Nove. Eternarsi

Mi aggrappo alla Pagina come si fa quando si sente che la Vita lotta, in noi, per abbandonarci.

Vorrei, ma non sono di quegli esseri capaci di “evadere” dai propri drammi. Ho bisogno che un dolore mi logori fino a prendersi la parte più umana di me, e renderla bestiale. Dunque, viene la rabbia: istinto ferino di autodistruzione, impulso invincibile a fiaccare ogni residua speranza, assalto irresistibile alle ultime difese. Segue distacco. Abbattimento. Cupa rassegnazione. Quel sentire che le forze vengono meno a tal segno da non poter più sperare in nulla che non sia il silenzio. Eterno. Spegnersi. Che si chiuda il sipario. Solo da questo stato di prostrazione, fieramente, levo il capo tremebondo, pronta a ricominciare.

Amo le Parole quanto, e forse più della Vita; o forse, proprio perché amo troppo la Vita per rinunciare ad eternarla.

Le cose non viste, non vissute, diventano parole mancate: ogni occasione perduta, è sempre, inevitabilmente, una parola mancata. Smettendo di guardare, di esistere come vorremmo, smettiamo anche di cercare nuove parole per raccontare lo stupore di esistere.

Cosa amo di queste pagine? L’idea che un giorno, fra dieci o vent’anni, rileggendomi, mi troverò. Esse, coprendo le mie mancanze, sono la mia memoria, la mia storia: la prova che sarò esistita.

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4 pensieri su “Nove. Eternarsi

  1. Alessandro Gianesini

    Anche in me la rabbia è l’emozione prevalente in molti aspetti, però non l’ho mai (a memoria) rivolta verso me stesso in maniera autolesionistica… a parte qualche ceffone, che mi sono autoiflitto (ma aveva ragione quello che li dava, in quei casi).
    Poi col tempo, ho cominciato a non subirla, ma assaporarla e accettarla come una delle mie componenti e “l’andare oltre” è stato più semplice.

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    1. Sono d’accordo, Alessandro. Quell’andare oltre del quale parli è per me una magnifica vittoria: quella fase finale, prometeica, del “levare il capo e ricominciare”, appunto. È una rabbia necessaria, quella di cui scrivo, che non esplode fisicamente: densa, grumosa, palpabile, a denti stretti, tanto tangibile quanto inesplosa, gassosa e aerea.
      Non ho saputo cosa fosse davvero per me la rabbia, la sua “carne”, fino a che non ho iniziato a praticare la boxe: non essendo naturalmente portata alla violenza fisica, quell’istinto primordiale allo sfogo ferino – che a mio avviso dimora in ciascuno di noi – lo avevo sempre rattenuto in implosioni dell’anima, consumandomi. Ora, sono in grado di accogliere, esplodere e trasformare anche quell’istinto, e sono grata all’andare oltre come allo sprofondamento necessario. Grazie di esserti fermato a raccontarmi di te 🙂

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      1. Alessandro Gianesini

        Io, se proprio non riesco a tratteneremi, urlo nel cuscino o in macchina, da solo! Comunque sì: lo sforzo e l’ “esplulsione” è terapeutico… ma anche semplicemente scrivere, a volte, aiuta. Grazie a te della riflessione! 🙂

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      2. Da provare anche l’urlo, anche la Voce è corpo, e sempre di espulsione-esplosione si tratta, in fin dei conti 🙂
        Quanto alla scrittura, per me è più un modo per sprofondarmi nelle cose, che per “uscirne”: appartiene alla prima fase, quella in cui mi rendo consapevole della lacerazione, della ferita, e decido di scavarci dentro, affondarci le unghie. Necessaria questa fase, per me, come quella di scoramento e di esplosione 🙂

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