L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

Drieu La Rochelle, un uomo spezzato

Negli anni ho imparato che l’affetto è forma mutevole, e inaffidabile, della relazione. Stima e ammirazione ci sono concessi da amici (e nemici) per le nostre qualità concrete, visibili, riconoscibili e riconosciute.

Ammirazione, recita la Treccani, è quel “sentimento di attrazione che si prova verso cose straordinariamente belle e pregevoli, o di stima, rispetto, simpatia per qualità singolari di una persona”.

C’è in quel “ad- mirari”, in quel “guardare con stupore”, un potenziale di ineluttabilità esploso in espressioni quali “cose straordinariamente belle e pregevoli” e “qualità singolari”.

Negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare il tributo di stima più del “ti voglio bene” gettato alla rinfusa: l’amore incostante, mutevole, falsificato dall’immagine simulacrale che, il più delle volte, ci si forgia dell’Altro. Spesso si ama con il ventre e senza testa, perdendo la testa, sbattendola sul muro, fracassandosi il cranio. Il più delle volte prendendo un abbaglio su quel che significa “amore”.

Dopo aver letto i suoi libri e la sua biografia mi sono chiesta come mi sarei comportata, e cosa avrei provato, se avessi conosciuto l’uomo che risponde al nome di Drieu La Rochelle.

Scrittore e saggista francese, nato a Parigi nel 1893, La Rochelle ha forgiato una prosa di impareggiabile valore.

Il suo “Diario” contiene alcune delle pagine stilisticamente più belle che la letteratura francese possa vantare e che sono però, spesso, intrise di risentimento verso l’Altro in quella forma deplorevole che abbiamo imparato a conoscere come antisemitismo. Odio verso l’Altro che era forse lo specchio dell’odio che l’uomo Drieu provava verso se stesso. La Rochelle aderì ai programmi reazionari di destra e fu un collaborazionista convinto durante l’occupazione tedesca della Francia; in seguito fu accusato di collaborazionismo e nel 1945 si tolse la vita.

Non so se io e Drieu – sapendo ciò che so di lui, essendo quella che sono – saremmo mai diventati amici ma quello che so – essendo quella che sono – è che non avrei rinunciato a leggere le sue opere.

So di inserire questa riflessione in un dibattito difficile e insolubile, quello sulla possibilità (o impossibilità) di distinguere l’uomo dall’artista. Per me è essenziale provare a fermarsi, e riflettere, su ciò che definiamo letteratura e ciò che letteratura non è.

Distinguere tra ciò che arte e letteratura possono in fatto di sconfinamento rispetto alla morale e ciò che, per esempio, il giornalismo (forma cronachistica non finzionale di scrittura), per esempio, è chiamato a fare.

Credo che la letteratura non dovrebbe ergersi a giudice, né dovrebbe sancire ciò che è giusto o sbagliato; la letteratura può prendersi la libertà di parlarci di violenti e assassini portandoci persino a simpatizzare con loro (come il cinema, le serie tv, e qualsiasia altra opera): può farlo perché non è “favola”, non è Esopo che deve ammaestrarci, e non è cronaca del reale nè giornalismo d’inchiesta nè denuncia sociale.

La letteratura è più simile ad una Maga dai dubbi costumi che opera in modi sorprendenti per aprire orizzonti inattesi; può persino risultare fuori luogo nei modi, fuori dagli schemi nei contenuti, e scagliare incantesimi contrari al buon senso o alla morale. La letteratura deve essere prima di tutto “buona letteratura”, cioè ben scritta: non infarcita di parole stantie o morali consolatorie, non veicolo di soluzioni, definizioni, precetti e insegnamenti.

Forse uno come La Rochelle si sarebbe accanito contro tutti i “deviati”, come li avrebbe definiti: lui ed io avremmo battagliato come esseri umani e, per via delle nostre convinzioni personali, ci saremmo persino odiati; eppure la mia opinione personale sarebbe stata, invariabilmente, che Memorie di Dirk Raspe” è uno dei libri migliori che abbia mai letto, oltre che il miglior romanzo sulla vita di Van Gogh che potrete mai leggere.

