che ci separa da quell’Io che ha scritto/fotografato nel passato: lo attraversiamo, magari anche nostalgicamente, ma non sentiamo il bisogno di farlo riaggallare nel presente sulla pagina del nostro diario. Questo non significa che nel nostro corpo non sia accaduto nulla: “guardare”, come ho già avuto modo di riflettere qui e qui, è una delle azioni più potenti (spesso data per scontata nelle implicazioni proprio perché “naturale”).

Riguardare un “Ricordo”, nel bene e nel male, significa dedicare del tempo ad abitare quel passato, riaffermarlo come emozione nella nostra mente (ma senza il gesto del “ripostare” quindi, potremmo dire, con minor forza) e di nuovo rievocare=radicare=memorizzare. Ancora una volta scegliamo di abitare nel passato, o meglio in quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi.

3)Se invece siamo tra i pochissimi resistenti, totalmente disinteressati a questa funzione del social, se non guardiamo mai, o quasi mai, il “Ricordo” è molto probabile che siamo persone decisamente proiettate nel qui e ora o nel futuro, troppo impegnate a costruire una nuova identità e andare avanti per dedicare anche solo un istante della giornata a guardare il passato.

Pensiamo a quanto sia potente la dicitura “Accadde oggi”, dove il peso dell’avverbio di tempo, posto in chiusura, neutralizza il passato remoto. Il tuo ieri è il tuo “oggi”: te lo mostro affinché Tu torni (e resti?) lì, radicato nel passato.

Facebook non si è limitato a neutralizzare la fruizione del qui e ora inducendoci a immortalare il presente invece di viverlo, con la funzione “Ricordi” & simili ha fatto di più: ci immobilizza in quel presente non vissuto e, riproponendocelo, tenta di cristallizzare la nostra identità modellando anche la nostra memoria, decidendo per noi quali ricordi valga la pena di trattenere e quali no (con quale criterio, mi piacerebbe sapere dagli esperti del settore).

Ho escluso dalla casisitica una quarta possibilità ma poniamo il caso

4) di chi riposti un “Ricordo” e lo neghi, dichiarandosi distante e affermando di non appartenere più a quella parola/immagine. Da quello che so, il nostro cervello non capisce la differenza: riguardare e ripostare il contenuto significa comunque riaffermarlo e dargli potere sulla nostra mente.

Un po’ come se dicessimo in continuazione “non penso mai a X”. Ecco, il solo fatto di dirlo, o anche di pensarlo, riattiva l’immagine di X e le emozini ad essa collegate.

Senza trarre conclusioni, non ho le competenze per farlo, ma solo per porre qualche domanda: che conseguenze a lungo termine può avere questa routine nella nostra vita?

Lo scrittore è un giullare che cade a pezzi. “Le Parole dei Libri” inizia dai cocci di Binari, Brama, Blu

Lo scrittore è un giullare e chiede al Mondo: “diteci, vostra maestà, cosa dovremmo raccontare?”

In uno spazio-tempo slabbrato, che si frantuma, dove gli umani sono cocci, c’è ancora qualcuno che critica i libri che parlano di individui e mondi interiori – dateci le grandi imprese, dateci le grandi persone! – libri che pongono al centro della “storia” – ed è già sorprendente riuscire a imbastire sopra i cocci una “storia” con tanto di fine-svolgimento-inizio (no, scusate, al contrario) – l’intimità, le emozioni, il volto allo specchio.

Cioran li chiama “monadi impazzite”, questi individui che cadono a pezzi.

Come se ancora servisse ricordare che da Svevo e Pirandello in poi tutto è cambiato – all’incirca, non sono poi così sicura, non sono sicura di nulla di quello che dico, correggetemi se sbaglio – e per sempre. Può andare peggio, pensavamo. Ed è esattamente così che è andata.

Nella letteratura, oggi più di ieri, è l’individuo che conta, il modo in cui filtra il reale attraverso gli occhi gonfi di lacrime, le ferite e la propria storia personale.

Io amo i libri di carta ma spesso mi ritrovo a dover constatare che il racconto del nostro tempo non lo fanno i grandi romanzi ma gli adolescenti da milioni di followers su youtube: alcuni di loro – non tutti, per carità, non tutti, non datemi addosso (ehi, sono sempre quella che ama i libri di carta!) – parlano meglio di chiunque altro, attraverso la musica o le arti performative, di temi brucianti come il bullismo o l’identità di genere. E sì, parlano alla loro generazione ma è a me, alla mia generazione, agli adulti in generale, che hanno qualcosa da insegnare. Se volete capire di cosa parlo, guardate un video di Madame, la canzone “Voce” (non è il mio genere – sono una da Cure, Smiths, Queen, Black Sabbath, musicalmente sono ferma agli ’80-’90 – e non ho visto Sanremo: non posso farcela, è troppo anche per me che sono di larghe vedute, perciò ringrazio un’amica per la segnalazione).

La sola cosa che gli scrittori possono (e devono) fare meglio degli youtubbers (si scrive così? Scusate ma non sono una iutubber), in un tempo frantumato di umani che cadono a pezzi, è parlare di questi cocci, delle pulsioni sordide e inconfessabili che si agitano in ciascuno di noi – dentro, in fondo, nel buio, dove non si vede – e farlo con un feroce labor limae sul ritmo delle frasi e sulla scelta delle parole: che siano parole cercate, volute, scartate e ripescate. “Esiste una sola parola adatta per ciò che voglio dire”, dice Annie Ernaux in un’intervista al Corriere. Scegliere le parole, il ritmo giusto della frase, raccontare il “reale individuale”, le piccole storie di falliti e sognatori erranti, le relazioni tra esseri minimi che si percepiscono come insignificanti, ininfluenti nella Storia (e lo siamo, e lo abbiamo accettato, forse, dopo quest’anno) e farlo attraverso un filtro che amo definire “balzo oltre il reale” (questo esercizio di finzione, io credo, insieme alla scelta delle parole, è ciò che innalza al livello di arte la narrazione): il fantastico, il sogno e l’incubo, il surreale che accade, come quando guardi i rami di un albero e all’improvviso il tronco apre la bocca e ti fa entrare, o cadono i fiori arancioni dalla carta da parati e tu li afferri e li divori e sanno di cioccolato fondente o la nuvola mette i piedi per terra e comincia a rotolare e tu ci finisci dentro e sei nella tana del bianconiglio dove la regina digrigna i denti e ti morde il collo. Cose del genere. Ma va bene anche altro, anche cose migliori (erano le prime che mi venivano in mente, scusate). Ma che abbiano la forza dell’incubo, delle cose realmente inesistite, impossibili, che sfuggono al controllo degli esseri umani miseri e senza potere che siamo. Impossibili perciò necessarie.

