Volevo scrivere di Bolaño e Bernhard e finalmente ne scrivo ma non concludo Parte 3

Leggi qui (ma non è essenziale farlo e, anzi, ti suggerisco di lasciar perdere) Parte 1 e 2

Una sbronza colossale, una botta, una bella bevuta, un basso che seduce, un bastone che percuote al ritmo di un Be-bop-a-Lula scanzonato e serissimo.

Se dico “B”, se dico colossale e se dico scrittori, tutto nella stessa frase, cosa vi viene in mente?

Una “B”, anzi due, intendo. Bernhard e Bolaño.

B1 e B2, una volta per tutte, per intenderci da qui in avanti.

Non ho ancora finito di leggere né Estinzione2666 ma, si capisce, il vero scrittore sa lanciare nelle prime pagine tutto ciò che – stile e storia – approfondirà, preciserà e scioglierà nelle centinaia che seguono.

B1 è la prosa incalzante, il ritmo, la danza sfrenata e raffinata della voce narrante ossessionata e ossessionante. Una voce che ti afferra dilettandosi della presa implacabile e dilettandoti ti trascina per i capelli, ti sbatte contro il muro della sua, e della tua, nuda coscienza, da un pensiero ricorsivo all’altro, quel pensiero inconfessabile che tu stesso nutri e non vuoi esprimere e che questa voce si fa carico di esprimere al tuo posto.

Una voce che è insieme direttore d’orchestra e musica.

Non si fa scrupoli a gettarci nel caos, questa Voce. Capiamo che un po’ ci disprezza, un po’ ci crede inferiori, perché noi tutti siamo sicuramente, e bisogna che così ci sentiamo, dinnanzi a questa Voce: stupidi, inferiori. Oppure ci inorgogliremo sentendoci esattamente come lui: diversi dalla massa, superiori. In ogni caso, non se ne esce illesi.

Per sciogliermi dalla morsa di B1, mi concedo qualche balzo dentro 2666 di B2 e di nuovo la sbronza, la botta, la bevuta, il basso ma stavolta con meno bastone e più Be-bop-a-Lula. Prendiamo l’ironia, per eempio. B1 non ne è privo ma vola sempre alto con i contenuti mentre B2 ha questa capacità di sorprenderti tipica degli squinternati e degli scrittori sudamericani – che poi sono la stessa cosa – dicendonti che uno “cacava in un bagno orribile” subito dopo aver specificato che “Arcimboldi si rivide, giovane e povero, in una chambre de bonne”. Ammettiamolo, non ti aspettavi che uno nella chambre de bonne potesse “cacare”. La qualità di B2 è spiazzare, mescolare, oscillare tra alto e basso.

Anche B2, come B1, ama le ripetizioni, quel circuito iterativo di parole e di espressioni che non lascia scampo. La voce del narratore, nei suoi pensamenti e nelle sue ruminazioni incessanti, nei suoi spassosi sballottamenti, ti fagocita.

Cos’altro hanno in comune B1 e B2, affabulatori invincibili?

Sono guitti sulla pagina, hanno una presenza onnipervasiva, dominano la scena, si fanno notare sul piancito in cui si agitano una miriade di creature.

Entrambi sanno edificare impalcature mastodontiche in forma di romanzo-mondo. Fin da subito hai la sensazione che i personaggi esistano da sempre, dentro e fuori la pagina: che abbiano già una storia, e una vita, che li precede.

Curiosità da nulla: noto che entrambi parlano dell’Italia nei loro libri.

Leggere del mio paese nelle opere di scrittori che amo, in un periodo nel quale vorrei fuggire, mi aiuta a sopportarlo meglio, il mio paese. Mi aiuta a guardarlo, e guardarmi, con occhi stranieri.

Altro talento di B1 e B2 , come dei grandi in generale, è far aggallare nelle loro opere i libri degli altri in modo fluido, senza cadere in un forzato citazionismo. Quando si scrive è difficile far scorgere tracce di grandezza dietro alla propria “storia qualunque”: lo scrivente inesperto è uno che maneggia citazioni e riferimenti colti in modo maldestro, uno che infilerebbe frasi di Dostoevskij e Kafka alla rinfusa e in modo sgraziato solo per darsi un tono, per così dire.

La letteratura di oggi si confronta sempre con i giganti di ieri. Lo scrittore onesto sa di non aver inventato nulla e ammette – come direbbe David Bowie, per scivolare nel pop – “non sono originale. Sono un ladro di buon gusto”.

B1 e B2 sembrano darci continuamente lezioni di buon gusto.

Chi, nella propria scrittura, ha assorbito e rielaborato anni di letture, non ha bisogno di citare frasi dei maestri ma piuttosto lascia fluire sulla pagina il pensiero degli autori dei quali si è nutrito.

È qui che sta la differenza tra un dilettante e un gigante della scrittura.

(Seguirà parte 4, 5, 6, vedremo come – e se – andrà a finire)

Immagini dal web: foto profilo di R.B. e T.B.

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A bordo del Pequod con Cocco Bill

«Sorrideva di imbarazzo, mio padre, mentre nel sogno di questa notte mi guardava negli occhi. C’era una porta, di fianco a noi, e quand’egli mi chiese se sapevo cosa ci fosse dietro io risposi che non volevo entrare.

“Non ti ho chiesto se vuoi entrare, ma se sai cosa c’è dietro”.

“Meglio che non lo sappia mai papà, se c’è qualcosa d’ignoto sarà orrendo, se c’è qualcosa di familiare sarà triste”»

“Tu, sanguinosa infanzia”, raccolta di racconti brevi, incarna la compulsione del Michele Mari lettore onnivoro e la sua smania catalogatrice. Non ci prova nemmeno a nascondersi, la sua presenza è onnipervasiva. Ogni racconto rappresenta il corpo a corpo dello scrittore con i libri e gli oggetti amati nell’età che forma il desiderio. L’autore si muove danzando tra i marosi e, come nelle copertine della collana Urania, mescola violenza e incanto: amante del lessico aulico, divoratore di colossi della letteratura e fumetti, passa dalla “incruenta lusinga di un decorativo grafismo che radendo a volo la crosta terrestre tutta la coprisse di sempremai nuove curve” a Tintin, Cocco Bill, L’uomo mascherato, Mandrake Nembo Kid, Linus e il primo Paperepopea.

L’imperativo è chiaro: restare fedeli al bambino.

Il mantra è esplicitato a pagina quattordici:

“E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte”, che sia una macchinina di metallo Mercury, un Winchester da 50 cm di tuo padre, un fortino di legno, un mazzo di figurine di calciatori, gli album di Cocco Bill, i pezzi di un puzzle, le copertine di Urania (collana della quale elenca tutti i titoli), le canzoni degli alpini con le loro “smusicate parole”. Oggetti disseminati qua e là muovono l’azione e stimolano il ricordo. Il mito dell’infanzia è tutto e ogni cosa diventa mito, se guardata con l’agio della distanza.

Nel racconto “L’orrore dei giardinetti” mitologici sono appunti i “giardinetti” in cui si consumano gli svaghi pomeridiani dei bambini: luoghi che si trasformano in “inospiti lande steppose, e pur si millantano in un vezzeggiativo che al buon ragionare trasmette un’idea di abbindolamento, di chi sa mai quale insidia”. E’ lì che vagano le tremende creature, le Antiche Madri, “chtonie come Matres Matutae”, intente a lavorare a maglia mentre si danno al loro “scalcagnato chiacchericcio”.

L’impalcatura si regge sul contrasto: se la materia trattata è, per così dire, umile, semplice, quotidiana, il lessico è alto, ricercato, specialistico; il dispositivo onirico, che trasfigura ogni oggetto, restituisce un’aura epica ai gesti più comuni. Da un punto di vista stilistico ho apprezzato questo libro anche, e soprattutto, perché tradisce ogni regola raccomandata e raccomandabile sull’uso degli aggettivi: “adoperare con cautela”, dice la regola. Mari ne affastella uno dietro l’altro, si diverte con gli elenchi e può concedersi questo lusso perché ogni parola giganteggia (quasi) come un personaggio. Quando leggo ho l’abitudine di appuntare sulle pagine bianche alla fine del libro le parole che non fanno parte del mio vocabolario attivo o delle quali non conosco le sfumature. In questo caso ne ho segnate cinquantadue, alcune delle quali specifiche del lessico marinaresco.

Un tripudio di balismi, putrelle, velabri, medulla, bompressi e bastinaggi, osteriggi e sule, per non parlare di pagina ventuno con i mostri di ogni genere e forma stampati sulle copertine di Urania (potete saltare l’elenco ma consiglio la sbronza da lettura rapida): loricati e squammosi, catafratti, pelosi, bavosi, mucosi, ungulati, fiammanti, bituminosi, lobati, crestati, gassosi, colanti, informi e deformi, araldici, immani, abominevoli, solinghi, aggruppati, prognati, deliranti, insinuanti, chtoni, zoomorfi, cachinnomorfi, metafisici, ulcerati, ... e qui mi fermo ma ne restano appena altri sedici.