Subito dopo averlo scritto, Drieu si uccise. A uccidersi fu un uomo che odiava se stesso con ferocia pari, se non maggiore, a quella riservata agli altri.

Fuoco fatuo” è un altro romanzo capolavoro: uno scrittore fallito, un drogato, un dandy caduto in misera che passa un’intera giornata a camminare per le vie di una città desolata cercando una ragione per vivere, sapendo che, al fondo di quell’errabondaggio, non ne troverà. Il breve romanzo trasse ispirazione dal suicidio dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, amico di Drieu. C’è molto di Drieu in Rigaut e c’è molto di Drieu anche nel Van Gogh romanzato del “Dirk Raspe”.

Drieu costruisce, con una prosa semplice che tocca vette altissime, personaggi densi e tesi fino a consumare la pelle delle parole, e spesso lo fa a partire da persone reali alle quali si sente affine per tentazione all’abisso e alla disperazione.

È un uomo rotto dentro, Drieu. Però – direte voi – è uno di quelli che, nella vita reale, non potremmo mai amare, non potremmo mai comprendere perché ha agito male, in un modo che giudichiamo moralmente deprecabile.

E sì, sono d’accordo: il fatto di uccidersi non santifica nessuno. Eppure quest’uomo, anche se ha agito male, è proprio come me, e anche come voi. Forse, quello che ci infastidisce è che questo intellettuale che si macchiò di antisemitismo ci sbatta in faccia il suo essere rotto dentro con quel gesto definitivo e plateale mentre noi, brave persone, continuiamo a vivere e lottare senza lamentarci. Questo è coraggio, direte: il nostro vivere e lottare, essere eroi del quotidiano. Eppure ci vuole coraggio, io credo, lucidità e non follia ma soprattutto coraggio, per togliersi la vita essendo quel qualcuno che ci ha già provato, quel qualcuno che sul suicidio ha riflettutto, rimuginato per tutta la vita. E ne ha scritto per tutta la vita.

“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde” (Racconto segreto)

Drieu pensò di scrivere “Dirk Raspe” prima di tentare di uccidersi ma l’idea del suicidio dimorava da sempre nella sua mente. Come per altri scrittori della sua generazioneBreton e Malrauxl’Arte fu sempre un tema essenziale nelle sue opere: scrisse appassionatamente di Van Gogh, dalla cui vita fu sempre affascinato, e lo fece in totale solitudine, barricandosi in una casa sperduta nelle campagne di Parigi. Scrisse di getto, senza revisionare il testo. Un testo in cui ogni parola è pensata, pesata e posizionata con maestria.

“Gli specchi (…) sono fatti per coloro che vedono senza guardare e che, se guardano, vedono l’invisibile insieme al visibile; sono fatti per gli inquieti, i curiosi, gli affamati di domande e di conoscenza; sono fatti per gli artigiani della vista e del tatto, come me (…); per chi si stupisce, per i timidi, i modesti, gli umili; (…)per coloro che vivono intensamente in se stessi e dietro se stessi e che possono guardarsi da una profondità che non è più l’io vano, effimero e che sono in grado di guardarsi con un distacco e un’oggettività tali da confondere il loro viso con tutti i visi che lo specchio potrebbe riflettere, trasfigurati e fusi in un solo viso, quello dell’Uomo. E l’uomo considera il dio che risiede nell’Uomo. A quell’epoca, smisi di guardare così lungamente, così profondamente, non volevo arrivare al punto in cui l’Uomo e il dio e Dio si annullano e svaniscono nell’indecifrabile, nell’inconcepibile, nell’indicibile”.

E invece Drieu guardò, tocco quel punto, non torno indietro. Forse non era mai stato davvero a suo agio nel mondo.

La schiena china sul “Diario”, annotava riguardo al “Dirk Raspe”:

“scrivo da quattro a otto pagine consecutive senza sforzi, senza mai rileggere quel che precede. Scrivo tutto il romanzo senza preoccuparmi del lavoro già fatto:in tal modo posso esprimere il brancolamento dell’esistenza”.

