Lettera a E. D.

Cara Emily,

ti scrivo per diletto e per schiantare il colore perché la solitudine è la tela sulla quale abbiamo reciso, incidendolo, qualche ramo storto, il petalo di un fiore. Nasciamo pagina bianca, subito viene il Nome, nostro malgrado. E tutte le vite che manchiamo ci cadono addosso come volti, come storie. Proviamo a farne qualcosa per non soccombere al pensiero di essere solo un Io.

Tu. Io. Sole.

Tu sai che ci sono silenzi che è meglio non dire, non sta bene. Io sono uno di quelli, mi piace troppo spesso abbandonarmi al suono di chi sogna e non vive o, vivendo, si consuma nella tentazione di cadere, di svanire.

Come può il silenzio fare tanto rumore?

Da qualche tempo mi sono trasferita in campagna: il mio silenzio partecipa dei suoi umori. Stamane, camminando per boschi, ho colto da terra una grande foglia secca e gialla, con venature rosse in rilievo. L’ho portata a casa, non meritava di essere calpestata. Ma in fondo quello era il suo destino.

Come si fa a ricomporre il senso di un evento mentre lo si vive?

Quando ho poggiato la foglia sul tavolo, la finestra era aperta e un vento gelido l’ha sollevata: l’ho vista scivolare via, cadere senza far rumore.

Un istante dopo, un uomo qualunque vestito di blu ci camminava sopra.

Se si spezza la misura del tempo, presto saremo sorelle.

Ti porto nel cuore,

M.

Sette. Ego e coraggio

Scrivere aforismi è un gesto di generosità verso il lettore, oltre che di estremo egocentrismo: lasciare che chi legge rimugini sui nostri pensieri come se fossero qualcosa di essenziale, in certo qual modo completandoli, arricchendoli del proprio vissuto, giocando ad incastrarli nella propria esistenza; o incastrare, in essi, la propria esistenza.

Cerchiamo, nelle pagine di altri, una voce che ci suggerisca come vivere. Se frughiamo nelle vite altrui è perché andiamo caendo un modo, una via per non gettare al vento la nostra. Siamo disperati, sovente, quando ci rivolgiamo alle pagine di un altro, quando troviamo almeno quel grado primo della forza: il coraggio di chiedere aiuto. Che poi, quel grido di dolore, ed insieme di fede e speranza, si volga a “uomini di carta”, non ne sminuisce certo il valore, o ne deprime la possanza. Poi, a contare, non saranno le risposte che avremo o non avremo trovato, ma il fatto che quelle pagine ci abbiano prestato ascolto.

Perché è necessario riservare gran parte del proprio tempo alla solitudine? Per mille ragioni, ma basterebbe la più evidente: è il solo frangente in cui si depone la maschera e si è onesti con se stessi; o, perlomeno, ci si sente liberi di esserlo; il riuscirvi, poi, implica un’ulteriore dose di coraggio.

Perché, e di dove nasce questa passione divorante per uomini, artisti soprattutto – ma anche mendicanti, reietti, paria, malati – oscuri, caduti nell’oblio, ignoti ai più? Che io sia un’aspirante fallita?

Isolarsi dal mondo per via d’un senso di soggezione che si prova al suo cospetto.

Sei. Sacrifici e turbamenti

Ciò che sarebbe potuto essere modella il corso dei nostri pensieri molto più di quel che è stato.

Non vi è gusto ad essere ‘poveri’. Diffidate da coloro che dicono di spregiare il denaro, gli agi della ricchezza, e se ne fanno vanto. Se mi mantengo in uno stato di sobrietà non è certo per amor di umiltà, ma per orgoglio: a salire la scala sociale occorre un atto di sfrontato servilismo, parola nella quale racchiudo la disponibilità a piegarsi a diletti e deliri del proprio benefattore. Essere in debito con qualcuno ci priva della più grande delle conquiste: l’indipendenza.

…ho spesso viaggiato in terza classe senza rammarico, ma sapendo perfettamente bene che sarei stato più comodo in prima. Infelice, sta bene, ma imbecille il meno possibile; e soprattutto rifiuto le consolazioni eroiche. Non c’è nulla di eroico nella povertà. È una delle più  cattive malattie del mondo (…). Son diventato diffidente degli ideali e degli eroismi: e l’indipendenza è un abito che costa caro. Diciamo dunque che ho il vizio dell’indipendenza e, come alcuni che hanno dei vizi, son disposto a pagare quello che costa, perché non ne posso fare a meno”. (Giuseppe Prezzolini, L’italiano inutile)

Un libro che suscita in noi alcun turbamento è tempo male investito. I libri debbono porci interrogativi, meglio ancora se insolubili. E noi, a nostro modo, dovremmo rispondere con un altro libro fatto di parole che, incontenibili, prorompono dai pensieri che dal testo scaturiscono. Se ciò non accade, se quella eco non risuona in noi, se ci sentiamo identici a come eravamo prima di prender tra le mani quel libro, a cosa sarà giovato esso se non a distrarci? Ma un libro non dovrebbe distrarci dalle angarie della vita, bensì sprofondarci in esse, prenderci la mano e camminare con noi sul sentiero malagevole, aiutarci non a distrarcene ma a districarci. Perturbarci, soprattutto, scuoterci dal sonno della ragione e obbligarci a rivoluzionare pensieri logori e consunti.

