L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

Lettera a E. D.

Cara Emily,

ti scrivo per diletto e per schiantare il colore perché la solitudine è la tela sulla quale abbiamo reciso, incidendolo, qualche ramo storto, il petalo di un fiore. Nasciamo pagina bianca, subito viene il Nome, nostro malgrado. E tutte le vite che manchiamo ci cadono addosso come volti, come storie. Proviamo a farne qualcosa per non soccombere al pensiero di essere solo un Io.

Tu. Io. Sole.

Tu sai che ci sono silenzi che è meglio non dire, non sta bene. Io sono uno di quelli, mi piace troppo spesso abbandonarmi al suono di chi sogna e non vive o, vivendo, si consuma nella tentazione di cadere, di svanire.

Come può il silenzio fare tanto rumore?

Da qualche tempo mi sono trasferita in campagna: il mio silenzio partecipa dei suoi umori. Stamane, camminando per boschi, ho colto da terra una grande foglia secca e gialla, con venature rosse in rilievo. L’ho portata a casa, non meritava di essere calpestata. Ma in fondo quello era il suo destino.

Come si fa a ricomporre il senso di un evento mentre lo si vive?

Quando ho poggiato la foglia sul tavolo, la finestra era aperta e un vento gelido l’ha sollevata: l’ho vista scivolare via, cadere senza far rumore.

Un istante dopo, un uomo qualunque vestito di blu ci camminava sopra.

Se si spezza la misura del tempo, presto saremo sorelle.

Ti porto nel cuore,

M.

Ridi, pagliaccio

Ogni forma di divertimento, o distrazione, è una diversione dall’essenziale, un modo per sottrarsi al pensiero di ciò che siamo.

Uscire da noi, arruolare corpo e mente nell’affannoso commercio col mondo. Non si può farne a meno.


In Aspettando Godot, Beckett fa dire a Estragone: “Troviamo sempre qualcosa vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?”
Barattiamo il Tempo con “qualcosa da fare”,

rincorriamo chimere,

fiacchiamo e disperdiamo noi stessi in una moltitudine di attività che ci danno l’illusione di EsserCi.


Eterno sollazzo dell’uomo stanco di fermarsi, pensarsi.


Ché, talvolta, “stare”, chiede più fiato, più coraggio.
In ogni luogo, in ogni tempo, la dignità del nostro essere uomini si manifesta lontano dal tripudio della festa.
E’ nell’angusto spazio delle nostre stanze che riveliamo la verità di ciò che siamo.

Siamo realmente ciò che riusciamo ad essere nelle nostre solitudini.

Il resto, è una fanfara che imbastiamo per la piazza.

Tutta l’infelicità degli uomini proviene (…) dal non saper restare tranquilli in una camera” (B. Pascal, Pensieri)

Eppure, così distante dalla – eppure così simile alla – morte, anche la festa ha le sue ragioni: rammenta l’infinito possibile impigliato in carne e sangue e fibre; e che la carne, essa pure, ha diritto di gridare, saziarsi al banchetto delle vanità esplose.

Non arrendersi al nulla cui è votata.

Sette. Ego e coraggio

Scrivere aforismi è un gesto di generosità verso il lettore, oltre che di estremo egocentrismo: lasciare che chi legge rimugini sui nostri pensieri come se fossero qualcosa di essenziale, in certo qual modo completandoli, arricchendoli del proprio vissuto, giocando ad incastrarli nella propria esistenza; o incastrare, in essi, la propria esistenza.

Cerchiamo, nelle pagine di altri, una voce che ci suggerisca come vivere. Se frughiamo nelle vite altrui è perché andiamo caendo un modo, una via per non gettare al vento la nostra. Siamo disperati, sovente, quando ci rivolgiamo alle pagine di un altro, quando troviamo almeno quel grado primo della forza: il coraggio di chiedere aiuto. Che poi, quel grido di dolore, ed insieme di fede e speranza, si volga a “uomini di carta”, non ne sminuisce certo il valore, o ne deprime la possanza. Poi, a contare, non saranno le risposte che avremo o non avremo trovato, ma il fatto che quelle pagine ci abbiano prestato ascolto.

Perché è necessario riservare gran parte del proprio tempo alla solitudine? Per mille ragioni, ma basterebbe la più evidente: è il solo frangente in cui si depone la maschera e si è onesti con se stessi; o, perlomeno, ci si sente liberi di esserlo; il riuscirvi, poi, implica un’ulteriore dose di coraggio.