La sola consolazione è che né le pandemie né il carcere forzato potrebbero togliere all’essere umano la capacità di immaginare. Quindi ogni scrittore che voglia dirsi umano e voglia parlare ai suoi sodali non dovrebbe mai smettere di fare la fatica che i suoi simili non fanno fino in fondo: guardarsi dentro, sprofondare e poi risalire con le lordure, uscire nel mondo e trasformare attraverso l’immaginazione. Capisco la difficoltà ma è un dovere “sociale”: nessuno chiede a nessuno di scrivere. Potresti benissimo fare l’allenatore di calcio della nazionale (potresti, giuro che potresti!) o la ballerina di burlesque (se avessi il corpo giusto, è quello che farei. Un sogno segreto. Ma non ce l’ho, il corpo giusto, perciò mi chiudo in camera e scrivo). La cosa più difficile potrebbe essere farlo nel quotidiano. Allora darsi una regola, una disciplina: una cosa tipo “immaginare/sognare per venti minuti, tre volte al giorno”. Guardare un film di Lynch o la sua intervista a una scimmia. Leggere un fumetto di Dylan Dog. Cose così. Guardare e forzare il reale ad essere altro da sé.

Gli adolescenti non stanno bene ma sono migliori degli adulti e hanno qualcosa da insegnare agli scrittori quando trovano un modo alternativo, fuori dagli schemi, per gridare il loro dolore e comunicare, condividere delle emozioni. Lo scrittore migliore, per me, è un bambino e insieme un adolescente che porta addosso il peso e la consapevolezza dei suoi cento anni. Non ha mai l’età che dichiara di avere – non guardate le biografie degli scrittori prima di leggerli, non fate loro questo torto: leggete le loro parole! – e sa troppe cose, pensa troppo, ne ha viste troppe (spesso solo nella propria mente) cose che voi umani – l’orrore! L’orrore! L’orrore! – e quindi le può raccontare. Le deve raccontare. Quantomeno per liberarsene.

È così che, senza la pretesa di influire sulla Storia, influisce sulla vita di una persona, una o due al massimo magari, specie se non è famoso e non è pubblicato da colossi del mercato editoriale. Ma è grazie a questo dono che ha cambiato la storia, e la vita, di uno o due persone (dai, facciamo che siano tre, dieci, cento, mille…aiutiamo gli scrittori che se lo meritano, ricordando che la maggior parte di loro non ha le doti comunicative di uno iutubber).

Ho inaugurato per il progetto La Lupa l’iniziativa Le Parole dei Libri proprio con questo scopo: raccontare in maniera istintiva e labirintica (diversamente non so fare, e credo questo articolo ne sia la dimostrazione) i libri degli scrittori del mio tempo che, con le loro parole, hanno influito come forse mai avrebbero immaginato sulla mia storia personale. E raccontare le loro pagine attraversando le parole che ritornano ossessivamente nella loro Voce.

Anche per dire loro Grazie. Nessuno dice Grazie a chi scrive mentre scrive. Bisogna dire loro Grazie non tanto per i libri che hanno già scritto ma per quelli che stanno scrivendo in questo momento. Sperando che continuino a scrivere. Perché trovare una Voce, ad ogni livello (non solo nella scrittura) è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere nella vita di un essere umano. E il fatto che loro ci siano riusciti proprio mentre cadevano a pezzi, come tutti noi, è una dimostrazione di coraggio che fa ben sperare. I loro libri sfondano spesso il muro del reale, non sono mai banali e sono scritti bene, con rigore e amore per le parole.

Il primo appuntamento dell’iniziativa è stato una diretta sgangherata dedicata a tre scrittrici Monica Pezzella, Ilaria Palomba, Giorgia Tribuiani. I libri: Binari, Terrarossa edizioni; Brama, Giulio Perrone Editore; Blu, Fazi Editore.

Perlopiù improvviso. Spero di migliorare col tempo. Ma sono felice di aver iniziato con queste tre Voci straordinarie. Sapevo che la forza dei loro Libri avrebbe compensato la mia inettitudine ai social.

Le recensioni e le interviste ai libri le trovate online. Qui ne linko tre per chi volesse approfondire:

Monica Pezzella, Binari

Ilaria Palomba, Brama

Giorgia Tribuiani, Blu

P.S. Quasi sempre dico “scrittore” come direi “poeta”, quando non mi riferisco a persone specifiche.

Chi mi conosce sa perché non sento il bisogno di specificare. Ci siamo intesi. Gli altri possono sempre chiedere o leggere qui.

Il Donatore

Lo psicoterapeuta: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Fa scorrere l’indice sinistro lungo la fronte.

Il medico chirurgo: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Indice puntato sulla fronte.

Lo sconosciuto sulla panchina del parco: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Come sopra.

Parliamo di questa singolare specie di “malattia” moderna: l’emotività.

Conseguenze: disturbi alimentari, gravi disturbi intestinali, frequenti stati d’ansia, crisi depressive.

Cosa mi sono persa? Quand’è che il mondo è diventato un posto in cui l’emotivo, l’empatico, ha iniziato ad essere etichettato come disturbato, un problema, qualcuno da guarire?

Quando?

Devi imparare a proteggerti, dice. Non sono gli altri, sei tu. Sei sempre tu. A sbagliare sei tu che ti lasci ferire. Tu che ti lasci invadere.

Per rendere onore a questo Tu martoriato lo chiameremo, da qui in avanti, il “Donatore”.