Desiderio inconsumabile di conoscere a fondo tutto ciò per cui gli uomini furono disposti a morire: la passione per il sacrificio, quella tensione morale all’olocausto di sé per una causa maggiore.

Riconoscere che molti esseri coi quali vorrei dialogare sono morti, o non sono mai esistiti.

Lettera morta

Vorrei essere bianca, come se la traccia del mio nome non mi identificasse. Ma sono tale, il volto contaminato da una tristezza che ancora non ho vissuto.

E temo.

Tremo. La mia paura mi precede. Paradosso che sanguina, porto il sigillo lacerante delle mie contraddizioni.

La disgregazione è degli animi che aderiscono totalmente alle cose del mondo, rincorrendole tutte,

senza mai possederne alcuna.

Non riuscirei a vivere un minuto di più con me, se non mi combattessi. 

Fossi almeno un’altra, mi sarebbe meno grave reggere il mio dolore.

Vorrei che i miei modi avessero la grazia e la bellezza d’una natura fragile, lieve. Ma ne porto solo la forma sconveniente ed impacciata dell’indolenza.

Esitazione.

Nascere su una lapide, tra i rovi, una durezza che pesa.

Qualcosa del passato m’è rimasto impigliato negli occhi.

Un animo, allevato nella colpa, nelle cupezze di un cuore che sostiene, suo malgrado, il fardello d’una vita storta. Un animo siffatto, dico, vivrà in perenne lotta con se stesso.

Bisognando di troppe parole per spiegarsi,

esperendole tutte,

a conti fatti ammetterà la sconfitta.  Sceglierà il silenzio.

Urgenza d’essere troppe cose, non essendo mai stata nessuna.

Sospenderò il giudizio,

seguirà una vita frivola, e inconsistente.

L’unica certezza resta ancora la paura, e un po’ anche la fantasia.

Del resto, l’animo angosciato è il più incline a creare mondi inesistenti.

Sipario.

Atto unico. 

Risoluzioni.

Vendersi al teatro, alle sue molte vite inconsistenti. Strappare via un cuore già vecchio da un corpo ancora forte.

In un modo o nell’altro, aderirò alla vita.

O ad una sua parvenza.

“Eccoci dunque, monadi frantumate, al termine delle tristezze prudenti e delle anomalie previste: vari segni annunciano l’egemonia del delirio.”

(E. M. Cioran, Sillogismi dell’amarezza.)

(Foto di copertina: M.C. – “Autoritratto”)

Quattro. La Parola e la Vita

È un gioco, la parola. Un magheggio. Vaneggiare malioso e accorto, disinvolto. Operosa quiete dell’animo intento e vigile, pronto a destarsi al primo sbadiglio. Solo in quell’ozio inesausto, nel tempo che trova il tempo di smarrirsi, l’ingegno trova di che nutricare se stesso. Quel sonno apparente, quell’immota positura, quell’inquieto ristare, è condizione ineludibile di ogni creazione.

Lo sguardo attento è in colui che fa pratica di silenzi, apprestando un grido la cui eco sarà udita per mille e più secoli.

Se solo avessi, nella vita, la metà del coraggio che ho sulla pagina.

Ma l’anima ha un volto suo proprio. In un cuore avido di vita, invecchia anzitempo sotto il peso incomportabile dei sogni traditi.

Veniamo al mondo piangendo, ce ne partiamo nel più assoluto dei silenzi. Il che la dice lunga sulla vita.

Marosi

In riva al mare, con la morte nel cuore, per mescere le mie lacrime ai marosi, sale nel sale, sentir vibrare il mio corpo nel vento del mattino, e ricongiungermi al sole.

La sabbia, la stringo fra le dita, la sento scivolare.

Com’è facile perdere le cose.

Per non lasciarla andare, le sputo addosso con violenza inaudita; e mi eccita vederla prender forma tra le mie dita, ora che non mi sfugge più, ora che posso tenerla con me, e farla mia:

per sempre.

La bava, generata dal niente che siamo per rammentarci il fluido dal quale veniamo. Per ricordarci che veniamo al mondo fluttuando, e che vivere significa

fluttuare, scivolare, dondolarsi e barcollare

sull’inconsistenza fragile delle cose, dentro le cose, l’uno nel corpo dell’altro, nel corpo delle cose del mondo.

Ma, forse, per quanto fragile, anche la bava è un modo per tenere insieme i pezzi. Per unirli, amalgamarli, fonderli.

Per fare, di due, un’anima sola.

Penso ai baci, quelli appassionati, che ci ricongiungono all’essenza del nostro “essere al mondo”: scambiarsi le vite, come la saliva, compromette la nostra integrità, mette in discussione la nostra forza, la nostra solidità; sciogliere il nostro Io nelle profondità del Tu, scivolare e perdersi nel corpo dell’Altro è dimettere la maschera e ritornare alle origini.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Non a caso la gola, in cui la lingua dell’amante si tuffa voracemente, sia un antro atro e fondo: io mi getto nell’Altro, faccio un salto nel buio – il suo buio – e, al contempo, gli chiedo di fidarsi, di fare lo stesso con me.