Perché, e di dove nasce questa passione divorante per uomini, artisti soprattutto – ma anche mendicanti, reietti, paria, malati – oscuri, caduti nell’oblio, ignoti ai più? Che io sia un’aspirante fallita?

Isolarsi dal mondo per via d’un senso di soggezione che si prova al suo cospetto.

Sei. Sacrifici e turbamenti

Ciò che sarebbe potuto essere modella il corso dei nostri pensieri molto più di quel che è stato.

Non vi è gusto ad essere ‘poveri’. Diffidate da coloro che dicono di spregiare il denaro, gli agi della ricchezza, e se ne fanno vanto. Se mi mantengo in uno stato di sobrietà non è certo per amor di umiltà, ma per orgoglio: a salire la scala sociale occorre un atto di sfrontato servilismo, parola nella quale racchiudo la disponibilità a piegarsi a diletti e deliri del proprio benefattore. Essere in debito con qualcuno ci priva della più grande delle conquiste: l’indipendenza.

…ho spesso viaggiato in terza classe senza rammarico, ma sapendo perfettamente bene che sarei stato più comodo in prima. Infelice, sta bene, ma imbecille il meno possibile; e soprattutto rifiuto le consolazioni eroiche. Non c’è nulla di eroico nella povertà. È una delle più  cattive malattie del mondo (…). Son diventato diffidente degli ideali e degli eroismi: e l’indipendenza è un abito che costa caro. Diciamo dunque che ho il vizio dell’indipendenza e, come alcuni che hanno dei vizi, son disposto a pagare quello che costa, perché non ne posso fare a meno”. (Giuseppe Prezzolini, L’italiano inutile)

Un libro che suscita in noi alcun turbamento è tempo male investito. I libri debbono porci interrogativi, meglio ancora se insolubili. E noi, a nostro modo, dovremmo rispondere con un altro libro fatto di parole che, incontenibili, prorompono dai pensieri che dal testo scaturiscono. Se ciò non accade, se quella eco non risuona in noi, se ci sentiamo identici a come eravamo prima di prender tra le mani quel libro, a cosa sarà giovato esso se non a distrarci? Ma un libro non dovrebbe distrarci dalle angarie della vita, bensì sprofondarci in esse, prenderci la mano e camminare con noi sul sentiero malagevole, aiutarci non a distrarcene ma a districarci. Perturbarci, soprattutto, scuoterci dal sonno della ragione e obbligarci a rivoluzionare pensieri logori e consunti.

Desiderio inconsumabile di conoscere a fondo tutto ciò per cui gli uomini furono disposti a morire: la passione per il sacrificio, quella tensione morale all’olocausto di sé per una causa maggiore.

Riconoscere che molti esseri coi quali vorrei dialogare sono morti, o non sono mai esistiti.

Sul Guardare. Parte Seconda

Leggi Parte Prima

Far vedere, come?

L’attore è l’essere umano più disponibile all’errore. Di più, è l’essere umano che

ha fatto dell’errore la propria arte

e più di tutti ha compreso il valore del fallimento. Ci si abitua a perdere, quando si fa questo mestiere, e a riconciliarsi con la sconfitta. Sbagliare è il solo modo per lavorare e creare. Questa, è una delle molte ragioni per cui amo il teatro. Nella vita, in linea di massima, se si sbaglia – sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni sociali – si incorre in una “punizione” di qualche tipo; ce lo insegnano fin da bambini, come si fa a fare qualcosa “nel modo giusto”: è il mantra che ci ripetono. Nella vita, l’errore (anche quando fa crescere) è generalmente etichettato come un “problema”; ma

nel teatro, l’errore è una possibilità, sempre.

Nella vita, se sbagliamo perdiamo qualcosa (la possibilità di far carriera, la stima o l’affetto delle persone,…);

nel teatro, se sbagliamo guadagniamo qualcosa.

Di più: un attore può stare in scena come personaggio solo se porta dentro di sé stimoli che gli danno continuamente vigore; e ciò che dà vigore in scena sono proprio

i problemi, gli ostacoli, le difficoltà.