Sto raccogliendo storie di esseri umani, molto spesso donne, che condividono questo disturbo di emotività, altrimenti detto: amare senza preoccuparsi delle conseguenze, aderire carne e spirito alle cose del mondo, lasciarsi penetrare, lasciarsi attraversare a tal segno da “farsi venire” i crampi allo stomaco, soli nella stanza, quando nessuno vi vede. Perché sì, nel momento in cui ci si fa male si è sempre soli.

Non so se sia sempre stato così, il mondo. Non lo so davvero. Attendo che qualcuno mi illumini e lo dica. Nella mia ingenuità dico che no, ci deve essere stato un tempo in cui nessun medico diceva “devi guarire” se ammettevi “sono una persona sensibile. Come dice lei, emotiva”.

Vivere in un mondo in cui essere empatici, sentire l’altro, è l’errore. Un difetto di fabbrica.

Hai voglia a leggere manuali di self-help e neuroscienze, fare yoga e imparare le migliori tecniche di respirazione mutuate dalla meditazione. Hai voglia a dire “rilassati, respira” e “andrà tutto bene”. Ci si può lavorare ma no, non si può trovare una “cura”. O meglio, si può. Però ci vogliono anni, allenamento quotidiano, sacrifici immani del corpo e della mente. Se si è “Donatori” nel modo in cui ho descritto si rischia piuttosto d’essere tentati di passare direttamente dalla porte opposta della barricata, al Lato Oscuro della Forza. Troppa fatica. Passare da “donatore” a “carnefice” è più facile. Lo sappiamo che i poli opposti si toccano. Lo sappiamo. Trovare l’equilibrio è una lotta quotidiana, un lavoro di anni, un risultato mai definitivo, sempre da riguadagnare, e può essere complicato. E doloroso. Come le neuroscienze ci insegnano, il nostro cervello allenato a pensare determinati pensieri, anche se deleteri, si sente confortato dalla “familiarità” con essi e tende a restare nella zona di comfort piuttosto che cambiare.

Attenzione: il “Donatore” è, come tutti gli esseri umani, un egoista. Non sopporta di scontentare o ferire gli altri perché non sa sostenere il loro volto contrariato o rabbuiato dalla delusione. Perché una delle caratteristiche del “Donatore” è di farsi contagiare. Uso il termine “contagiare” non a caso. La malattia più pericolosa per il “Donatore” è proprio il dolore dell’altro. Causarlo è la sua peggiore paura. Vedere l’altro felice lo rende davvero felice. Vale con tutta la complessa gamma di sentimenti. È la sua droga, non sa farne a meno.

Hanno ragione i medici, allora? Bisogna curarlo?

Quello che sto imparando facendo ricerche sul campo è che si può imparare ad essere, per così dire, “Donatori selettivi”.

Il Donatore selettivo è qualcuno che non si libera di sé stesso ma comprende il valore del proprio dono e impara – col tempo, a costo di immani sacrifici – a non svenderlo a chiunque (a differenza di quel che si va dicendo, le cose “in saldo”, le cose “a prezzo stracciato” non piacciono a nessuno, non fanno venire l’acquolina in bocca. Certo che la gente le compra, le prende ma subito se ne dimentica. Sono le cose costose, esclusive e prestigiose che segretamente desidera proprio perché non è facile averle).

Il Donatore selettivo è qualcuno che ha imparato a donare a coloro che:

  1. Non possiedono un ego smisurato, forti tendenze al narcisismo e alla manipolazione dell’altro (capiamoli, i narcisisti manipolatori: anche loro hanno un “problema”. Qualche volta nemmeno se ne rendono conto ma, in ogni caso, non è affar nostro. Quella tra donatore e narcisista è una relazione destinata alla distruzione. Del Donatore, è chiaro)
  2. Sono disposti a donare almeno con la stessa intensità. Meglio se maggiore, per compensare le scudisciate del passato.
  3. Sono capaci di ringraziare. Alle volte basta dire “grazie” e capire quando smettere di prendere da qualcuno che è portato a dare compulsivamente.
  4. Si impegnano solennemente a non usare la sua sensibilità come arma per ferirlo, umiliarlo, offenderlo. E dico “si impegnano” perché non si può pretendere troppo dall’animale umano, naturalmente polemico (“polemos”, guerra), votato al conflitto e al saccheggio. “Homo homini lupus” è la regola nell’ingaggio sociale e vale da sempre e per sempre, che piaccia o meno.

Quello che sto imparando raccogliendo storie e umanità ferite è, sopra ogni cosa, che esiste una comunità di anime affini. È un impegno, un lavoro a tempo pieno, questa annosa ricerca, ma si può fare. Ed è di queste anime che il Donatore deve imparare a circondarsi.

Unbound_la Venere interrotta

Insieme alle tre donne spezzate della mia famiglia – Madre, Nonna, Prozia – ci sono almeno altre due figure di Donna che giganteggiano nella mia vita, se pur per ragioni diverse.

La loro forza è nelle Parole: quelle che, leggendole senza nulla sapere del volto che celano, ti rivelano a te stessa. Se ne fregano del tuo nome, di chi sei o sei stato, da dove vieni.

Le parole sono quelle di Simone De Beauvoir e Anais Nin.

C’è una questione che mi assedia da anni – e che so di non essere la sola a porre – relativa al parallelo tra queste due scrittrici.

Sintetizzando in una domanda: quali sono le ragioni che hanno condotto l’una nell’empireo dell’indiscussa gloria letteraria e mantenuto l’altra nell’ombra, come figura di secondo piano?

L’accostamento muove da ragioni di natura personale ed emotiva, dicevo, ma ha un valore anche sul piano generale: come emerge dalle date – Anais Nin (1903-1977), Simone De Beauvoir (1908-1986) – le due autrici sono coeve.

Non è certo il luogo in cui esaurire la questione ma trovo utile mettere nero su bianco qualche suggestione – labirintica, senza nessuna pretesa se non quella di lanciare un sasso per sentire come rotola, si schianta o fa rumore – sperando di fare un dono specialmente a chi non conosce la figura di Anais.

