Venti. Cercare, lasciar andare

Se hai bisogno di cercarlo, significa che l’hai già perduto.

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Si resta bambini solo per riconquistare il maltolto.

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Non avremo perduto tutto finché non avremo smesso d’immaginarlo.

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Città. Frale,

malsicuro ostello dei paria,

diseredati, Sradicati,

per destino, per scelta.

Smaniose di ‘Esserci’, mille e più Voci s’affollano. Non una che si oda davvero.

Qui, a mia Voce eleggo

il Silenzio. Vessato, invilito, sopraffatto,

Oggi, da bercianti rimbrotti, Domani sarà il grido che schianterà

il vostro cuore.

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La bontà cieca è

stupidità.

In un cuore che si lascia attraversare, la gentilezza a prescindere, a proprio discapito,

quella gentilezza, dico, che il beneficato non ha gli strumenti per leggere,

vedere o, vieppiù, della quale si prende gioco,

è un grido di umanità violata rotto dal dolore.

Perniciosa per l’animo di chi la concede, inutile per chi (non) la riceve.

Il valore di un gesto, di una parola, nella polifonia del dialogo, esiste solo se è compreso.

Altrimenti, resta un monologo vacuo.

Altrimenti, quel valore esiste solo per chi lo muove.

Ed è nella solitudine che va cullato, protetto, per non smarrirsi,

non essere contaminato dalla cecità o dalla malagrazia altrui,

per non avvilirsi a tal segno da non volersi,

da non cercarsi più.

Abbiate cura di voi, durante il cammino.

Voltatevi indietro per ringraziare coloro dai quali vi siete lasciati ferire e poi

strappate la pagina

leccatela

sputatele addosso e

lasciatela andare.

In copertina: foto di Carmine Fotografie

Diciannove. Amando, AmarSi

Chi corre verso la vita, è capace di oblio. Chi ricorda, chi esita, chi ha un animo troppo poetico, pende rovinosamente verso la morte.

Non è iniziare ad amare il difficile. Un bel sentimento, l’amore, strabocchevole d’euforia e di illusioni. Il punto è, caduta l’illusione, seguitare ad amare.

Se la nostra libertà è (possibile) in un Altro, è in colui ch’è capace di amarci senza privarci della nostra solitudine.

Amare, talvolta, significa mettere a repentaglio i propri limiti, valicarli senza avvedersene e scegliere di tradirsi. Come si fa a restare fedeli a se stessi quando si ama senza riserve?

Amando, talvolta, ci si dimentica.

Diciotto. Dilacerarsi

Volere, non è abbastanza. Voler essere qualcosa, qualcuno, è la mera tentazione di un istante, e la pertinacia di quello che segue. Volere non equivale a voler conseguire.

Cupi rimbrotti, silenti piagnistei, penoso autocommiserarsi tra divorante trascuratezza e gemiti repressi, tra dolente sopportazione e fugaci sfoghi belluini: cosa resta, dell’amore, tra simili macerie?

A cosa può aspirare la figlia di nessuno? A tutto. In tutto può sperare.

La virtù non fa notizia.

Alzo la voce per coprire la paura.

Diciassette. Mancanze

Scrivere, è gareggiare con Dio. Aspirare a sfiorare la vetta con la parola, simbolo della massima fragilità. Scrivere, è vomitare i propri rimorsi. Ed io, ho fatto indigestione di gesti mancati.

Nel tempo libero, mi dedico al catastrofismo.

E come fa un foglio a respirare oppresso da tutti questi segni neri?

Bisogno di piangere al cospetto di una luna che non ho veduto mai. Bisogno di occhi nuovi. Di vagare per luoghi che non mi conoscono, che non sanno di me, e si limitano a guardarmi dentro.

La voglia di dimenarmi, danzare freneticamente e, l’istante dopo, piangere ed immalinconirmi. Imperitura lotta di chi vive di contrasti, amando tutto ciò che respira e si dibatte tra un sentire ed il suo opposto.

Sedici. Aderire e distruggere

Contano solo i dubbi inevitabili, quelli che sorgono in noi nostro malgrado. “Vedo troppe possibilità, le conosco tutte. Non so risolvermi per nessuna. È il singulto di un ferito che si dibatte.” (Gide sul De profundis di Wilde)

Imparare dai propri idoli, e demolirli.