Sono convinta che ci soffermassimo su questo concetto, capiremmo che esso ci dice molto anche sulla vita, in realtà: viviamo ora un momento storico peculiare, certamente drammatico; a ben pensarci, è proprio quando le cose non vanno per il verso giusto che troviamo nuove strade e nuovi modi di esistere e affrontare la vita; la difficoltà è uno sprone al cambiamento, al rinnovamento, alla possibilità di non adagiarci sulle abitudini consolidate. In scena, è necessario: l’ostacolo in una storia non è una scelta ma un passaggio obbligato per farla evolvere, farla andare avanti.

Far vedere, dove?

Stanislavskij parla dell’importanza delle circostanze, la prima delle quali è il luogo. Un attore deve chiedersi: “dove mi trovo?” Se le circostanze cui attingo sono reali, sarà mio compito studiarle. Ad esempio: sono nella mia stanza, seduta su una sedia; prima di agire sulla/con la sedia, dovrò descriverla accuratamente, quindi conoscerla: in poche parole, definire esattamente com’è fatta e come posso relazionarmi ad essa, in base a com’è fatta (è di legno; è marrone; è molto dura; è comoda oppure no? Come posso sedermi? Posso sedermi a gambe incrociate? Posso salirci in piedi?). Se le circostanze di luogo sono fittizie, allora devo essere precisa nel creare nella mia mente le immagini che mi occorrono; per farlo, devo conoscere ciò di cui parlo. Ad esempio: sono in un parco, e recito davanti ai passanti; in quale città mi trovo? In quale parco? In che periodo dell’anno? Quali edifici vedo intorno? Chi c’è accanto a me? Com’è fatto il lago? Che tipo di alberi ci sono? Tutto ciò non potrà essere riportato fisicamente sulla scena, ma io dovrò fare in modo che lo sia.

Comunicare le immagini significa far sì che l’altro veda ciò che io vedo.

Il senso del Teatro è in questo far vedere.

Naturalmente, il primo oggetto dello sguardo è lo stesso corpo dell’attore. Immaginiamo, ad esempio, che in scena ci sia solo lui, senza costumi, né oggetti, né scenografie: un buon attore dovrebbe riuscire a far vedere le immagini che ha creato nella sua mente senza bisogno di sostegni o orpelli. Un attore deve sapersi misurare nella scelta degli elementi da portare sulla scena: solo quelli necessari e giustificabili; in ogni caso, se presenti, devono essere motivati.

Far vedere, perché?

L’attore, ricapitolando, mostra i contenuti della sua mente, cioè le immagini, che nascono da idee (sul mondo, sulla vita). Queste idee le ricava dalla vita, quella concreta, sua e di altri esseri umani, ma può attingerle anche dalla

vita racchiusa nei libri, nei film, e in tutta le arti amiche,

che a loro volta attingono alla vita e ce la raccontano in modi inattesi. Ad esempio: io che leggo i diari di Anais Nin, posso non aver esperito ciò che questa grande scrittrice ha vissuto ma posso comunque far mie le sue parole e decidere di portarle in scena, mostrare le idee in esse racchiuse.

Il Teatro nasce sempre da un’urgenza del dire,

ma per avere questa urgenza devo prima

avere qualcosa da dire:

può darsi che, se fortunato, un attore si troverà a lavorare spesso su testi dei quali condivide le idee ad essi sottese; ma, laddove così non fosse (e qui sta la vera sfida attoriale, dove bisogna sfoderare le armi del mestiere), l’attore farà un training tale che gli consentirà di far proprie e assorbire, come personaggio, le idee sottese al testo che dovrà recitare. Quante probabilità ci sono che un’attrice uccida un figlio? Eppure, quell’attrice in scena dovrà essere convincente quando la sua Medea ucciderà i figli. Non sempre l’attore ha la fortuna di portare in scena temi che lo interessano, o che condivide: dovrà trovare un modo, e la tecnica glielo fornirà, per convincerci che le sue azioni sono credibili.

Una volta trovate le idee, anche qualora non ci appartengano, viene da chiedersi ancora: che cos’è questa urgenza del dire?

Mostrare, perché?

Senza voler assegnare un ruolo messianico all’attore, esiste una grande verità che riguarda il Teatro così come, in generale, riguarda tutta l’Arte come testimonianza indelebile della Vita.

Tutte le azioni che l’attore mostra in scena, specialmente quelle che consideriamo più banali, hanno una storia: perciò sono importanti.

Azioni come camminare, raccogliere un fiore, mangiare un dolce, ci trascendono: compiute da altri esseri umani, in modi differenti, esistono prima e dopo di noi.