Spesso l’autore si diverte a ripetere lo stesso identico concetto usando parole differenti, lo vediamo gongolare sulla pagina e invadere la narrazione con la propria presenza. È il marchio inestinguibile del professore universitario o della persona colta che non teme di sfoggiare un vocabolario ampio e farci fare un giro sulle montagne russe delle parole. Capita pure, qualche volta, che le scelte lessicali finiscano per essere un elemento distraente rispetto alla parte drammatica e troneggiare rispetto alla storia ma glielo perdoniamo. Se ti perdi nella vertigine e nel suono delle parole puoi sempre ritrovarti aggrappandoti a un’immagine evocata capace di dialogare con immagini-ricordo della tua sanguinosa infanzia.

In questo senso, gli oggetti-mito racchiusi nel libro identificano una sorta di lettore ideale.

Leggo il libro di Mari in un periodo in cui frequento il Porto della mia città e mi ritrovo spesso a chiacchierare con i pescatori, osservare le loro mani, guardarli mentre attendono di salpare. In Moby Dick e Gordon Pym ritrovo i loro volti bruciati dal sole e le loro dita callose. Li osservo, immagino di imbarcarmi su un peschereccio, vivere una vita raminga. Torno a Poe, Salgari, Melville e compagnia cantante, nella mia mente si rincorrono le loro voci.

Quello che mi ha convinta meno del libro? I finali di alcuni racconti. A Mari perdoniamo anche questo. Sia perché il finale dell’intero libro è efficace, oltre che intriso di estrema dolcezza, sia perché il valore di questo libro non è tanto nella trama quanto nella scelta delle parole, delle immagini-mito e nelle riflessioni che l’autore costruisce intorno a elementi minimi come una macchinina, il pezzo di un puzzle, un fortino di legno.

Una domanda per gli ossessionati dal mestiere delle parole muove l’azione del racconto “La freccia nera”. La domanda: come cambia un libro, lo stesso libro, se cambia la traduzione? Si tratta davvero dello stesso libro? A porsi il quesito è il protagonista bambino, sommerso da un misto di senso di colpa e vergogna per aver letto un’edizione de “La freccia nera” prima che il padre gliene regalasse un’altra. Il regalo è simbolo del loro legame, perciò gli dispiace di aver già letto il romanzo ma subito dopo pensa che no, in fondo non lo ha letto davvero. Parole diverse, traduzioni diverse, libri diversi, conclude il protagonista: il libro che ha letto non può in alcun modo essere lo stesso regalatogli dal padre.

“…bastava che anche una sola parola fosse diversa da una traduzione all’altra perché l’intima sostanza dei due libri non fosse più sovrapponibile: allora io avrei potuto rileggere la Freccia nera come fosse una nuova storia, e la stortura cosmica che tanto mi stava facendo soffrire sarebbe stata raddrizzata.”

“Tu, sanguinosa infanzia” è un libro di parole che riflettono sulle parole.

E allora decido di rubarne tre dal testo per dimostrarlo a me stessa.

Scelgo la parola “parola” – celebrata in un frammento poetico de “La pazza della porta accanto” di Alda Merini – e la sua etimologia latina “parabola” “similitudine” (in greco παραβολή, a sua volta derivato da παραβάλλω ossia confrontare, mettere a lato). La parola è sempre associata all’oggetto o all’azione cui si lega ma di per sè è solo suono e segno. Quando si fa una selezione così precisa delle parole, come quella che Mari opera, il testo penetra in chi legge su più livelli: emotivo, carnale, evocativo, simbolico, sonoro, intellettuale. Non si esce illesi dal peso specifico di ogni termine: l’intero libro è basato su questa scelta della parola esatta a tal punto che l’autore la pone come tema di un intero racconto, il già citato “La Freccia nera”.

La parola crea la realtà nella quale chi legge viene accompagnato o scaraventato.

Scegliendo parole desuete o attinte a un lessico settoriale Mari ottiene già un effetto straniante in termini di spazio e tempo. L’obiettivo è catapultare il lettore in un tempo perduto, quello bambino. L’effetto di straniamento e la tensione onirica sono la cifra della narrazione.

Un termine come”batrace” (al posto del comunissimo “rana”) ci parla immediatamente di un mondo diverso dal nostro, meno “quotidiano”, anche quando sappiamo (e ci viene continuamente ricordato) che le storie che leggiamo hanno come protagonisti bambini che giocano al parchetto e altre cose amene.

“C’erano una volta otto scrittori che erano lo stesso scrittore”

Così comincia “Otto scrittori”, il racconto dedicato all’agone tra i grandi della letteratura del mare. Qui il tono è fiabesco. Otto voci sono una sola Voce. Cosa dice questa Voce? Lo scopriamo leggendo. Tra gli otto colossi si innesca una gara. Nella penultima sfida Conrad e Stevenson si incontrano a metà strada, nel Pacifico, e mettono i loro libri sul piatto della bilancia. Vince Stevenson con un solo libro (capito quale?) che pesa più degli otto di Conrad. Il punto di vista dell’autore è chiaro: un solo libro di Stevenson ne vale otto di Conrad. Il narratore fa da mediatore. L’ultima sfida, la più epica, vede contrapporsi Mellville e Stevenson. L’esito è schiacciante. Secunda Dass, il messo di Stevenson, così parla di Melville al narratore (il quale si trova su un monte in esilio per non assistere alla lotta finale tra i due giganti della letteratura).

“…questo noi tutti e uomini e pesci ed uccelli abbiamo capito, che un libro come quello nessun uomo può averlo scritto perché quel libro è l’Apocalisse e la sua parola è antica come il boato della Profezia e il suo respiro è il rantolo degli Angeli caduti, e di fronte alla sua immanità tutto è come scherzo di fanciulla e di fronte alla sua smisuratezza tutto è come madrigale”.

Così chiosa la voce narrante definendo il colossale romanzo sulle balene:

“…quel libro in cui i simboli esercitano sul lettore quasi una violenza fisica; quel libro che sembra aggirarsi lentamente intorno al suo tema quando invece è il tema che gira intorno a noi in spire sempre più vorticose; quel libro impuro che travolgendo le regole è nel contempo romanzo, trattato, poema, diario di bordo, tragedia, sacra rappresentazione, ballata; quel libro che interroga incessantemente la Morte incalzandola da presso come la lancia dei ramponieri incalza l’immensa bestia; quel libro dello squarciamento e del colamento, dell’urlo e della demenza, del tormento e della dannazione, no, quel libro non poteva essere stato scritto da un uomo, e per questo io pronunciai “Herman Melville” come avessi detto Aleph o Adonai”.

Eccola, la seconda parola sulla quale mi voglio soffermare. Aleph, dall’ebrarico «toro», è il nome della prima lettera dell’alfabeto ebraico indicata nella scrittura con א. In matematica, indica la potenza di un insieme. Un’altra parola che parla di parole, simbolo di un insieme di segni.

Alla fine del racconto tutti i partecipanti alla sfida – Defoe, London, Conrad, Poe, Salgari, Verne, Melville, Stevenson – si imbarcano sul Pequod. Un’immagine difficile da dimenticare.

Una parola che, come molte altre, ho adorato per il suo potere onomatopeico (onomatopeica è anche la sua orgine) è “sbroffare”, variante di sbruffare, che sta per “spruzzare un liquido dalla bocca o dal naso” ma anche, in modo figurato, “raccontare fatti esagerati e poco credibili, vantarsi, fare lo sbruffone”. Nel gergo dei muratori, sbroffare significa lanciare con la cazzuola la malta su una parete per poi stenderla successivamente. La parola che si fa corpo indica l’azione del “gettare fuori” in vari modi e c’è il richiamo al gettare fuori tipico del raccontare, del parlare.

Nel racconto “Certi verdini” tutto parte da un’azione-ossessione: fare e disfare un puzzle, gesto che riconduce alla metafora del gioco e della vita. La nobilitazione di un’azione semplice simbolo del senso di discontinuità dell’essere. “Puzzle” è la parola-suono inglese per “enigma”, “rompicapo”. Come non pensare a Perec, “La vita istruzioni per l’uso”?

«Solo i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile, acquisteranno un senso: isolato, il pezzo di un puzzle non significa niente; è semplicemente una domanda impossibile, sfida opaca; ma se appena riesci […] a connetterlo con uno dei pezzi vicini […] i due pezzi miracolosamente riuniti sono diventati ormai uno. La soluzione del puzzle consisterà solo nel tentare via via tutte le combinazioni plausibili. L’arte del puzzle inizia con i puzzle di legno tagliati a mano quando colui che li fabbrica comincia a porsi tutti i problemi che il giocatore dovrà risolvere, quando, invece di lasciare che il caso imbrogli le piste, vuole sostiituirgli l’astuzia, la trappola, l’illusione […] malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco soliatrio: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro»

Madre e figlio protagonisti di “Certi verdini” costruiscono il puzzle solo per distuggerlo. Portano alle estreme conseguenze l’ossessione mescolando i pezzi del puzzle e lavorandoli al buio. Per svagarsi, si sfidano a indovinare di quale puzzle si tratti a partire da un singolo pezzo.