Il dolore, prima ci disgrega. Ma, poi, è ciò che dà coerenza e unità al nostro io. Ciò che mi ha distrutto mi ha anche definito, determinando ciò che sono. Siamo il prodotto delle nostre sofferenze.

“Ognuno di noi è il prodotto dei suoi mali passati e, se è ansioso, dei suoi mali futuri.” (E. Cioran, La caduta nel tempo)

Il dolore più vero è quello immaginario. Perché lo si inventa, dal momento che non se ne può fare a meno.

Non abituarsi all’umiliazione di morire.

Quindici. Essere o esistere

C’è più coraggio in un’anima che sa comprendere e accettare il proprio buio, piuttosto che forzarlo ad essere luce.

Ora che so di essere, passerò tutta la vita a pensarci.

Non si è mai liberi se ci si vincola a diventare qualcuno, o qualcosa. Qualunque cosa si aggiunga al semplice essere, lo complica, lo compromette, lo ostacola.

Noi siamo, solo nella misura in cui ci divincoliamo dalle cose, ne prendiamo le distanze.

Esistere significa negare. Io so di esistere solo quando nego. “…non appena affermo, divento intercambiabile e mi comporto da oggetto” (E. Cioran). Noi neghiamo soprattutto noi stessi, le nostre verità, nel momento in cui ci concediamo liberamente al dubbio. Il dubbio ristagna. Però è prolifico.

Quattordici. Disequilibri e tentazioni

Il dolore non è mai irreale.

Ansia di nuovo, voluttà della disgregazione. Ogni appetito della conoscenza è il principio di una distruzione.

Peggio della menzogna, c’è solo la sua banalità.

Un cuore sradicato, divelto dalla terra che l’ha generato, continuamente disposto a rinnegare se stesso e tutto ciò che sa (di sé, del mondo), desidera sopra ogni cosa costruirsi una storia che sia solo sua, nutricata dalle sofferenze primigenie, percorsa dall’ansia d’essere qualcosa, con l’imperitura certezza di non appartenere a nulla.

Inattitudine alla felicità. L’essere umano ha la tentazione di cadere.

Tredici. Paradossi e presunzioni

Sono in buoni rapporti con la malattia. Mi circondo di gente che soffre.

Il paradosso dell’uomo: sapersi, avere coscienza di sé, coincide col non aderire mai davvero a se stessi, non combaciare con nulla.

La capacità di  trasfigurare il reale è ciò che ci salva dalla banalità.

Forse, il mio amore per il buio è frutto di una presunzione. Che domani vedrò il sole.

Facile dare, nell’abbondanza. La gratuità è di chi, nella privazione, ha dato il poco che aveva.

Dodici. Confessioni e ritorni

L’esule malinconico desidera rinascere sempre, in ogni luogo. Ed ivi rinvenire le proprie radici smarrite.

Coloro che si affaccendano in mille occupazioni, smarritele, si ritrovano poi miseri e abbandonati, come tutti. Ma con lo svantaggio che più nulla potrà ormai impedirgli di riflettere su se stessi.

Il bambino è la forma più compiuta, più veridica di uomo. Le sue intemperanze sono il segno di una vita arbitrariamente scelta, nel segno della felicità.

La verità, è una mancanza di tatto. Si pecca di superbia se si pensa di potersene andare in giro a dire la verità. Solo un folle potrebbe perdonarti d’essere stato sincero con lui.

Non metterei la mia vita nelle mani di nessuno, meno che mai di un dio che non ha la creanza di mostrarsi al mio cospetto.

Undici. Simulacri e risoluzioni

Saggio è colui che dissimula i propri meriti più scoperti. Che cela la bellezza manifesta con parvenze di trascuratezza.

Quando l’errore è presente alla mente, dell’istante godendo la prossimità, dirompente è la chiarezza del pericolo. Voltata la pagina del tempo, prese le distanze, si cade nell’arroganza del farsi dimentichi

Percorrere le grandi distanze, senza giungere agli estremi. Restare al centro della prudenza: i saggi si sottraggono alla rottura. I pazzi, gli avidi di vita, la sfiorano continuamente.

Prendere tempo, aspettarsi, significa perfezionarsi. Chi accusa l’altro di irresolutezza, sovente non vede la ricchezza che il tempo dell’attesa può portare in un uomo.

Abbandonare le cose prima che esse ci abbandonino. Fare, della fine, un trionfo.