Dobbiamo riconoscere il valore di queste azioni, esserne consapevoli e mostrarle per ciò che sono:

esse, fanno la Storia. Esse, SONO la Storia dell’Uomo.

Ecco perché il teatro è, ineluttabilmente, morale nel senso etimologico del termine: “mos, moris”, in latino, significa “costume, abitudine, comportamento” riferito all’uomo come essere sociale. Perché il teatro è morale, o non è? Perché, dando valore ad un gesto semplice, come può essere una stretta di mano, ci fa riflettere sul suo valore. Un tempo, lo sappiamo bene, una stretta di mano aveva un valore morale: era un impegno al quale non si poteva venir meno. In qualche misura, il Teatro ci porta a riconoscere il valore supremo della vita, dei piccoli gesti che compongono la storia umana, e capire che

ciascuno di noi, esistendo, è un prolungamento della Storia.

Il teatro, scrive Stella Adler, è “la radiografia spirituale e sociale del tempo”, è stato creato per raccontare alla gente la verità sulla vita e la situazione sociale del suo tempo; esattamente come la cultura in generale è “la valuta della civiltà”, la cartina di tornasole della società:

perciò se il Teatro, se la Cultura, sono corrotte, o assenti, anche la civiltà lo è. Corrotta. Assente.

(Soliloquo nato dal dialogo con Stella Adler, “L’arte della recitazione”)

(In copertina: “Autoritratto”, acrilico su tela, 50 x60)

Sul Guardare. Parte Prima

Esistono parole che hanno il privilegio di custodire l’essenza del loro significato.

Teatro”, deriva dal verbo greco ϑεάομαι «guardare». Recitare è, essenzialmente, agire (“attore”, dal verbo latino “agere”, è propriamente “colui che agisce”). La prima, peculiare azione dell’attore è “guardare”. Ciò che guarda, un attore dev’essere in grado di farlo vedere. Si torna all’essenza delle parole, e si trovano le “cose”.  

Potremmo dire che un attore è prima di tutto un “guardone”, o un fanatico dello sguardo: lo allena continuamente. Ma, soprattutto, è qualcuno che

guarda in modo preciso,

il cui sguardo ha sempre una direzione, uno scopo, un obiettivo.

Un esempio: mi trovo nella mia stanza e decido di fare un’azione semplice come “contare”; non mi metterò semplicemente a “contare” ma a contare quanti oggetti rossi ci sono, quante candele spente, quanti maglioni blu e quanti neri, quante penne, e via dicendo. Scelgo l’azione veicolata dal verbo “contare” perché la trovo efficace: essa racchiude già in sé qualcosa di preciso, quasi scientifico. Se per contare davvero devo decidere di “contare qualcosa” (e non genericamente “contare”), allo stesso modo per guardare davvero devo decidere dove dirigere lo sguardo. Ecco che ora afferro una penna: la guardo, dico di che materiale è fatta, di che colore, quanto è grande, eccetera.

“Contare” e “guardare” sono “verbi”: nell’allenamento di un attore è essenziale

trasformare qualsiasi idea o pensiero in un verbo

perché il verbo (diversamente del sostantivo, ad esempio) ci rimanda subito dall’idea al gesto concreto e rappresenta quindi un’indicazione molto efficace.

Per sintetizzare, in un esempio, quanto detto fin qui: se io dico “ho lo sguardo di chi è triste di fronte alla morte” do a me stessa un’indicazione meno efficace e più generica di “guardo mia madre morta”; in questa seconda frase non solo ho usato un verbo che rimanda all’azione (guardare) invece che al concetto racchiuso nel sostantivo (lo sguardo) ma ho anche indirizzato quest’azione ad un “oggetto” preciso (mia madre morta) invece che ad un’idea astratta (la morte).

Far vedere, cosa?

Un attore deve essere in grado di creare nella propria mente immagini precise che diano forza alle sue parole. Non bisognerebbe mai aprir bocca senza avere immagini in testa: è la prima regola della recitazione. Per farlo, dobbiamo prima di tutto studiare con attenzione gli oggetti della nostra quotidianità e comprendere che non sono banali.

Il Teatro ha il potere di rendere significativo e far uscire dall’anonimato ciò che nella quotidianità consideriamo scontato.

L’attrice Stella Adler parla di uno dei primissimi esercizi che fa fare ai suoi allievi: scegliere un oggetto della natura e descriverlo. Perché proprio un oggetto della natura? Perché, ci ricorda la Adler, la natura è eterna, prescinde da noi: ci preesiste ed esisterà, dopo e senza di noi.