Alternava momenti di euforia e lavoro indefesso ad altri di invincibile scoramento

“Ne ho abbastanza di quel nuovo romanzo (…), abbastanza del mondo. Non riesco più a interessarmi veramente alle ‘cose’ (…) Non ho fatto alcun progresso nella concentrazione. (…) E poi io non sono un uomo di concentrazione.

Due mesi dopo, nel marzo del ‘45, si uccise. Il primo tentativo di suicidio risaliva all’agosto del ’44. In quel tempo di mezzo Drieu scrisse, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, e unico, nel panorama letterario.

Se preferirei che avesse avuto idee diverse da quelle che aveva? Che fosse stato un uomo diverso?

”La gente si contraddice (…); ti scongiura di essere te stesso e subito ti rimprovera di esserlo troppo”.

Non oserei chiedere nulla di simile a un essere umano, nè saprei rimproverare Drieu per ciò che non fu in grado di essere.

Cosa sappiamo veramente dei tormenti di quest’uomo che amava camminare molto, un camminatore seriale, e restare solo. Quest’uomo timido con le donne e ossessionato dal pensiero dei corpi, che si riteneva brutto e che perciò stesso scelse di diventare brutto, di abbrutirsi per giustificare il proprio ritiro dalle scene del mondo. Quest’uomo che correva dietro alle puttane e non riusciva ad avere relazioni “normali” (qualunque cosa significhi) con donne comuni e che prima di morire dialogava quasi solo con i poeti morti – Coleridge, Keats, Shelley, Holderlin, Baudelaire?

Chi avrebbe potuto salvarlo da se stesso, quest’uomo imbevuto di idee reazionarie, letteratura, poesia, immagini distorte di sè stesso e del reale, quest’uomo che – come scrive nel suo diario due giorni prima di ucciddersi – era ossessionato dall’idea di completare ciò che aveva iniziato?

Ammazzarsi è esercitare su di sé il diritto di vita e morte

e Drieu era ossessionato dall’idea di autodeterminarsi e affermarsi come volontà e dio pantocratore.

Se un uomo è tale nella misura in cui è fallibile, nella misura in cui è dannato, caduto, allora anche quest’uomo, che non è degno del nostro amore, è un uomo. Certamente è uno scrittore straordinario.

Penso che se lo avessi conosciuto, Drieu, sarei stata sedotta dal suo genio, avrei amato la sua mente, la sua scrittura, il suo modo di forgiare mondi impossibili con le parole, di far vibrare in modo straordinario le cose ordinarie; forse mi sarei detta che amavo l’uomo e sarebbe stato falso, sarebbe stato un fraintendimento, un abbaglio. Ma lo avrei capito in seguito perché è così che accade con l’amore.

Perciò al mutevole affetto per gli esseri umani preferisco la stima durevole, l’ammirazione.

Grazie ai libri di La Rochelle la mia mente si apre ad orizzonti inattesi, comprendo e abbraccio l’umano tutto nella sua imperfezione.

Ci sono esseri umani che sono abbaglio e fraintendimento persino per se stessi e quel bagliore li seduce, sono sedotti da se stessi al punto di morirne.

Il loro bagliore è puro ed eterno solo nelle opere. Forse non sono stati buoni e puri – né con gli altri nè, qualche volta, con se stessi – ma hanno fatto qualcosa di buono, ci hanno lasciato qualcosa che ha valore e che possiamo giudicare tale perché amplia e arricchisce il mondo in cui viviamo.

Diamo atto all’uomo fallibile, foss’anche il più fallibile tra gli uomini, per esser stato impeccabile nell’arte che scelse – o dalla quale fu scelto – e nella quale espresse la parte migliore, e buona, di sé.

Dobbiamo riconoscere che ha pagato un prezzo altissimo.

“Le memorie di Dirk Raspe” è un’opera incompiuta, scritta a ridosso dell’abisso: la tipica opera giudicata “imperfetta” dal mercato editoriale. Eppure, come accade non di rado, questo “non finito” è la cosa più perfetta, più compiuta che La Rochelle abbia scritto. Ed è una fortuna che sia rimasta, incompiuta e perfetta, nonostante l’uomo.

Foto di copertina

Ritratti di strada

Cercando volti, storie.
Cercandosi, trovarsi.