“La solitudine… La solitudine del prigioniero, la solitudine del demiurgo. Seguendo le orme materne imparai la frammentarietà del mondo e la discontinuità dell’essere, imparai ingenuamente le vie della gnosi, imparai che non si dà sapere che non riconduca il molteplice all’uno e non dia forma all’informe; (…) che sconnesso dalla sua sede ogni ente decade”.

Anche in questo gioco ossessivo di madre e figlio veniamo ricondotti all’essenza della narrazione:

“Non c’è molt’altro, nella vita.

No, è quasi tutto laggiù”

Laggiù, nella sanguinosa infanzia e in tutti i ricordi che essa, come un fiume in piena, fa aggallare.

Così si chiude il libro, nel giardino di un ospizio, con un botta e risposta nostalgico e ironico tra due vecchietti in una sera d’estate del 2030.

Il libro del quale (non) ho fatto la recensione è Michele Mari, “Tu, sanguinosa infanzia”, Einaudi

Io, Cyborg

Lui è Neil Harbisson, classe 1982, artista britannico affetto fin dalla nascita da acromatopsia (incapacità di distinguere i colori).

Mentre studia arte al college, il giovane Neil, appassionato di cibernetica, inizia a sviluppare insieme a Adam Montandon, informatico, il progetto eyeborg, un’antenna dotata di un sensore in grado di trasformare le onde dei colori in 360 onde sonore.

Neil vuole migliorare la propria condizione “difettosa” così propone il progetto a diversi medici ricevendo solo porte in faccia. Alla fine trova un dottore disponibile ad operarlo nel suo giorno libero in cambio dell’anonimato assoluto: l’impianto eyborg viene agganciato al cervello del ragazzo.

Per Neil entrare in un supermercato significa sperimentare la discotecalabirintograndesenzaluci colorate ma solo suoni, un concerto di vibrazioni associate ai colori grazie a un algoritmo che mette in relazione le due misure, onda luminosa e onda sonora.

Dovete immaginare che Neil è un artista visuale. Neil sente la vita in un modo che nessuno di noi può comprendere.

Nel 2004 incontra qualche problemino con il rinnovo della carta d’identità ma, grazie alle testimonianze di amici, colleghi e medici, ottiene che venga riportata la sua foto con tanto di antennina impiantata nella testa.

Neil Harbisson è il primo cyborg riconosciuto ufficialmente per legge da uno Stato.

Oggi il dispositivo, che ha subito evoluzioni, è anche bluetooth e può connettersi al wi-fi dal 2012. L’hanno pure hackerato.

“Non sono un uomo, non posso più definirmi tale. Sento gli infrarossi e gli ultravioletti, frequenze di colori invisibili agli uomini”, ha dichiarato in una recente intervista.

Quale che sia la nostra posizione al riguardo, sarebbe il caso di iniziare a informarsi.

Sono forse due le direzioni essenziali per l’essere umano?

Autodistruzione o evoluzione del nostro corpo in ibrido tra uomo e macchina?

Alla fine dell’intervista Harbisson punta tutto sul fattore etico, sottolineando come fino ad oggi l’uomo sia stato folle a voler modificare il pianeta fino a consumarlo, e afferma: “nel futuro sarà normale cambiare noi stessi, modificare il nostro corpo, non più il pianeta.”

Ci sono molte domande aperte e il fattore etico spesso si inserisce nel dibattito. Viviamo in un tempo in cui uno degli uomini più potenti del pianeta, Elon Musk, ha presentato di recente Neuralink, un microchip da impiantare nel cranio per collegare la mente umana ai computer. Il suo operato è finito sotto la lente del Physicians Committee for Responsible Medicine (Pcrm), associazione no-profit operante nel campo della tutela dei diritti degli animali nella medicina.

L’ennesima follia di un uomo che si crede dio? Forse.

Intanto, la startup continua la sua corsa dal 2016.

Sarebbe utile tenere uno sguardo lucido su quanto sta accadendo.

Ci sarebbero molte letture sul tema ma tanto per cominciare ne consiglio tre che affrontano il tema mente-uomo-macchina da diversi punti di vista.

Per cominciare, un viaggio tra i secoli con

Simone Belvedere, Mens extensa, Lekton edizioni

Poi un testo agile e godibile su come il pensiero influisce sul funzionamento del nostro cervello:

Michel Le Van Quyen, Il potere della mente, edizioni Dedalo

Infine un saggio specificatamente dedicato al transumanesimo:

Selenia Anastasi, Verificare di essere umani, Lekton edizioni

(Immagine di copertina dal web)

Bisogna essere pazzi, non sognatori

«Nessuno è la conseguenza di niente, ognuno è l’inizio della propria avventura.»

(Michele Vaccari, Urla sempre primavera, p. 351)

Per dire di questo libro provo a ricomporre i frammenti di un puzzle complesso e a porre, e porvi, delle domande.

Di un libro che ne contiene cinque – Rosso, Blu, Nero, Verde, Bianco – e di una Voce che ne racchiude quattro dirò anche attraverso frasi mozze trascritte sulle pagine finali, quelle bianche che nessuno usa, che restano intonse e che io ho sempre amato perché mi permettono di raccontare una storia parallela a quella di chi ha scritto.

Ma entriamo nella Storia.

Avete presente il momento in cui qualcuno girava un video per sbaglio e

«di sfondo, aveva la Storia che stava cambiando per sempre, l’attimo in cui è successo, l’istante a partire dal quale nulla sarebbe stato mai più come prima.»?

Genova, luglio 2001, per dirne uno.

Non è che da allora, come popolo, abbiamo perso qualcosa?

Il coraggio, per dirne una.

«Forse è quello che ci interessa. Il momento in cui niente è più come prima, quello ci riguarda tutti.»

Sapreste dire quali, e quanti, sono i momenti della Storia in cui è accaduto?

E dove eravate, in quel momento?

Sono domande che mi sono posta, leggendo, e che evocano una responsabilità cui ciascuno è chiamato come “essere umano”, prima, e come “civis”, poi; entrambe parole impegnative, cariche di tensione e promesse.

Io non c’ero, eppure tutti noi c’eravamo. Abbiamo guardato a distanza di sicurezza.

Siamo rimasti inerti, inermi, sconvolti, il fracasso delle sirene ci ha squassato le vene.

Avete visto cosa accade se non state zitti e buoni? Dicevano frastuono e schegge impazzite.

Che fine fanno, e che vita, quelli che restano dopo aver visto sangue e morte a distanza di sicurezza?

Il problema è che

«tutti vogliono ascoltare la storia di chi è scampato, di chi ha sconfitto il destino, ovvio, ma appena passa la notizia nessuno ci tiene più davvero, nessuno prova emozione per chi ce la fa. I morti, quelli fanno proseliti. Senza la morte, manco Gesù sarebbe mai stato qualcuno.

(…) Crediamo di combatterla ma conservare la memoria è il nostro modo di omaggiarne la potenza, l’invincibilità. La morte ci rende vivi, eroici.»

Ora immaginate….

…un governo di anziani, la Venerata Gherusia, e un’operazione chiamata “fine nascite”:

si proibisce alle donne di avere figli

si dispone che i bambini entro i due anni vengano portati alla Scuola Speciale di Rassegnazione Interiore e preparati al futuro programmato per tutti

si obbliga i più grandi a far parte dei servizi di provata utilità della Gherusia come autisti, maggiordomi, chef, camierieri, giacchè per la Venerata Gherusia “gioventù fa rima con servitù”.

Siamo in un mondo in cui generare vita, o essere bambini, è un reato.

Un mondo senza futuro, un mondo storto, rotto il cielo, guasta la natura, guasto l’uomo, un mondo devastato sotto ogni punto di vista, popolato da gente che si esprime in un linguaggio balbettante di suoni sgrammaticati, un impasto di risibili borborigmi.

Ora immaginate

che esista una donna capace di penetrare nella mente delle persone e cambiare i loro sogni, cambiare i sogni di questo (proprio questo) Paese addormentato.

La speranza è una bambina che non sarebbe dovuta nascere e che può far accadere l’improbabile.

Direbbe Sir Arthur Conan Doyle «Una volta eliminato l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità.»

La bambina si chiama Egle e, quando leggiamo le prime pagine, ancora “non esiste”.

La madre, Zelinda, è in fuga; la bambina è dentro di lei e lei vuole salvarla. La salva, e in eredità le lascia delle registrazioni, le tatua sul corpo una mappa nella quale è indicato il punto esatto in cui troverà la Venerata Gherusia: se sarà necessario per fermare “l’estinzione programmata”, Egle saprà dove stanare il nemico. Il compito di farle comprendere l’importanza di questa missione sarà di Spartaco, ex partigiano queer: suo nonno.