Ho sempre pensato che per la carica esplosiva a livello sensuale e sessuale, per l’essere così presente in carne e corpo in ogni cosa, oltre che per la dedizione quasi totalizzante alla vita intima, interiore e onirica, la Scrittura di Anais Nin sia stata – prima e dopo la morte – fortemente penalizzata.

Nei suoi Diari, Anais fa continuo riferimento ai dialoghi con Otto Rank, figura di spicco della filosofia e della psicanalisi del tempo, impegnato a mescolare tale disciplina allo studio di ambiti quali leggenda, mito, letteratura, arte (consiglio la lettura della sua opera “Il doppio”, edizione SE).

In molte pagine, Anais ci racconta sia dell’attività di modella al soldo di pittori sia di un certo tipo di letteratura erotica su commissione che dovette piegarsi a scrivere non di rado.

A differenza di Simone, Anais soffrì molti momenti di grave ristrettezza economica, oltre ad essere tormentata dall’indifferenza, quando non ostilità, della critica letteraria, e dovette lavorare su più fronti per difendere la propria scrittura, non ultimo quello materiale.

Non di rado gli editori rispondevano lodando la sua scrittura come “insolita” o “meravigliosa”, sottolineandone l’innegabile qualità letteraria e, al contempo, lamentando la difficoltà, se non impossibilità, di piazzare l’opera di Anais sul mercato (nel Diario V sono riportate alcune di queste risposte).

Come se non bastasse, Anais era una donna oltremodo generosa nel donarsi e nel donare denaro a chi le chiedeva aiuto, inclusi scrittori o artisti (spesso di sesso maschile) che magari avevano o avrebbero avuto più successo di lei. Sono convinta, come del resto emerge leggendo i Diari, che la sua sensibilità, le sue inquietudini interiori e le sue fragilità da questo punto di vista l’abbiano penalizzata (come invece, da altri punti di vista, l’hanno resa la Voce unica che è).

Simone, come ci lascia intendere in Memorie d’una ragazza per bene (primo capitolo della vasta autobiografia) è stata una bambina molto amata e, in qualche misura, “viziata” (possiamo dirlo senza offenderla? Penso proprio di sì).

Inoltre, cresciuta in una famiglia borghese, cattolica e tradizionalista, in qualche misura non si è mai liberata di quel pudore di fondo ed è con grande cautela che ci parla sempre del corpo e del sesso. Nonostante abbia dedicato a temi simili un libro voluminoso dal titolo esemplificativo “Il secondo sesso” (che divenne presto punto di riferimento essenziale per gli studi sulla questione femminile) la mia percezione personale è che abbia toccato il tema, per così dire, “con le pinze”, restando a debita distanza “fisica” dalla questione. Questo non vuol essere un giudizio di merito: trattare il corpo e la sessualità lo si può fare in molti modi e quello da lei scelto è il saggio, una forma più “didattica”, per così dire.

Ma, in che senso restando a debita distanza “fisica” dalla questione?

Nella vita e nella scrittura di Anais la potenza sensuale e sessuale è ovunque nel corpo e nel suono, come nel segno e nel senso delle parole. Per dirla altrimenti, laddove con Simone comprendo la realtà per via intellettuale, con Anais sono obbligata a lasciarmi attraversare: ho voglia di avere un rapporto quasi fisico con le parole, leccarle, strapparle dalla pagina, danzarci sopra, sotto, dentro.

Dipingermele addosso. Farmi penetrare.

Le parole di Simone, in un certo senso, entrano nella testa, scivolano lungo la spina dorsale e poi giungono al cuore: le comprendo e le sento per via di ragione e delicata vibrazione.

Quelle di Anais penetrano attraverso la bocca, la saliva le porta direttamente al ventre e al sesso e poi le fa schizzare alla testa, dove restano per farsi senso, sedimentare ed essere rielaborate: sento l’altrove pulsare dentro le vene e comprendo la gioia del reale nel modo selvaggio in cui un amplesso potrebbe insegnarmelo.

Quello che, mente scrivo, sto immaginando, è che una vita vissuta in maniera tanto vorace, unita al fatto di dire liberamente – per come lei desiderava dirlo – “poso nuda”, “sono una modella” e, al contempo, “sono una scrittrice”, facesse storcere il naso.

Allora come oggi, forse. Anzi, senza forse.

Come se quest’uso del corpo libero da lacci e lacciuoli sminuisse o addirittura annullasse il suo valore come “scrittrice”.

Come se una donna dovesse fare una scelta di campo tra questi due mondi.

Dico una mia sensazione.

Non contesto il valore di De Beauvoir ma credo sinceramente che si sia fatto un torto ad Anais lasciandola in secondo piano.

Bisogna aver messo in dialogo le loro opere, per penetrare questa sensazione.

Se penso al perché una delle due sia emersa dalle fauci del buio, giganteggiando nell’empireo della Grande Letteratura, e l’altra sia rimasta più nell’ombra, non trovo la risposta nel valore della Pagina, impagabile in entrambi i casi, ma, semplificando moltissimo, nel fatto che Simone fosse più “contenuta” su certi temi, nella scrittura come nella vita, e che si sia impegnata moltissimo in politica e nel sociale, affiancando per di più il colosso della filosofia esistenzialista Sartre.

Dal canto suo, Anais invece aveva una relazione ben più tormentata e irrequieta – come lo era il suo animo – con lo scrittore Henry Miller, più celebre di lei (a mio giudizio – e questo sì è un giudizio personalissimo – immeritatamente).

Qui il parallelismo sorge spontaneo: Sartre e De Beauvoir furono e restarono, nella vita come nella letteratura, due giganti; la coppia Miller-Nin invece fu abitata da squilibri colossali. Anche in questo caso, la questione è complessa: la vita amorosa di Anais appare ben più tormentata di quella di Simone, basti pensare al triangolo Anais – Henry – June, moglie di Miller che Anais amò con spietato abbandono.

Esiste un testo che isola questo tema, “Henry e June” (pagine tratte dal diario non censurato di Anais) dal quale nel 1990 è stato tratto un film con Uma Thurman nel ruolo di Jane Miller. Esiste anche l’epistolario “Storia di una passione. Lettere 1932-1953” che testimonia gioie e cadute di questo amore.