Come attori dovete rendervi conto che ciò che vedete è un miracolo solamente perché esiste.

Dopo tutto, avete scelto questa professione perché vi sembrava impossibile vivere in un altro modo. Recitando vi sareste sentiti più vivi.

Se infondete vita alle cose che vi circondano, quando sarete in scena riuscirete a farle vedere.”

Descrivere un sasso o un fiore con precisione è un esercizio incredibilmente rivelatore, secondo la Adler: descriverlo non significa spiegarlo, bensì riviverlo, cioè ricreare attraverso i cinque sensi le sensazioni connesse all’esperienza che abbiamo fatto di quell’oggetto, e comunicarle a chi ascolta; ma se non siamo stati in grado di guardare un oggetto creando con esso un contatto reale, lasciandoci “toccare” da esso, quando lo rievocheremo attraverso il filtro delle parole chi ci ascolta non sarà toccato da quello che diciamo.

“Le parole sono solo la conseguenza di ciò che avete visto (…) arrivano soltanto dopo aver visto.”

Vedere qualcosa è prerogativa necessaria per comunicarla, cioè

farla vedere agli altri.

E così, ancora una volta, si torna all’essenza dell’arte teatrale.

Parlando dell’oggetto, dice la Adler ai suoi allievi:

Non spiegatelo.

Portateci lì. Mostrateci qualcosa che appartiene a voi, poi fatene dono. La descrizione è meno importante dei sentimenti suscitati dalle parole. (…) Riportare un fatto a cui si è assistito è una cosa,

vivere l’esperienza di assistervi è un’altra.

La prima la si fa sui giornali, la seconda sui palcoscenici.”

Ma, in pratica, come si agisce questo meraviglioso concetto?

Semplificando, potremmo dire: facendo davvero accadere qualcosa. In scena, l’attore non deve fingere che un fatto stia accadendo ma reagire nel modo in cui reagirebbe se accadesse in quell’istante. Concretamente: l’attore in scena sa che, da copione, il suo personaggio riceverà uno schiaffo dalla donna che ama; in questo senso, il fatto di sapere prima, per un attore, può non essere una risorsa ma un limite: suo compito sarà reagire “come se” e far vivere a chi lo guarda l’esperienza universale del dolore che si prova nel ricevere uno schiaffo dalla persona amata.

Ma dove attinge le esperienze e le immagini, l’attore? Potremmo dire che, oltre a essere il più grande guardone del mondo, l’attore è anche il più grande imitatore: non è l’accademia o la scuola la sua aula, ma l’universo intero.

Osserva e imita”

è il suo motto: un essere umano avido di vita, affamato, che continuamente va a caccia di stimoli sui quale lavorare durante il processo creativo. L’attore è lo stakanovista per eccellenza: mentre vive, lavora, indefessamente; più vive, più si sprofonda nella vita, meglio lavora.

Leggi Parte Seconda

(Soliloquio nato dal dialogo con Stella Adler, “L’arte della recitazione”)

(In copertina: “Autoritratto”, acrilico su tela, 50 x 60)

Cinque. Consapevolezze

Non commettono grandi errori per la stessa ragione per cui non commetteranno grandi azioni.

Portiamo addosso i segni di ciò che siamo, l’inquietudine per ciò che siamo stati, il rimpianto per ciò che non abbiamo potuto essere, l’affanno per ciò che, forse, non saremo mai.

L’anima ha un suo tempo, un volto suo proprio. E reca le vestigia dei nostri dolori, delle nostre paure.

Esigere da se stessi più di quel che si può, meno di quel che si vorrebbe.

Ogni istante in cui non siamo presenti a noi stessi è un istante che ci avvicina alla morte.

Angelo Caduto

La vera felicità è impossibile senza la solitudine. Probabilmente l’angelo caduto tradì Dio perché desiderava la solitudine, che gli angeli non conoscono.
(Anton Čechov, La corsia n.6, 1892)

Il tuo cuore si è insuperbito per la tua bellezza; tu hai corrotto la tua saggezza a causa del tuo splendore; io ti getto a terra, ti dò in spettacolo ai re…
Tutti quelli che ti conoscevano fra i popoli restano stupefatti al vederti; tu sei diventato oggetto di terrore e non esisterai mai più.

(Bibbia, Ezec. 28:12-19)

Quanta Fortuna, essere Caduti dal cielo.