E scoprirsi, Straniero ovunque,
nel volto di un Altro.

Fermare il cuore a qualche angolo di strada,
dove il tempo ha smarrito la misura.

Inseguire volti senza nome, indugiarvi.
Raccoglierne la storia, o una ferita.

Un foglio, una matita.

E una chimera.

“Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe”
Albert Camus 

In-forme di vita

La notte faccio progetti,

vivo,

(ri)penso il mondo e lo distruggo.
Lo rifaccio nuovo.


Poi, mi desto: e sono il fantasma di sempre.

La notte, con le sue malìe, la sa più lunga della vita.

Ogni letizia in terra

È menzognero incanto

Di interminato pianto

Fonte è l’umano cor.

(Simon Boccanegra, G. Verdi, su libretto di F. M. Piave)

L’Uomo che ride

L’Essere umano più ‘riuscito’, il più compiutamente umano,
è il fallito.
Il solo che abbia avuto il coraggio di dialogare con le proprie sconfitte.
Del resto, un Uomo che abbia speso il proprio tempo a cercarsi,
che abbia dolorosamente espugnato i fondi abissi della propria anima,
faticosamente conquistato se stesso

solo
quel misero se stesso

non varrà poi molto agli occhi distratti del mondo che, frattanto, intento nel suo corso, avrà già proceduto oltre, portando seco,
forse, appena l’ombra di Colui.

Un sorriso

“Sono le aspettative di un bambino, quelle che ancora ho quando scopro uno squarcio nell’involucro di un uomo e sento improvvisamente: non è ancora tutto perduto, con un po’ di sforzi si può far battere un cuore inceppato? (…) Non ho mai perso la speranza, spesso cerco di punirmi per essa e di schernirla crudelmente. Ma continua a vivere illesa in me.”

(Elias Canetti, La provincia dell’uomo)              

Una Donna

La mia infanzia non reca il segno di luoghi fisici: vivevo in una città, ma i miei occhi erano ingabbiati tra le mura domestiche.

Si dice che chi dipinge non dimentichi, nelle sue esplosioni, il luogo in cui è nato e cresciuto. Se così è, la mia dimora sono stata “io”: il mio volto, il mio stesso corpo. Non ho mai desiderato ardentemente raffigurare paesaggi di qualche tipo, ma solo volti.

Come se la miriade di luoghi che nel tempo ho vissuto non si fossero mai davvero radicati in me; mai quanto le persone, i volti, i sentimenti. Sono loro, fantasmatiche presenze del mio passato o della fantasia, generati dalla pagina o dalle mie notti, folle di sconosciuti o amici assenti, sono loro che popolano e forgiano la mia idea di “luogo”.

Su tutti domina, indiscussa, Lei: la Donna.

Restasse, nel mondo, un ultimo empito di bellezza,
avrebbe un volto di donna.

In fuga

Sfrontata, impulsiva involontaria, ebbra di vita.

Capace solo di sentimenti estremi – esaltazione o depressione, frenesia o apatia – non era mai stata in grado di amare con riserva. Passione incandescente di corpo e spirito, in tutto.

“Riporre la propria salvezza nelle mani di qualcuno è la via più semplice verso la perdita di sé”,

ripeteva citando quasi a memoria.

Avida di vita, soggetta ad una dolorosa instabilità interiore, chirurgicamente compensata dalla precisione quasi maniacale del trucco e del vestire.

L’equilibrio era una vetta conseguita qualche volta, con qualche soddisfazione, ma sempre in totale solitudine.

Benché conscia del suo modo estremo d’amare, imparare a disciplinarlo era una guerra continua ad armi impari contro se stessa. Del resto, comprese presto il proprio egoismo:

non amava un essere umano, o un altro, era solo l’idea d’amore ad entusiasmarla.

Reputava l’ambiguità del gioco seduttivo appagante, per nulla rischiosa.

L’idea d’amore, così vagheggiata, bastava a se stessa, annullando in sé l’oggetto del desiderio.

Tale scelta, assolutamente inconsapevole, aveva il vantaggio di soddisfare la sua naturale tendenza all’astrazione. Ed eccola entusiasmarsi con sorprendente facilità:

più la meta era lontana e irraggiungibile, più le appariva desiderabile;

più l’oggetto del desiderio distante, diverso, più prendeva a volerlo.