«Ogni genitore porta con sé un rimpianto irrisolto, un sogno mancato, un obbligo involontario che tramanda alla propria discendenza.»

In questo libro ci sono donne coraggiose: una madre che affida alla figlia l’onere della Rivoluzione; una creatura generata violando la legge, la sola donna che potrebbe salvare un Paese votato all’annientamento.

Troviamo Zelinda immersa in un pensiero che regge l’impianto della storia:

«…le guardo e lo so: siamo l’unica guerra che ha senso oggi: da un lato le barbe, le calvizie, le prostatiti; dall’altro le forzate dell’ecografie, le abusive, le creatrici.»

Perché la società del futuro non basta sognarla di notte; poi devi svegliarti e convertire al sogno il tuo esercito personale, persuadere quelli che hanno smesso di credere che un cambiamento sia possibile.

Questa fede ha delle conseguenze. Sangue, ossa, sudore, muscoli. Una questione di Resistenza, una questione di carne incisa dal tempo. Una ferita.

Il tempo e la cicatrice

Egle, come spesso i viaggiatori nel tempo (vedi il celebre romanzo di H. G. Wells) ha una “cicatrice”, un segno sul corpo: in questo caso il tatuaggio di una mappa.

Qualcosa di simile accade in Dark, serie tv tedesca dalle atmosfere cupe e seducenti che ho seguito parallelamente alla lettura del libro e con la quale ho trovato diverse affinità.

L’intreccio della prima stagione si svolge su tre piani temporali principali: 1953, 1986, 2019. Nella seconda stagione le vicende si estendono anche nel 1921 e nel 2052, nella terza le vicende giungono fino al 1888. Un intreccio complesso, un montaggio labirintico e avvincente che obbliga a non porsi troppe domande, a spostare continuamente il punto di vista e che continuamente sorprende; nella storia i personaggi possono muoversi nel tempo ma non possono modificare il loro destino né quello degli altri; il passato è immutabile, la sorte di ciascuno è segnata in maniera ineluttabile.

Anche il romanzo di Vaccari trova la sua forza, capace di frantumare i tradizionali generi e le aspettative, proprio nella scansione interna; sorprende per questo inatteso spostamento su più piani temporali in un arco di tempo che va dall’8 settembre 1943 all’8 settembre 2043.

Come in “Urla sempre primavera”, anche nel mondo di Dark esiste una minaccia di estinzione finale (ma non dirò di più perché l’invito racchiuso in questa riflessione è a guardare, oltre che a leggere).

I simboli nelle parole. Mansplaining uber alles

«…in una Rivoluzione, sono i simboli a guidare le azioni, mai viceversa»

Di simboli è ricchissimo questo romanzo.

Per dire del linguaggio proteiforme usato da Vaccari, che mi pare simbolo di un mondo frantumato (interno ed esterno ai narratori) potrei dire delle quattro Voci narranti, o del mix di frammenti poetici e termini volgari, toni lirici e altrove rabbiosi, violenti; invece voglio soffermarmi su una porzione più minuta di testo che a mio avviso illumina il potenziale di innovazione racchiuso nell’operazione di mescidazione lessicale.

A pagina 60 trovo questo magnifico “mansplaining uber alles”, espressione che Zelinda usa per definire il tono usato dal marito nei suoi confronti.

Mansplaining è un neologismo di orgine inglese (man + splaining, dal gerundio del verbo explain, spiegare) adoperato nel contesto femminista per definire l’intollerabile atteggiamento paternalistico di uomini (ma non solo) inclini a spiegare a una donna con toni di condiscendenza e/o sicumera qualcosa di ovvio; se lo fanno è perché pensano di saperne comunque più della donna o che lei non capisca mai fino in fondo, secondo l’adagio duro a morire che quando un uomo parla, la donna deve star zitta e ascoltare perché comunque l’uomo ne sa più di lei sulla questione (anche su quella di cui lei sarebbe competente).

Mi torna alla mente una scena, sulla quale peraltro ho riso moltissimo, dell’ottava stagione di Big Bang Theory in cui Sheldon Cooper al cospetto del rettore fa il mansplainer con la fidanzata, Amy Farrah Fowler: glielo perdoniamo perché è un genio, perché il mansplainer lo fa anche con gli amici uomini e perchè sappiamo che in fondo è un cuoredolce.

Uber alles, al di sopra di tutto”, è l’espressione contenuta nella prima strofa dell’inno tedesco. La frase “Deutschland über alles” fu adoperata dal nazismo per mettere in luce il predominio della Germania su tutti gli altri popoli; di per sé il brano è solo una ballata romantica celebrativa dell’unità nazionale ma il nazismo, in questo come in altri casi, piegò la prima strofa al servizio dell’ideologia.

Cultura al servizio del potere, vi dice niente?

Nel 1945 gli Alleati vietarono che questa canzone fosse utilizzata come Inno nazionale tedesco. L’espressione “uber alles” permane oggigiorno nel linguaggio comune per indicare qualcosa che ha un’importanza superiore al resto (o che viene prima) ma io credo che un autore come Vaccari, che scrive un romanzo fortemente politico, nel divertirsi a congiungere le due espressioni in Mansplaining uber alles, avesse in mente tutti i livelli di lettura ai quali si presta l’operazione.

Patriarcato + ideologie autoritarie: una mortifera e arcinota storia di un amore (sbagliato).

Per dire ancora della varietà del linguaggio, le pagine 70-72 contengono un notiziario con l’inserzione di parole e sintagmi consunti tipici del giornalese (“carneficina”, “catastrofe di questa portata”, “brutale aggressione”, “racconto straziante”, ecc…)

Che fare, mentre tutto intorno crolla?

La domanda fondamentale del libro la trovo a pagina 369:

dobbiamo restare a casa nostra e coltivare una piccola felicità mentre tutto intorno crolla?

La risposta sembra esserci:

«nessun amore vale il prezzo di una rivoluzione che possa ridare tanta vita al mondo»

Ma la domanda resta ed è ciascuno di noi che, sembra dirci l’autore, dovrebbe rivolgerla a se stesso. Sì, dovrebbe: è questo che sembra dire. Come una cogenza, una necessità inderogabile.

Chi è disposto a barattare la propria felicità, il proprio amore privato per mettersi al servizio della collettività? Chi ha le spalle tanto forti da reggere il sacrificio?

Forse, sembra urlare il libro, se solo ci muovessimo per tempo, potrebbe non arrivare il momento in cui saremo comunque costretti a farlo.

Meno uomini e più cani pazzi?

«Per noi uomini, c’è se sempre una casa, un porto sicuro, un luogo a cui tronare. Ed è questo partire e andare il problema che non hanno gli Animali. Un partire che può non restituirti a chi tiene a te, un restare che può farti rimpiangere per sempre di non essere andato. Ovunque vanno, loro si adattano, è la loro nuova casa, non provano nostalgia, come quando giunsero qui e dopo un secondo si erano abituati alla rada erba a disposizione.» (p. 372)

Dimenticatela, sembra dire questa Voce, uccidetela la maledetta nostalgia (di casa, del passato, di qualsiasi cosa). Siate un po’ meno ragionevoli, più pazzi, più sognatori. Siate come gli animali.

Ovunque viene ribadito l’incitamento ad essere pericolosi. Vaccari non scompare dietro ai suoi personaggi ma lancia strali, colpisce e affonda, e fa dire a Spartaco (che parla di sé stesso intercambiabilmente al maschile e al femminile) che il dibattito non serve a niente,

«uccide la politica, alimenta la connivenza, è l’orgasmo del compromesso»; persino il movimento queer, potenzialmente rivoluzionario date le premesse, ha perso un occasione: bisognava usare la violenza, bisognava essere terribili, essere cani pazzi da battaglia non fare feste di carnevale con le parrucche. Bisognava.

Un’altra risposta possibile al da farsi, la trovo qui:

«Quando muori, diventi il sogno di qualcuno.» (p. 402)

che, oltre ad essere una chiamata alle armi vera e propria, è una delle frasi più poetiche dell’intero libro (oltre 400 pagine).

Un libro per pazzi, non per sognatori

All’inzio, leggendo troppe volte la parola “sogno”, ho creduto davvero che fosse un libro per sognatori.

Ora non sono più tanto d’accordo, né con il libro né con me stessa: ripensandoci, riandando alla violenza senza misura, al coraggio feroce e sfrenato di essere una voce polemica, incazzata, divergente – con tutte le ricadute che questo può avere, dentro e fuori dal libro – sono più convinta che questo sia un libro per pazzi, non per sognatori.

Il pazzo avrà sempre dei nemici; e anche questo libro, come la speranza e il coraggio che invoca, sembra chiedere a gran voce di averne.