Tutto questo per dire che Anais, rispetto a Simone, si concentra soprattutto sul mondo interiore e onirico dell’essere umano. Niente impegno politico e sociale. Eppure nei Diari, che offrono potenti lezioni di vita e di scrittura, intreccia meravigliosamente sogni, incubi e riflessioni su dati concreti quali il contesto sociale, usi e costumi del Messico e dei paesi nei quali si trova a viaggiare, il mercato editoriale, pennellate su artisti e protagonisti del mondo culturale del calibro di Tennesse Williams, e molto altro.

Verrebbe quasi da pensare che la dimensione onirica e interiore eletta al rango di protagonista finisca per contare meno dell’impegno sociale.

Sarebbe come sostenere che “la poesia non serve a niente” solo perché parla di piccole cose e “piccole persone”, citando Anna Maria Ortese.

Ma è di letteratura che stiamo parlando. Però, direbbe la Woolf, un istante: donne e letteratura, forse, è il vero tema.

Viene il dubbio che, in un mondo che fatica ad accettare che una donna possa mettersi in bocca e sulla pelle certe parole e certe immagini proprio come farebbe un uomo (come di fatto Henry Miller faceva nei suoi libri), una come Anais Nin non possa trovare spazio.

Chiudo con questa provocazione e rilancio precisando che Anais non si è mai definita femminista – come del resto altre grandi scrittrici delle quali la causa femminista ha finito per appropriarsi – eppure le sue pagine sono colme del desiderio di riscattare l’universo femminile, e il corpo in generale, dalle gabbie morali e sociali.

Anais non ha mai perorato cause pubbliche, non è mai stata un’attivista per i diritti della donna, non credo di averla mai “vista” in piazza con un cartello a protestare, eppure le pagine del suo diario e, a essere onesti, l’intera sua opera, se la si legge con attenzione, dimostrano come si può dire anche in forma informe di mistero e poesia, con prosa lirica e onrica, la stessa identica cosa.

Si può dirlo dichiarando “io sono femminista” e scrivendoci sopra un bellissimo saggio – come Il secondo sesso – oppure facendo del proprio corpo ciò che si desidera, offrendolo nudo senza paura, dipingendo le parole con la lingua e il colore e scrivendo libri che affermano continuamente quella libertà.

Passi Scelti

“..trovavo una certa dolcezza in questa nostalgia (…) avevo ritrovato la pace del corpo: questa decisa separazione lo sottoponeva a meno dura prova che non un incessante vai e vieni tra la presenza e l’assenza…”

“…uscivo vittoriosa dalla prova cui ero stata sottoposta; l’assenza, la solitudine, non avevano intaccato la mia felicità…”

“…mi parve d’esser sfuggita alla morte, e per sempre. Nel mio sollievo c’era perfino qualcosa di trionfante; decisamente ero nata con la camicia; la sfortuna non m’avrebbe mai raggiunta.”

Simone De Beauvoir, L’età forte

“La vita per me è una danza profonda, sacra, allegra, misteriosa, piena di sentimento. Ma è una danza. Per mercati, bordelli, mattatoi, macellerie, ospedali, io cammino col mio sogno spiegato, e mi perdo nei miei labirinti, e il sogno mi porta a gonfie vele.

Anais Nin, Diario 1934-1939

“Io vedo me stessa e la mia vita ogni giorno in modo diverso (…).

Cambio ogni giorno, cambio modelli, concetti, interpretazione. Sono una serie di umori e di sensazioni. Recito mille ruoli. Piango quando scopro che gli altri li recitano nei miei confronti.

Il mio vero io è sconosciuto (…).Creo un mito e una leggenda, una bugia, una favola, un mondo magico, un mondo che crolla ogni giorno e mi fa venir voglia di imboccare la strada di Virginia Woolf (…) Non ho fiducia in me stessa e ho una grande fiducia negli altri. Ho bisogno d’amore…

Inciampo e faccio errori, e spesso vorrei morire

(…)Penso che la vita sia tragica, non comica, perché non sono capace di distacco.

Ho peccato di idealismo, ho peccato di tutto, ma non di distacco.

Ho vissuto negli abissi (…) e non salgo quasi mai in superficie (…).

…non rinuncerò ad alcun sogno, non mi rassegnerò alla bruttezza, non accetterò alcun mondo se non quello creato da me (…) Soffro di una solitudine cronica.

Non mi sposerò mai, non avrò mai una casa. Il mio simbolo è una nave errante.

…ho sperimentato tutto e ora sono pronta a ricominciare daccapo”.

ANAIS NIN, DIARIO 1944-1947

La gente che trovo irresistibile è quella in cui non è stato ucciso il bambino.

Le qualità di apertura, fiducia, curiosità, tenerezza, impazienza, entusiasmo e altre indefinibili, vengono dal bambino che c’è in noi e sono fonte di fascino.

La risata e il sorriso che non calcolano, la spontaneità che non è bloccata.

Non riesco a ricordare un fascino “adulto” e non so nemmeno se esiste.

Anais Nin, Diario 1955-1966

“La fabulazione ci insegna che i dolori della vita sono significativi. La fabulazione recupera il significato. L’esperienza che si vive giorno per giorno può sembrare futile, distruttiva perché manca la visione della sua totalità. Nel romanzo acquista uno schema. È fabulazione. Va al di là del dolore verso modelli di significanza che ci consolano di tutte le angosce, e ne scoprono l’altezza”

Diario 1947-1955

“Essendo quello che sei, devi capire la gioia quasi dolorosa che provo per averti incontrata, gioia e stupore. Trovo colmata, in tutti i modi, la mia infinita solitudine, colmata in un modo che mi spaventa (….) e quasi non credo che tu ed io apparteniamo a questo mondo, ed è proprio questo, questo incontro troppo perfetto, che mi turba come un dolore. (…) I tuoi silenzi sono come i miei. Sei la sola di fronte alla quale non mi vergogni dei miei silenzi. (…) Tu mi metti di fronte al meglio o al peggio di me, ma, davanti a te, sento che non c’è bisogno che mi vergogni. Tu abiti il mio stesso dominio, ma puoi darmi tutto quello di cui manco, sei il mio complemento. La nostra immaginazione ama le stesse immagini, desidera le stesse forme, le stesse creazioni (…).