E ad entusiasmarla era il viaggio, non la destinazione.

La tensione impigliata tra le maglie del desiderio,

non l’oggetto d’amore. Raggiunto l’obiettivo, non di rado provava quasi repulsione per esso. Raggiunta la meta, tacitava il respiro affannoso della corsa. E per tornare a palpitare bisognava che la gimcana del cuore ricominciasse.

“Camminare è vivere. Arrivare è come morire. Ti amo”.

Comunicava spesso così, per ossimori, e gli parlò in questi termini, quella notte, prima che si addormentasse. Ma Lui era troppo stanco e felice per cogliere un accento di dolore in quelle parole. Di solito, si concedeva con passione alle donne. Stavolta, per la prima volta, provava ammirazione per un uomo. Per quell’uomo, che era un bivio, incarnando il dissidio che la lacerava: la consueta lotta tra la ricerca di perfezione, la compiutezza pretesa da se stessa, e il desiderio di assecondare la vita, in tutta la sua concreta mutevolezza e imperfezione. Quell’uomo, con quel violino e il viso triste, con la sua esistenza imprevedibile e travagliata, era così imperfetto, così reale e, dunque, così desiderabile.

Nel fondo dell’atra notte, con ancora in bocca il sapore della sua sigaretta, uscì di casa per portare a spasso la solitudine. Baciarlo, fare l’amore con lui: a ciò poteva piegarsi. Ma dormire insieme, indugiando tra la veglia e il sonno, scambiarsi i respiri e, insieme, consumare la notte significava

da sola non bastarsi più”.

Il primo treno per Milano sarebbe partito di lì a un’ora: lungo il tragitto prese a pugni la malinconia, pensò a svariati modi e ragioni per odiarlo, concluse che non gliene importava nulla, trovò molte giustificazioni alle proprie inquietudini. Orgogliosa della propria vigliacca determinazione, trovò alla paura persino una legittimazione letteraria, ripensando ancora, come sempre, alle parole della sua ispiratrice:

“Il disprezzo che provava per se stessa finiva per guastarle tutto: negava qualsiasi valore alle cose che aveva, alle avventure che le capitavano; tutto ciò che toccava si mutava in cartapesta.

Quella notte, una volta di più, pianificò come abdicare alla felicità.

Ma, quella notte, per la prima volta, fu imprecisa.

Peccando di superbia, volle lasciare un segno di sé, di quegli scampoli di gioia rubati al buio. Un’impronta appena, ma che fosse indelebile.

Trasse un pezzo di carta dalla tasca e sul comodino in mogano depose pochi versi, partoriti e scritti di getto, con foga, nel breve istante di esitazione che precedette la fuga. Poi lo accartocciò, e lo getto nel cestino.

… in fuga, perennemente.

Dai “Come va?”, “Bene, grazie”  di circostanza.

Dalle regole

pressanti

che

frantumano 

l’esistenza

per riporla in caselle perfettamente identiche,

contenitori di vita

che qualcun’altro sceglie per te

e poi sistema a suo gusto.

“Nessuno sceglierà per me”.

Lo dice la tua fronte spesso aggrottata,

i tuoi lineamenti duri lo dicono.

Lo dice il sopracciglio destro

E il sinistro, di rimando, gli fa eco …

e forse ti  incontrerò ancora  in qualche ostello di città,

sempre intento a frugare avidamente

nelle tasche bucate della vita,

in corsa, per afferrare qualche brandello di felicità,

per non rischiare di perdere quel treno,

che passa rapido,

ché quando arriva

è già in partenza.

“Uscire di scena, sì. Però con stile”, si disse.

Ma quella notte si tradì, cedette un poco. Non seppe mai se più o meno consciamente.

Al risveglio, cercando tracce di lei ovunque, lui lo vide.

Sul retro di quel foglietto sgualcito, un numero a dieci cifre e cinque parole, a malapena leggibili.

“Se mi ami, non cercarmi.”

(In copertina: “In fuga”, scatto del maggio 2012)