Per quest’ultima suggestione la colpa è di Pavese, di questa sua frase che da sempre mi ossessiona:

«Bisogna essere pazzi, non sognatori. Essere al di qua dell’assestamento, non al di là. Un pazzo può ancora rinsavire, ma al sognatore non resta che staccarsi da terra. Il pazzo ha dei nemici. Il sognatore non ha che se stesso.

[Cesare Pavese – Il mestiere di vivere – Diario 1935-1950]

Il libro di cui (non) ho fatto la recensione è “Urla sempre primavera” di Michele Vaccari, NN Editore

Qui è dove (non) vi racconto “Io sono la bestia” di Andrea Donaera, altro libro edito da NN Editore che, nel panorama dell’editoria contemporanea italiana (e non), offre un contributo essenziale alla scoperta e diffusione di voci nuove (con grande attenzione alle narrazioni in grado di sperimentare e innovare).

Dust to dust I gasp for air

“…arrendersi, no, ma,
fatti miei, alla fin fine,
che affondo in un amore da canzone:
che ogni sguardo mi è una rivoluzione…”

Michele Trevi, quindici anni, venti poesie. Stop. Fine. Uno qualunque, come te e come me. Tutti giovani tranne lui, tutti giovani tranne noi. Inesistenza che insiste e genera storia, assenza che è essenza dell’azione di chi resta. La morte, nel raccontare, è inizio di ogni cosa: della creazione e della creatura, mostro (s)fatto di brandelli “si erano mangiati a vicenda nel tentativo disperato di liberarsi”, brandelli di mille creature intrecciate l’un l’altra.

Come dopo aver letto Binari di Monica Pezzella, i muscoli dello stomaco mescolano le Voci con gli acidi e gli enzimi per disintegrarle ma pezzi di corpi schizzati fuori restano incollati alle pareti dell’intestino. Non vanno giù. Così ho messo in cuffia “Raise the dead” e “War” dei Bathory, in loop, ho riletto le poesie di Michele Trevi, qualche passaggio de “La Bella e la Bestia” e ho iniziato a scrivere.

“Dust to dust
I gasp for air
I scream for sight
and fight against
torment and dread
Calling the vengeance
I tear at the lid
and promise to raise
from the dead

Raise the dead

Chi è Mimì? Un corpo: la gobba. Una lettera: “B”.

Bestia basta bara. Come un singhiozzo, e Mimì infatti piange e spara e ad ogni lacrima, ad ogni colpo di pistola ti ficca la sua “b” in gola come un montante ben assestato sul busto, dritto al plesso solare, di quelli che quando arriva, letteralmente, ti spezza il fiato. E ti senti morire.

Con rigore geometrico e allucinato Mimì piange e uccide, uccide e piange, con quel nome, Mimì, che fa quasi tenerezza: una specie di miagolìo, squittìo pietoso, un suono squillante: Mimì.

Fa quasi ridere, quel nome, fa pisciare nelle mutande dal ridere. Che cazzo di nome per un boss, Mimì. Una cosa da niente, una nota stonata. Ma è dallo scarto tra suono e senso delle parole, è dal conflitto che nasce il grido, nasce l’orrore.

“è un soffitto ammuffito e senza voglia,
è una geografia di una qualche vita
lasciata non finita su una soglia,
atroce e uguale mentre tutto cambia –
e mai il coraggio di un colpo di grazia,
e mai il coraggio di un colpo di grazia.”

Chi è Veli? Il guardiano che è anche il prigioniero.

Veli gettato lì nel capanno come un sacco di munnizza, abbandonato, deve controllare Nicole, la sconosciuta alla quale sovrappone l’immagine della donna amata, Arianna, altra assenza alla quale un personaggio si rivolge.

Perché tutti, in questo libro, in un modo o nell’altro, parlano ai morti, passati e futuri, agli assenti, o agiscono per causa loro.

Ai vivi non c’è niente da dire, con i vivi bisogna agire: prendere la pistola, il coltello, e agire.

Anche le parole sono una maschera. Una forma altra della stilettata.

E che nome è Veli? Un suono delicato, che scivola, lento, quasi patetico nel suo dolore.

“nei corridoi liceali
dove c’è penombra di anime e cuori
e cazzi sui muri e banchi scheggiati

e le ore si contano e i passi pure
in ogni aula un pianto o una risata
e mai mai mai io mai così tanto vuoto
lontano crepato non so cos’altro
(sono una nazione invasa da chiunque
una canzone stonata da chiunque
truciolato mangiucchiato da chiunque
ma specialmente ovviamente da te”

Chi è Nicole?

Qualcuno da accusare, qualcuno da rinchiudere, qualcuno su cui pesano simulacri di altri corpi, corpo che muove pensieri e e azioni. Per lei Michele suo – così dice, così pensa Mimì, come un’ossessione – per lei si è ucciso.

Come Nicole anche Arianna è prigioniera – Nicole nel capanno, Arianna nella propria casa –  e come Arianna anche Nicole vuole fuggire. Su di lei Veli sovrappone l’immagine di Arianna, si diceva. Nicole è corpo-funzione: genera ricordi, pensieri, azioni, sensazioni.

Nicole è corpo che trema, che ha paura del ricordo del corpo morto di suo padre, non della propria morte: se anche sopravvivesse dovrebbe convivere con il pensiero del corpo del padre.

Suddenly powers comes
from within
Muscles and mind are
filled with wrath
I burst out in frenzy
powers of hell
and break up the
tomb and the dark

Raise the dead”

Chi è Marta? Madre, di Arianna e Michele. Un suono, qualcosa di duro con “tr” e “dr” dentro ma anche qualcosa di dolce con “ese” “ase” e “sf”: una pietra, madre, misteriosa, pietra di una cattedrale, con cui furono costruite “le chiese e le case più vecchie del paese (…) quella pietra che si sfarina appena la sfiori”.

Marta odia Arianna – madre che odia figlia, e non diciamo come – ma è solo una delle tante forme di odio.

Qui tutti hanno o cercano qualcuno da odiare, qualcuno da uccidere, qualcuno da amare.

“…eapers and vultures
Demons
stand up
and chime the bell

Raise the dead”

Dove si muovono, parlano e pensano i personaggi?

C’è una casa, una famiglia – per tutti casa e famiglia = rifugio, cura, protezione.

Qui casa, qui famiglia = abuso, sopruso, violenza, omicidio, canna della pistola in gola, sparo, bestia, bara.

C’è un capanno abbandonato, topi morti, wurstel scadenti e mele, spazzatura, un coltello, sangue, polvere, escrementi: il luogo meno sicuro diventa rifugio, luogo dove il gioco, la tenerezza, la cura tra due esseri umani – che non sono famiglia eppure per un attimo lo sono – sono ancora possibili.

Quali esseri umani? Veli e Nicole, guardiano in gabbia e prigioniera.

Dentro il capanno si sta al sicuro, almeno finchè le due linee narrative, quella dentro e quella fuori, si intrecciano: la bestia irrompe.

“A crack of thunder, a smell of death
the wind of mayhem blows
Heaven in its final breath
and God lose all control

Prayers for mercy cries for help
won’t stop the blasphemy
Our troops emerge the sacred throne
and the victory is complete”

Perché ho scritto?

Per liberarmi di questi personaggi e di queste voci che mi si appiccicano addosso come bava di topo, un topo che ha qualcosa che sa di tenerezza.

No, meglio, di delicatezza.

Michele, ragazzo poeta che vola come Birdman dal settimo piano, vola ma non si è mai schiantato: continua a volare.

Scrivo perché questo libro ha conquistato un lettore per niente facile (uno che non leggeva da tempo).

Perché? Gli chiedo. Per il ritmo, dice: è come un rif di chitarra.

Io sono una lettrice, non conto; ma se un musicista dice che in questo libro si sente il suono delle parole significa che è vero. E questa volta, su questo libro, siamo tutti d’accordo. Abbiamo tutti ragione. È una cosa bellissima: avere ragione, intendo. Significa che questo libro è arrivato dove doveva arrivare. A tutti.

Scrivo pensando alle voci di Faulkner in Mentre morivo.

Scrivo pensando a come questo romanzo sia stato scritto: per essere divorato, fagocitato, ingurgitato come una puntata di Black Mirror, tutto e subito, forgiato nel ritmo sincopato dei nostri giorni, in quella danza indiavolata che è il nostro fruire i prodotti seriali, l’arte, la vita.

Un ritmo spezzato, ossessivo, fatto di personaggi creati per esistere fuori dalla pagina. Come lui

Michele Trevi.

Andrea Donaera padroneggia i dialoghi, e il loro alternarsi con i monologhi interiori, in modo straordinario. Non ho mai letto uno scrittore contemporaneo che sappia farlo con tanta leggerezza.

Penso che Andrea volesse che ricordassimo che questo libro è nato per la scena, per il teatro: non c’è pericolo che ce ne dimentichiamo.