Una fatalità che è al di là di noi, ci ha spinto l’uno verso l’altro, e tu ne eri consapevole, tu hai visto le somiglianze, hai intuito il bene che avremmo potuto farci a vicenda.”

Lettera di Antonin Artaud ad Anais Nin, cit. in Anais Nin, Diario 1931-1934

Guarire non è la soluzione

Per anni ho ascoltato le parole di chi dà buoni consigli perché non può dare il cattivo esempio.

Poi capisci, e smetti di dar credito a chi finge di interessarsi alla tua sorte quando nei fatti, guardandoti, non riesce ad accettare il mondo che porti. Avida di capire le cose del mondo, disimparavo la mia verità. Ma tutto è stato necessario per arrivar fin qui. Semplificando moltissimo, guru e santoni dicono che ci si ammala per attirare l’attenzione, perché si cerca amore. Sono d’accordo con guru e santoni. Poi però bisognerebbe indagare, capire cosa significhi per il singolo individuo la parola “amore”. Perché quando usiamo una parola come “amore” – ormai trita per il suo esser abusata, ormai così generica – non intendiamo tutti la stessa cosa. Rispetto? Accettazione? Cura? Gratificazione? E via di seguito. La lista di possibili potrebbe estendersi all’infinito. E poi, accettazione e rispetto da chi? Dal partner? Dalla madre e dal padre? Dal mondo intero? Da chi si vuole ottenere ciò che si desidera con tanto ardore?

Cosa intendo io per amore? Quando, a diciannove anni, una notte di luglio alle colonne di San Lorenzo, il mio compagno di allora – quello degli amori romantici che ti pugnalano alle spalle e servono a soffrire come si deve e farsi lo scudo – me lo chiese: “rispetto”, risposi. Quindici anni dopo, la mia risposta non è cambiata. Rispetto è un composto di re- “indietro” e spicio, verbo che in latino significa “osservare”, “guardare”. Ed è questo sguardo che sa penetrare il valore, uno sguardo che senza sapere il prima e il dopo di un’anima sa intuirlo, non insozzarne il colore. Il rispetto di cui parlo – quello che non bisognerebbe chiedere, ché il doverlo chiedere già ne avvilisce il senso – è la capacità dell’altro di accogliere l’immagine che io gli offro, non quella che l’altro sceglie per me. Non si può pretendere da chiunque lo stesso grado di sensibilità e acutezza. Così ci si stanca della pantomima e si sceglie di non offrirsi alle persone. E si è anche abbastanza intelligenti e consapevoli da non fargliene una colpa. Quello che vedete di una persona quando vi si para innanzi, corpo e respiro, è solo una presenza simulacrale, una forma possibile, una proiezione che costruite addosso a quell’essere umano filtrandola sulla base del vostro vissuto: quello che vedete di una persona è quello che siete, non ciò che quella persona è. Specialmente quando notate, di quella persona, qualcosa che non vi garba o addirittura vi infastidisce. Bisognerebbe chiedersi sempre: cosa c’è che non vedo?

Questa incomprensione di fondo nelle relazioni umane per me è disumana e mi fa soffrire.

Ciò che io sono non è ciò che sono e di cui non posso liberarmi – questo corpo questi occhi questo respiro – tutto ciò che vi si para innanzi quando mi guardate. Ciò che sono è il modo in cui io scelgo liberamente di proiettarmi, anche mentendo, nelle mie parole, nei miei disegni, nei miei sogni e nei miei incubi. Ma come puoi far comprendere una frase del genere a chi sgrana gli occhi e non capisce il senso di queste parole? L’arte per la quale una persona sputa sangue all’angolo dei perdenti, spesso alle corde, senza mai gettare la spugna è la vita della quale quella persona non può fare a meno: una vita che continuamente si esprime nel balzo oltre il reale ed esiste SOLO nella misura in cui lo trasfigura, questo reale. Il punto è che per certe persone tutto questo è futile, inessenziale, ridicolo, vale meno di zero, e a parlarne come di vita vera si fa la figura del giullare a corte. Mentre per me questa trasfigurazione, questa tana del bianconiglio non è una menzogna, non è un divertissement bensì la sola realtà cui riesco ancora a dare credito. Ed è la sola realtà perché è quella che scelgo. Perché ciò su cui, di me, non ho avuto alcuna voce in capitolo non è la mia verità. Io esisto nella misura in cui mi sogno e mi desidero, e solo in quella forma di sogno e desiderio.

Nascere è solo un accidente, qualcosa che capita e tu non puoi farci niente. E non è detto che la cosa ti piaccia. Magari non è l’abito che avresti scelto per te. Certo che esisto per come mi vedete camminare per strada o mangiare un piatto di pasta al sugo, mio malgrado. Ma lì mi sento inadatta e per me quell’azione vale meno di zero. Se volete sapere chi sono leggete le mie parole, guardate i miei disegni, fidatevi del balzo oltre il reale che vi propongo. Tutto il resto è artificio. Non dico che non ci sia del vero: con l’esperienza del vivere, con la pratica obbligata, qualcosa si riesce sempre ad apprendere e salvaguardare. Ma tutte le volte che si apre la porta della stanza e si esce da se stessi si perde in onestà e libertà. Siamo quello che siamo nelle nostre solitudini.

Quando si prova a tradurre in vita, al cospetto degli altri, l’integrità di questa verità che si nutre di silenzi non si può che fare una triste figura. Dovendo scegliere, scelgo di aderire ai miei simulacri, alle proiezioni che io creo di me stessa, non a quelle degli altri. Se le ho create, queste immagini di sogno, se le ho fatte esistere, significa che per me hanno valore. Ma se queste immagini che io propongo non vengono accettate, se vengono derise, respinte o ignorate, è naturale che, tornando al punto iniziale, la guarigione non può esistere. La malattia diventa cronica e bisogna limitare i danni restando a contatto con quei pochi esseri umani che mostrano di capire, e rispettare. In ciò che scrivo, nell’arte che creo si consuma tutto ciò che, di me, ai miei occhi ha peso e valore. Questa è la mia malattia. E non sono di quei malati che non vogliono guarire. Ce l’ho messa tutta. Ma, alle volte, questo gioco non vale la candela.