Anche Andrea, come Michele, ha deciso di esistere dentro e fuori/oltre la pagina e sembra dirci, come scrittore: la scrittura deve tener conto dei tic interiori dell’epoca frantumata che stiamo vivendo e un libro, se “pretende” di essere letto oggi, deve trasformare questi tic in segno grafico sulla pagina e portare dentro il libro le forme di narrazione che libro non sono.

Andrea è scrittore-mente pensante-aggregatore culturale: lo seguo da qualche tempo, sento che parla un linguaggio che molti che non scrivono possono capire per poi arrivare ad altro. Andrea dice “ca**” e ride (ho provato a contare le volte in cui dice “ca***” e ride nel suo meraviglioso podcast ‘Ntrame, ho perso il conto) e non lo fa per posa, per fare il giovane o per sentirsi giovane, per strizzare l’occhio a qualcuno: parla come pensa, traduce dal dialetto (dice) e intanto cita Gospodinov e Amelia Rosselli con disinvoltura.

È uno che sa perché scrive e cosa significa scrivere in termini di perseveranza e dedizione ma è anche, lungi dagli stereotipi dello scrittore elitario, uno che non ha rinunciato a dialogare con le ferite-persone del presente e dar loro dignità nei libri.

La morte è disseminata ovunque nel suo libro: morte fisica, violenta, morte veloce o lenta, inesorabile, morte che genera vita e genera storia.

La morte fa scrivere. L’arte nasce dalla paura della morte e nasce per sfidare la morte, giocarci al biliardino (non a scacchi, troppo intellettuale).

“Io sono la bestia” è una discesa agli inferi ineluttabile, senza risalita, senza morale e consolazione finale (ché in letteratura morale e consolazione sono la cosa peggiore).

Andrea Donaera infila dentro la sua storia i mostri che percepiamo come vicini, possibili, umani troppo umani proprio perché ce ne mostra le crepe e le incrinature.

La bestia sono io, la bestia sei tu. Se tu vuoi sopravvivere devi essere più bestia della bestia.

Alla fine del libro tutto ricomincia dal punto in cui era iniziato. Come ho scritto per il romanzo di Monica Pezzella, Binari. L’inizio dalla e nella fine.

Senza finire.


“…e in tutte le piazze ti vedo, e spero,
di smetterla coi sogni
di te stesa bocconi
uguale a me: che ti amo
perché non amo me,
ma io non ho che me.”

Il libro del quale non ho fatto la recensione è “Io sono la bestia” di Andrea Donaera, NNE Editore

Brani musicali citati (in inglese):

Bathory, War; Bathory, Raise the dead

Frammenti citati (in italiano):

Michele Trevi – Quaderno d’addio
20 poesie alla Bella N.

Immagine di copertina: Poster dei Bathory (citato nel libro di Andrea Donaera)

L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

Drieu La Rochelle, un uomo spezzato

Negli anni ho imparato che l’affetto è forma mutevole, e inaffidabile, della relazione. Stima e ammirazione ci sono concessi da amici (e nemici) per le nostre qualità concrete, visibili, riconoscibili e riconosciute.

Ammirazione, recita la Treccani, è quel “sentimento di attrazione che si prova verso cose straordinariamente belle e pregevoli, o di stima, rispetto, simpatia per qualità singolari di una persona”.

C’è in quel “ad- mirari”, in quel “guardare con stupore”, un potenziale di ineluttabilità esploso in espressioni quali “cose straordinariamente belle e pregevoli” e “qualità singolari”.

Negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare il tributo di stima più del “ti voglio bene” gettato alla rinfusa: l’amore incostante, mutevole, falsificato dall’immagine simulacrale che, il più delle volte, ci si forgia dell’Altro. Spesso si ama con il ventre e senza testa, perdendo la testa, sbattendola sul muro, fracassandosi il cranio. Il più delle volte prendendo un abbaglio su quel che significa “amore”.

Dopo aver letto i suoi libri e la sua biografia mi sono chiesta come mi sarei comportata, e cosa avrei provato, se avessi conosciuto l’uomo che risponde al nome di Drieu La Rochelle.

Scrittore e saggista francese, nato a Parigi nel 1893, La Rochelle ha forgiato una prosa di impareggiabile valore.

Il suo “Diario” contiene alcune delle pagine stilisticamente più belle che la letteratura francese possa vantare e che sono però, spesso, intrise di risentimento verso l’Altro in quella forma deplorevole che abbiamo imparato a conoscere come antisemitismo. Odio verso l’Altro che era forse lo specchio dell’odio che l’uomo Drieu provava verso se stesso. La Rochelle aderì ai programmi reazionari di destra e fu un collaborazionista convinto durante l’occupazione tedesca della Francia; in seguito fu accusato di collaborazionismo e nel 1945 si tolse la vita.

Non so se io e Drieu – sapendo ciò che so di lui, essendo quella che sono – saremmo mai diventati amici ma quello che so – essendo quella che sono – è che non avrei rinunciato a leggere le sue opere.

So di inserire questa riflessione in un dibattito difficile e insolubile, quello sulla possibilità (o impossibilità) di distinguere l’uomo dall’artista. Per me è essenziale provare a fermarsi, e riflettere, su ciò che definiamo letteratura e ciò che letteratura non è.

Distinguere tra ciò che arte e letteratura possono in fatto di sconfinamento rispetto alla morale e ciò che, per esempio, il giornalismo (forma cronachistica non finzionale di scrittura), per esempio, è chiamato a fare.

Credo che la letteratura non dovrebbe ergersi a giudice, né dovrebbe sancire ciò che è giusto o sbagliato; la letteratura può prendersi la libertà di parlarci di violenti e assassini portandoci persino a simpatizzare con loro (come il cinema, le serie tv, e qualsiasia altra opera): può farlo perché non è “favola”, non è Esopo che deve ammaestrarci, e non è cronaca del reale nè giornalismo d’inchiesta nè denuncia sociale.

La letteratura è più simile ad una Maga dai dubbi costumi che opera in modi sorprendenti per aprire orizzonti inattesi; può persino risultare fuori luogo nei modi, fuori dagli schemi nei contenuti, e scagliare incantesimi contrari al buon senso o alla morale. La letteratura deve essere prima di tutto “buona letteratura”, cioè ben scritta: non infarcita di parole stantie o morali consolatorie, non veicolo di soluzioni, definizioni, precetti e insegnamenti.

Forse uno come La Rochelle si sarebbe accanito contro tutti i “deviati”, come li avrebbe definiti: lui ed io avremmo battagliato come esseri umani e, per via delle nostre convinzioni personali, ci saremmo persino odiati; eppure la mia opinione personale sarebbe stata, invariabilmente, che Memorie di Dirk Raspe” è uno dei libri migliori che abbia mai letto, oltre che il miglior romanzo sulla vita di Van Gogh che potrete mai leggere.

Subito dopo averlo scritto, Drieu si uccise. A uccidersi fu un uomo che odiava se stesso con ferocia pari, se non maggiore, a quella riservata agli altri.

Fuoco fatuo” è un altro romanzo capolavoro: uno scrittore fallito, un drogato, un dandy caduto in misera che passa un’intera giornata a camminare per le vie di una città desolata cercando una ragione per vivere, sapendo che, al fondo di quell’errabondaggio, non ne troverà. Il breve romanzo trasse ispirazione dal suicidio dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, amico di Drieu. C’è molto di Drieu in Rigaut e c’è molto di Drieu anche nel Van Gogh romanzato del “Dirk Raspe”.

Drieu costruisce, con una prosa semplice che tocca vette altissime, personaggi densi e tesi fino a consumare la pelle delle parole, e spesso lo fa a partire da persone reali alle quali si sente affine per tentazione all’abisso e alla disperazione.

È un uomo rotto dentro, Drieu. Però – direte voi – è uno di quelli che, nella vita reale, non potremmo mai amare, non potremmo mai comprendere perché ha agito male, in un modo che giudichiamo moralmente deprecabile.

E sì, sono d’accordo: il fatto di uccidersi non santifica nessuno. Eppure quest’uomo, anche se ha agito male, è proprio come me, e anche come voi. Forse, quello che ci infastidisce è che questo intellettuale che si macchiò di antisemitismo ci sbatta in faccia il suo essere rotto dentro con quel gesto definitivo e plateale mentre noi, brave persone, continuiamo a vivere e lottare senza lamentarci. Questo è coraggio, direte: il nostro vivere e lottare, essere eroi del quotidiano. Eppure ci vuole coraggio, io credo, lucidità e non follia ma soprattutto coraggio, per togliersi la vita essendo quel qualcuno che ci ha già provato, quel qualcuno che sul suicidio ha riflettutto, rimuginato per tutta la vita. E ne ha scritto per tutta la vita.

“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde” (Racconto segreto)

Drieu pensò di scrivere “Dirk Raspe” prima di tentare di uccidersi ma l’idea del suicidio dimorava da sempre nella sua mente. Come per altri scrittori della sua generazioneBreton e Malrauxl’Arte fu sempre un tema essenziale nelle sue opere: scrisse appassionatamente di Van Gogh, dalla cui vita fu sempre affascinato, e lo fece in totale solitudine, barricandosi in una casa sperduta nelle campagne di Parigi. Scrisse di getto, senza revisionare il testo. Un testo in cui ogni parola è pensata, pesata e posizionata con maestria.

“Gli specchi (…) sono fatti per coloro che vedono senza guardare e che, se guardano, vedono l’invisibile insieme al visibile; sono fatti per gli inquieti, i curiosi, gli affamati di domande e di conoscenza; sono fatti per gli artigiani della vista e del tatto, come me (…); per chi si stupisce, per i timidi, i modesti, gli umili; (…)per coloro che vivono intensamente in se stessi e dietro se stessi e che possono guardarsi da una profondità che non è più l’io vano, effimero e che sono in grado di guardarsi con un distacco e un’oggettività tali da confondere il loro viso con tutti i visi che lo specchio potrebbe riflettere, trasfigurati e fusi in un solo viso, quello dell’Uomo. E l’uomo considera il dio che risiede nell’Uomo. A quell’epoca, smisi di guardare così lungamente, così profondamente, non volevo arrivare al punto in cui l’Uomo e il dio e Dio si annullano e svaniscono nell’indecifrabile, nell’inconcepibile, nell’indicibile”.

E invece Drieu guardò, tocco quel punto, non torno indietro. Forse non era mai stato davvero a suo agio nel mondo.

La schiena china sul “Diario”, annotava riguardo al “Dirk Raspe”:

“scrivo da quattro a otto pagine consecutive senza sforzi, senza mai rileggere quel che precede. Scrivo tutto il romanzo senza preoccuparmi del lavoro già fatto:in tal modo posso esprimere il brancolamento dell’esistenza”.

Alternava momenti di euforia e lavoro indefesso ad altri di invincibile scoramento

“Ne ho abbastanza di quel nuovo romanzo (…), abbastanza del mondo. Non riesco più a interessarmi veramente alle ‘cose’ (…) Non ho fatto alcun progresso nella concentrazione. (…) E poi io non sono un uomo di concentrazione.

Due mesi dopo, nel marzo del ‘45, si uccise. Il primo tentativo di suicidio risaliva all’agosto del ’44. In quel tempo di mezzo Drieu scrisse, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, e unico, nel panorama letterario.

Se preferirei che avesse avuto idee diverse da quelle che aveva? Che fosse stato un uomo diverso?

”La gente si contraddice (…); ti scongiura di essere te stesso e subito ti rimprovera di esserlo troppo”.

Non oserei chiedere nulla di simile a un essere umano, nè saprei rimproverare Drieu per ciò che non fu in grado di essere.

Cosa sappiamo veramente dei tormenti di quest’uomo che amava camminare molto, un camminatore seriale, e restare solo. Quest’uomo timido con le donne e ossessionato dal pensiero dei corpi, che si riteneva brutto e che perciò stesso scelse di diventare brutto, di abbrutirsi per giustificare il proprio ritiro dalle scene del mondo. Quest’uomo che correva dietro alle puttane e non riusciva ad avere relazioni “normali” (qualunque cosa significhi) con donne comuni e che prima di morire dialogava quasi solo con i poeti morti – Coleridge, Keats, Shelley, Holderlin, Baudelaire?

Chi avrebbe potuto salvarlo da se stesso, quest’uomo imbevuto di idee reazionarie, letteratura, poesia, immagini distorte di sè stesso e del reale, quest’uomo che – come scrive nel suo diario due giorni prima di ucciddersi – era ossessionato dall’idea di completare ciò che aveva iniziato?

Ammazzarsi è esercitare su di sé il diritto di vita e morte

e Drieu era ossessionato dall’idea di autodeterminarsi e affermarsi come volontà e dio pantocratore.

Se un uomo è tale nella misura in cui è fallibile, nella misura in cui è dannato, caduto, allora anche quest’uomo, che non è degno del nostro amore, è un uomo. Certamente è uno scrittore straordinario.

Penso che se lo avessi conosciuto, Drieu, sarei stata sedotta dal suo genio, avrei amato la sua mente, la sua scrittura, il suo modo di forgiare mondi impossibili con le parole, di far vibrare in modo straordinario le cose ordinarie; forse mi sarei detta che amavo l’uomo e sarebbe stato falso, sarebbe stato un fraintendimento, un abbaglio. Ma lo avrei capito in seguito perché è così che accade con l’amore.

Perciò al mutevole affetto per gli esseri umani preferisco la stima durevole, l’ammirazione.

Grazie ai libri di La Rochelle la mia mente si apre ad orizzonti inattesi, comprendo e abbraccio l’umano tutto nella sua imperfezione.

Ci sono esseri umani che sono abbaglio e fraintendimento persino per se stessi e quel bagliore li seduce, sono sedotti da se stessi al punto di morirne.

Il loro bagliore è puro ed eterno solo nelle opere. Forse non sono stati buoni e puri – né con gli altri nè, qualche volta, con se stessi – ma hanno fatto qualcosa di buono, ci hanno lasciato qualcosa che ha valore e che possiamo giudicare tale perché amplia e arricchisce il mondo in cui viviamo.

Diamo atto all’uomo fallibile, foss’anche il più fallibile tra gli uomini, per esser stato impeccabile nell’arte che scelse – o dalla quale fu scelto – e nella quale espresse la parte migliore, e buona, di sé.

Dobbiamo riconoscere che ha pagato un prezzo altissimo.

“Le memorie di Dirk Raspe” è un’opera incompiuta, scritta a ridosso dell’abisso: la tipica opera giudicata “imperfetta” dal mercato editoriale. Eppure, come accade non di rado, questo “non finito” è la cosa più perfetta, più compiuta che La Rochelle abbia scritto. Ed è una fortuna che sia rimasta, incompiuta e perfetta, nonostante l’uomo.

Foto di copertina

A Mavara

È giunto il momento di non tacere. E’ già la terza volta che accade.

Tre, numero magico, mistico, profetico.

Tre, cantiche della Commedia.

Tre, Giona nella balena.

Tre, le Madonne. Persino Aldo, Giovanni e Giacomo, per dire. Tre.

Per tre volte è accaduto che qualcuno riemergesse dalle nebbie del mio passato, dopo dieci anni di silenzi e strade divise da chissà quali malintesi e incomprensioni, solo per dirmi cose come

“Avevi ragione.”

“Avevi capito già allora.”

“Me lo avevi detto.”

“È come se avessi visto prima quello che sarebbe accaduto.”

Ora, io non sono una da “te lo avevo detto” ma, nonostante la veneranda età, continuo a lasciarmi stupire dalle cose. Diciamo pure che le noto. Diciamo pure che le vedo meglio di altri, che metto insieme i pezzi. Non posso fare a meno di sorprendermi se qualcuno, mosso da non so quale empito, dopo anni di silenzi e distanze, mi cerca solo per dirmi queste parole.

Pur avendo una certa dimistichezza con morti e fantasmi, pur essendo avida lettrice di Poe, Shirley, Hoffman e compagnia cantante, non ho ancora capito come tutto ciò possa incidere sulla mia vita (perché su quella degli altri, a quanto pare, ha un peso). Sono certa però che inciderà sul Cosmo, Universo o comunque lo vogliate chiamare. Non vi spaventate, nulla di grave: non ci sono morti o fantasmi in questa storia (almeno credo).

In questo periodo, a causa dei singolari eventi dei quali vi narro, ripenso molto a mia Nonna, donna perduta spezzata sconfitta, e scrivo molto di Lei. Lei che in famiglia, e non solo, qualcuno chiamava “A mavara” (strega, fattucchiera, in siciliano). Rimasta nel limbo, impigliata nella ragnatela che Lei stessa ha tessuto per anni, morta in vita e che pure forse ancora vive. Su di Lei, due anni fa, in un momento di crollo shakerato con adrenalina, ho scritto un monologo potentissimo che tengo chiuso nel baule col catenaccio. Ho paura di rileggermi.

Oggi mi chiedo: chissà se lo era davvero, una strega? Chissà se potrebbe aiutarmi. Le scriverò una lettera, è così che si fa con i vivi che non puoi vedere o con i morti che si fanno sentire. Non so se sono una strega però non mi dispiace sapere che dove altri si fermano io vado oltre. Diciamo che mi piacerebbe saperne di più, su questa cosa, avere altri segni. La quarta e la quinta volta, magari arriviamo fino alla nona. Facciamo nove, numero perfetto.

Intanto, mentre i vivi ricompaiono come ombre dal passato per sussurrarmi all’orecchio “avevi ragione”, ripenso a come ho sempre accettato il rifiuto, l’incomprensione, persino lo sberleffo di certe persone. È bello, oggi, vedere tutto questo sotto una luce diversa: chissà, forse anche queste persone, semplicemente, non potevano vedere.