Guarire non sempre è la soluzione.

Alle volte, bisogna convivere con la propria malattia. E accettare che in questo essere in lotta con se stessi non c’è nulla di male.

Ph. Carmine Prestipino

Lettera a E. D.

Cara Emily,

ti scrivo per diletto e per schiantare il colore perché la solitudine è la tela sulla quale abbiamo reciso, incidendolo, qualche ramo storto, il petalo di un fiore. Nasciamo pagina bianca, subito viene il Nome, nostro malgrado. E tutte le vite che manchiamo ci cadono addosso come volti, come storie. Proviamo a farne qualcosa per non soccombere al pensiero di essere solo un Io.

Tu. Io. Sole.

Tu sai che ci sono silenzi che è meglio non dire, non sta bene. Io sono uno di quelli, mi piace troppo spesso abbandonarmi al suono di chi sogna e non vive o, vivendo, si consuma nella tentazione di cadere, di svanire.

Come può il silenzio fare tanto rumore?

Da qualche tempo mi sono trasferita in campagna: il mio silenzio partecipa dei suoi umori. Stamane, camminando per boschi, ho colto da terra una grande foglia secca e gialla, con venature rosse in rilievo. L’ho portata a casa, non meritava di essere calpestata. Ma in fondo quello era il suo destino.

Come si fa a ricomporre il senso di un evento mentre lo si vive?

Quando ho poggiato la foglia sul tavolo, la finestra era aperta e un vento gelido l’ha sollevata: l’ho vista scivolare via, cadere senza far rumore.

Un istante dopo, un uomo qualunque vestito di blu ci camminava sopra.

Se si spezza la misura del tempo, presto saremo sorelle.

Ti porto nel cuore,

M.

Venti. Cercare, lasciar andare

Se hai bisogno di cercarlo, significa che l’hai già perduto.

***

Si resta bambini solo per riconquistare il maltolto.

***

Non avremo perduto tutto finché non avremo smesso d’immaginarlo.

***

Città. Frale,

malsicuro ostello dei paria,

diseredati, Sradicati,

per destino, per scelta.

Smaniose di ‘Esserci’, mille e più Voci s’affollano. Non una che si oda davvero.

Qui, a mia Voce eleggo

il Silenzio. Vessato, invilito, sopraffatto,

Oggi, da bercianti rimbrotti, Domani sarà il grido che schianterà

il vostro cuore.

***

La bontà cieca è

stupidità.

In un cuore che si lascia attraversare, la gentilezza a prescindere, a proprio discapito,

quella gentilezza, dico, che il beneficato non ha gli strumenti per leggere,

vedere o, vieppiù, della quale si prende gioco,

è un grido di umanità violata rotto dal dolore.

Perniciosa per l’animo di chi la concede, inutile per chi (non) la riceve.

Il valore di un gesto, di una parola, nella polifonia del dialogo, esiste solo se è compreso.

Altrimenti, resta un monologo vacuo.

Altrimenti, quel valore esiste solo per chi lo muove.

Ed è nella solitudine che va cullato, protetto, per non smarrirsi,

non essere contaminato dalla cecità o dalla malagrazia altrui,

per non avvilirsi a tal segno da non volersi,

da non cercarsi più.

Abbiate cura di voi, durante il cammino.

Voltatevi indietro per ringraziare coloro dai quali vi siete lasciati ferire e poi

strappate la pagina

leccatela

sputatele addosso e

lasciatela andare.

In copertina: foto di Carmine Fotografie

Natale è tenere insieme i pezzi

È Natale. Provo a tenere insieme i pezzi di una famiglia che non esiste.

Mia sorella, pur di non vivere sotto lo stesso tetto con mia madre, dopo il liceo ha messo da parte l’idea di studiare e si è trovata un lavoro full time come cameriera. Full time, in gergo, da queste parti significa almeno dodici ore al giorno. È talmente brava e motivata che l’hanno assunta con regolare contratto. Al sud, cose da pazzi! Ora vive in centro città, paga l’affitto di una casa in cui torna solo per dormire e, siccome sono tempi duri, rinuncia al giorno di ferie. È felice, dice. Ed io le credo, nonostante veda il suo volto di diciannovenne consumarsi anzitempo dietro abili pennellate di rosso sulle labbra, capelli lisci come fili d’oro sempre freschi di piastra, il sorriso largo e gli occhi piccoli piccoli di pianto nascosto. È orgogliosa. Le credo perché, come me molti anni or sono, si è tolta quel peso: vivere sotto lo stesso tetto con mia madre. Quindici anni fa, pur di non vivere sotto lo stesso tetto con mia madre, volai a millequattrocento chilometri di distanza. Millequattrocento. Un pò plateale, lo ammetto. Ma solo le figlie di mia madre possono capire. E siamo solo in due. Gli altri, si limitano ad intuire.

Mia madre è sola. Non perchè qualcuno l’abbia lasciata sola, cosa che nei fatti è accaduta. Mia madre è invincibilmente e ineluttabilmente sola. Qualcosa le è rimasto impigliato nel cuore in un tempo del quale non ho contezza. Qualcosa del quale non riesce, non sa e non vuole liberarsi. Qualcosa, l’ha resa la donna arrabbiata e diffidente che ho imparato a conoscere. Qualcosa che, nonostante tutto, ho il terrore che alla lunga finisca per toccare anche me. Non è forse questa la paura più grande di certi figli? No, io non sarò mai come mia madre, non sarò mai come mio padre. Non commetterò gli stessi errori.

Mia madre si comporta come se tutto il mondo fosse orribile. Tutto. Si lamenta. Si lamenta sempre. Si lamenta di tutto. Anche questa pandemia per lei è un complotto del mondo nei suoi confronti. Eppure domani è Natale. E la famiglia che mia madre ha lottato per costruire con rudimenti d’amore parentale scarsissimi (i miei nonni erano genitori tutt’altro che innamorati, tutt’altro che genitori) e con ferri arrugginiti agguantati a caro prezzo dagli sconosciuti – questa famiglia, dico, la nostra famiglia – non esiste.