Sono qui comunque, aspetto.

Altri dieci anni e vediamo che succede.

In foto, nonna Angela, A Mavara.

Volevo scrivere di Bolaño e Bernhard ma a Catania Parte 1 (ieri) e Parte 2 (oggi)

Parte 1 (ieri)

Volevo scrivere di Bolaño e Bernhard ma Catania si sta inabissando sotto litri di pioggia.

Avrei voluto parlarvi di Roberto Bolaño e Thomas Bernhard, dello stupore di scoprire a più di trent’anni due autori che sono colossi della letteratura mondiale e che ancora molti lettori – e tra questi lettori c’ero io fino a qualche mese fa – non conoscono. L’ironia pungente di una voce unica, miseria fango sesso libero e bordelli mescolati con garbo nel cielo tutto Messico e nuvole immagini di sogno che ci perdono in parole come ragnatele e vomiti cristallizzati circuiti ossessivi e un ritmo forsennato, implacabile.

Uno stile straordinario, questi due folli.

Avrei voluto scrivere di tutto questo ma Catania si sta inabissando sotto litri di pioggia e, in momenti in cui devi sollevare la gonna fin sopra le mutande – per fortuna ultimamente non porto la gonna, non porto nemmeno le mutande ma comode tute sportive – devi preoccuparti di cose meno nobili, per così dire, meno alte. Più terra terra – che è dove finisce la tua anima quando ti preoccupi per cose quotidiane, cosiddette essenziali, cosiddette minimo sindacale per una vita civile e ti senti l’acqua alla gola. Non di solo pane si vive, e uno ci prova.

Finchè poi non ti entra l’acqua in casa – o almeno ci prova, ad arrivarti alla gola – e tu la spingi fuori – tu qui non puoi, le dici, tu qui non dovresti entrare. Non è posto per te.

E comunque, Complimenti vivissimi a chi ha fatto le case.

Complimenti a chi fa le case.

Complimenti.

Si sa che non tutte le case, non tutte le città, non tutte le terre, riescono col buco. La mia sì.

Un buco vertiginoso sta risucchiando ogni cosa. Ci sono i morti e si sapeva, lo sapevamo, che le braccia di Colapesce stavano per cedere.

Intanto asciugo le gocce e declamo versi di Ungaretti pensando che Brandon Lee non doveva morire sul set, che Milano è una dilettante rispetto a Catania in fatto di acquazzoni e che se Brandon Lee fosse vivo e vivesse a Catania e non a Milano – e penso che se fosse vivo potrebbe darsi benissimo che viva a Catania piuttosto che a Milano o New York o Kuala Lumpur o Kamčatka, non vedo perché no – non direbbe più quella frase poetica e stupida che ci piace tanto e per la quale lo ricordiamo. Non la direbbe. Perché ormai è chiaro a tutti che a Catania, avendo piovuto come sta piovendo da tre giorni, è un po’ come se avesse piovuto “per sempre”, una quantità d’acqua pari a ciò che potrebbe significare “per sempre” – dal che ne deriva che sì, “PUO’ PIOVERE PER SEMPRE”- ed è chiaro che noi tutti, anche se chiusi nelle nostre case in via di allagamento, ci sentiamo così, ora. Proprio ora. Come se dovesse piovere per sempre.

Comunque lo farò, vi parlerò presto di Bolaño e Bernhard, perché sono una che non si arrende a due sputacchiate di dio.

Ne scrivo con passione, di Bolaño e Bernhard, mentre li leggo. E nel prossimo post ve ne parlerò.

Intanto dalla bidonville è tutto.

Passo e chiudo.

Parte 2 (oggi)

Non riesco ancora a scrivere di Bolaño e Bernhard.

O meglio, ne ho scritto ma tengo tutto per me perché non so davvero a cosa serva portarvi in Messico o in Austria mentre la città in cui vivo va in frantumi.

Quello che è accaduto ieri a Catania, quello che forse accadrà domani e venerdì ma che è già accaduto prima di ieri e accadrà ancora dopo domani, serve a ricordarmi ineluttabilmente che la sorte di un essere umano è vincolata al luogo in cui nasce o si trova a vivere.


Di là dal consolatorio “ovunque tu sia, conta solo come vivi”, capisci che sei libero nella misura in cui puoi scegliere non solo come ma dove vivere (giacchè dove nascere non lo potremmo scegliere in nessun caso, anche se c’è chi direbbe – e non voglio contestare la possibilità – che abbiamo scelto ogni cosa prima di nascere, persino i nostri genitori).
Se io potessi scegliere, e in questa fase della mia vita davvero non posso – non posso molte cose ma soprattutto non posso scegliere dove vivere – non vivrei a Catania. La amo, questa città, e non consiglierei a nessuno di viverci. A nessuno. Non sempre si può avere chi, ciò che, si ama. E se c’è qualcuno che non capisce cosa significhi sono lieta per questo qualcuno: significa che non ha dovuto soffrire abbastanza da dirsi spezzato.


Tornando a quanto accaduto ieri a Catania: il modo in cui la città è rimasta spezzata, divorata dalla sua stessa – la nostra – sozzura vomitata dai tombini, mi ricorda che quelli come me, quelli che credono di poter sanare ogni ferita e salvare le cose votate alla rovina, hanno fallito. Abbiamo fallito. Io ho fallito. Quelli come me hanno fallito e nulla possono contro quelli che questa città, questa terra in generale, la vogliono franta e sfatta, capo chino ventre a terra bocca nel fango ginocchia sbucciate tra le crepe dell’asfalto. Non la vorrei così, noi non la vorremmo così, questa città, ma ho capito anni fa che io, che noi, non siamo niente. Non siamo i grandi, non siamo i potenti – e dico noi per dire di quelli che, come me, non hanno mai avuto la vocazione a comandare, impartire ordini, dettare le regole del gioco, dire agli altri di fare o non fare qualcosa, e come.

“L’arte della guerra” di Sun Tzu l’ho letto pure io – e ci mancherebbe, leggo qualsiasi cosa – ma non come devono averlo letto quelli che comandano – sempre che l’abbiano letto, ma ormai l’hanno letto tutti – per piegarlo alle nefandezze. L’ho letto, ricopiato, imparato a memoria e capito che no, mi dispiace ma non ce l’ho, la vocazione al comando, e sì, un po’ mi dispiace. Senza arroganza dico che mi dispiace che quelli come me non ce l’abbiano quasi mai, la vocazione al comando. Perché quelli che ce l’hanno questo talento, questa vocazione, sono gli stessi che hanno reso possibile che questa terra, ancora nel 2021, soffochi nella sua stessa merda.


Io scriverò, dipingerò, userò il corpo e la voce ma non ho idea di come tutto ciò che sono e che so fare possa sanare questo tipo di ferita. E posso volere molte cose, tutte bellissime e inutili, ma per quanto lo voglia, per quanto ci provi, concretamente non la costruirò mai da sola, questa rete. Faccio quel che posso. Ma, in questo volere, mi sento spesso sola.
Ripeto: non ho idea di come ciò che so fare possa sanare questo tipo di ferita ma sono certa che può sanarne altre. Se non lo fossi – ma lo sono – getterei la penna, tirerei lo sciacquone – sperando non si intasi e non vomiti le mie lordure – e smetterei di fare la sola cosa che, in questa vita – non so dire delle altre, dove quasi sempre mi immagino ballerina di burlesque o freak in qualche carrozzone circense – so fare bene.

Quello che so fare bene non salverà la mia città – c’è chi, migliore di me, ci ha già provato, e ha fallito – non salverà la mia terra, non salverà un popolo umiliato e offeso (da se stesso) da secoli. Ho smesso di volere le grandi azioni, le grandi rivoluzioni. Preferisco la piccola persona che ha il coraggio di dire aiutami, e poi si lascia aiutare.

Se avrò la possibilità lascerò ancora una volta la mia città, che amo, e, ancora una volta, andrò in frantumi. E sia.

A qualcuno capita di nascere ma nessuno sceglie dove nascere, chi o cosa amare. Sarò egoista ma questo è il tipo di egoismo che pretendo da me stessa per salvaguardare la possibilità di restare io, poter ancora dire di servire a qualcosa, a qualcuno che ha davvero bisogno di ciò che posso offrire.

E riconoscere che, anche se fa male, ci sono Persone – e Cose e Città e Terre – che non vogliono essere salvate.


“…splendida, geniale, sporca, volgare, affascinante, generosa, ingannatrice, urlante, maleducata, ladra, ridente, traditrice, non rassomiglia ad alcuna altra città al mondo.

Io che ti amai subito (…) un giorno o l’altro ti abbandonerò.

E subito non avrò più il mio cuore.

Ma domani, e anche dopodomani, voglio continuare a scrivere un madrigale per te”.


Giuseppe Fava (frammento dedicato a Catania), “I Siciliani”, 1980