Tu sei sempre stata buona di carattere, tua sorella ha qualcosa che non va, ama ripetere mia madre, anche in presenza di mia sorella. Mia sorella non mi odia per questo, almeno spero, ma certo non dev’essere stato facile, mentre ero lontana, crescere con una madre che le ripeteva di non valere niente. Tranquilla, la rassicuro, lo diceva anche a me quando avevo la tua età. Abbi pazienza ancora una quindicina d’anni: non cambierà opinione ma si stancherà di dirlo. In realtà, mento: mia madre è un’instancabile insoddisfatta e non perde mai occasione di ricordarti che non sei o non fai abbastanza. Io non penso affatto che mia madre sia cattiva, ha solo sbagliato “mestiere”, se così si può dire. In un mondo ideale la smetteremo di pensare che “essere madre” è la “vocazione naturale” di ogni donna. Non qui, non ancora. Ci stiamo lavorando. Penso invece che mia madre fosse una bravissima ballerina: da bambina restavo sedotta guardandola esercitarsi in sala prove; quelli in cui danzava, stretta nel suo body colorato e nei pantacollant anni ottanta, erano i momenti in cui la vedevo sempre sinceramente felice. Penso che avrebbe dovuto continuare su quella strada e poi magari insegnare, aprirsi una scuola di danza tutta sua: mia madre ha anche la naturale vocazione ad essere “capo”, a organizzare le cose, a far quadrare i conti; in casa lo ha sempre fatto in maniera straordinaria. Penso che avrebbe dovuto credere di più in sé stessa e sono quasi certa che non abbia avuto accanto qualcuno che credesse abbastanza in lei, abbastanza da ripeterglielo e persuaderla. Nella vita si salvano solo coloro che hanno la fortuna di trovare uno o più “aiutanti”. Non dico tanto per dire, l’ho imparato di recente. Soli, non siamo niente. Soli, non possiamo farcela.

Il punto è che domani è Natale e io sono quella buona. Se la morte non santifica nessuno, il Natale forse sì, mi dico. Quando mia madre morirà non smetterò di pensare a tutto il bene e a tutto il “male” che ci ha fatto. Con quel carico di rancore verso non so chi e non so cosa rigettato su di noi, con i suoi che schifo, vergognati, non stai bene, sei orribile, sei cattiva. Ma oggi, pensare a mia madre sola in una casa gelida (lo è davvero, gelida) il giorno di Natale mi spezza: non so se sia vera bontà o solo egoismo, prova certa della mia difficoltà di ignorare il lamento di chi mi rinfaccia di essere la causa del suo dolore.

Mi avete lasciato sola. Sono vostra madre e mi avete lasciato sola.

No, vorrei dirle, Tu ti sei lasciata sola.

Ogni tanto mi chiedo come sarà da vecchia. Penso che avrà ancora forza da vendere per sfiancarci. Penso che potrebbe persino sopravvivermi. Sì, è talmente agguerrita che potrebbe sopravvivermi. Ogni tanto mi chiedo come io sarò da vecchia. Se mai ci arriverò, ad essere vecchia. Qualche traguardo l’ho raggiunto eppure di fronte a lei mi sento ancora una nullità. Domani mi sentirò una nullità ma tutto questo, almeno per domani, non conta. Domani è Natale.

Provo a tenere insieme i pezzi di una famiglia che non esiste. Ma forse, da inguaribile romantica, il cuore combatte con la ragione e dice che c’è ancora speranza. Ho visto mia madre sorridere felice e soddisfatta, tanto tempo fa, in quella sala prove. Forse può succedere ancora. Forse c’è ancora tempo per rimettere insieme i pezzi.

Un giorno queste tre donne – una madre e due figlie, tutto ciò che resta di una famiglia mai esistita – si ritroveranno insieme e questa famiglia esisterà. Se tutto va bene, sarò ancora qui per vederla.

Venti Metri Quadri

Quanto spazio serve per sognare? Quanto cielo?
Venti metri quadri bastano? Senza cielo, intendo.
In venti metri quadri noi ci viviamo e ci abbiamo trascorso tutti i lockdown, passati e futuri.
E il mondo? E lo spazio? Ma ce la fate a respirare?

Quando il letto è aperto, uno dei due si muove, l’altro si siede e aspetta. Abbiamo imparato la pazienza dei forti.
Io, veramente, ho imparato da Renato Pozzetto e da quindici anni di vita in stanze sgangherate a Milano.

In venti metri quadri disegnamo e dipingiamo, in venti metri quadri abbiamo allestito un set fotografico e girato qualche video, in venti metri scriviamo giorno e notte balliamo facciamo stretching meditiamo inventiamo storie e personaggi giochiamo col buio e con le luci abbiamo inventato un format radiofonico e ci siamo costruiti lo studio di registrazione (sì, sì, con tanto di microfono e tastiera per comporre musica, perchè di soldi non ne abbiamo molti ma di idee e sogni da riempirci il mondo, altro che venti metri quadri).

Un giorno, per gioco, quando ancora potevamo scegliere, siamo andati a giocare nel bosco, alle pendici dell’Etna: avevo dimenticato il colore del cielo e delle foglie.
Di cielo, di foglie e di boschi, vi giuro, ne ho visti tanti.
Ma il mondo che siamo riusciti a costruire in questi venti metri quadri, vi giuro, io non lo avevo toccato e gustato mai: era sempre stato lì, solo lì, nella mia mente.
Il merito è di Chi, ogni volta che immagino e sogno qualcosa non solo dice “ok, facciamolo!” ma si siede e discute con me una strategia, un metodo.
Perché sì, amici, in venti metri quadri impari anche che per realizzare un sogno ci vuole metodo, disciplina e forza da vendere.

P.S. Per chi non conoscesse la citazione di Pozzetto, consiglio veloce riassunto. Taaac: https://www.youtube.com/watch?v=GM5k7eciWAM

In copertina: foto di Carmine Fotografie