Molto al di qua e molto al di là del gioco della seduzione, il bacio è un atto di fede: bisognerebbe donare la propria saliva a qualcuno di cui ci si fida, non a qualcuno da cui si è attratti. “Io ti dono il mio buio. Ti lascio entrare”, dico all’Altro, ed è come se gli dicessi: “mi fido di te”. Un modo altro per dire “Tu in Me ed Io in Te. Per Sempre”.

Non c’è reversibilità, nel bacio: non posso riprendermi la bava che ti ho donato, è tua per sempre. Se solo vi ponessimo mente, con quanta minor facilità concederemmo questo bene prezioso.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Curioso che “bava” – parola concreta, selvaggia, animalesca –  designi una cosa bassa e terrena come la saliva e, al contempo, un’immagine poetica come la schiuma generata dal frangersi dei marosi sulla riva.

Questo sbattere, violento o dolce che sia, riecheggia i mille toni, i mille modi del bacio, come del sesso: esiste un contatto tra i corpi, come tra le labbra, morbido e delicato, ed uno violento e feroce. Come il sesso, il bacio genera un flusso che dall’Altro viene a me, da me all’Altro.

Il bacio è maliardo, anticipa e suggerisce, sottile ed insinuante, lo scambio sessuale. Pura possibilità: è “inizio e fine assoluti”, poiché contiene il proprio confine; ed è “prima”, un “prima” pregno della possibilità del “dopo”. Generatore di possibilità, il bacio apre la via ad altro da sé. All’Altro da sé.

La saliva, sublime tentazione dell’orgasmo: un flusso che ne anticipa e chiama a sé un altro, altrove nel nostro corpo.

I latini usavano tre termini per indicare il bacio. Ma questo particolare monarca imperioso lo chiamavano “Suavium”: il bacio erotico, passionale, ai limiti della volgarità.

Io mi inchino alla vorace ed arrogante tensione del “Suavium”, e mi lascio sorprendere dalla sua capacità di armonizzare ogni possibile: “Suavium”, figlio legittimo di “suavis” – “soave, dolce” – è la meravigliosa crasi tra possanza e dolcezza. Un re guerriero capace di indicibili delicatezze.

Un essere rozzo e dolcissimo.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Stringo a me l’immagine senza volto di questo essere, né donna né uomo, che mi possiede col suo calore: la mia piccola palla di sabbia e saliva, il mio gingillo in questa calda mattina d’estate spezzata dal vento funesto dei miei pensieri, non è più che un ricordo.

L’ho leccata, assaggiata, divorata; ho strofinato i suoi granelli su di me, fino a sentire l’odore del sale, dolore, il dolceamaro del sole.

Abbandono la riva, lascio le lacrime tra i marosi.

Riprendo il mio cuore, saluto il giorno che cade.

E sento la sete di vita tornare.

In copertina: Foto di Carmine Prestipino http://www.carminefotografie.com/

Marzo. Se Carver incontra Guccini

Mi va di bere molto, e non pensare a niente. Non fare niente.

Non sono una che beve molto. Sono uscita e ho guardato il cielo. Volevo morire.

È da privilegiati, di questi tempi, guardare il cielo.

Mi sentivo un ladra. Peggio, una ladra col senso di colpa perché non prova piacere a fare il suo mestiere.

Ascolto alla radio “La cattedrale” di Carver. Non mi piace Carver.

Stamattina, appena sveglia, mi mancava il respiro.

Procedo a tentoni. Per frammenti, singulti, sussulti.

Non ce l’ho, il conforto di Dio. E non lo voglio.

Credo nel potere delle droghe, ma non ne ho mai provata una.

Forse dovrei fare sempre e solo qualcosa in cui credo. Forse dovrei usarla,

la droga.

Comunque, tornando alla metafisica, credo solo a ciò che vedo.

Come la fiamma di questa candela.

Non mi piace Carver, ma se lo ascolto in un momento di sconforto mentre guardo la fiamma di questa candela, finisce per piacermi.

L’evento della giornata è che ho trovato una pila di fogli bianchi.

Non me l’aspettavo.

“Fogli bianchi! Quanti fogli bianchi! È bellissimo!”.

Picco di gioia.

Pensavo che se c’era un giorno buono per morire, era oggi. Lo pensavo davvero.

Alla fine sono ancora qui.

E Carver inizia a piacermi.

Sarà il vino. Forse, domani, al risveglio, starò ancora di merda.

Ma ho trovato un mucchio di carta bianca: se proprio starò di merda potrò scrivercelo sopra mille volte e far passare il tempo.

E poi c’è il vino.

“Ancora un giorno, dai”, mi dico.

Ho appena aperto la bottiglia, sarebbe uno spreco.

(La radio gracchia, Carver sfuma su Guccini)

“Ma io sono fiero del mio sognare

Di questo eterno mio incespicare

E ridi in faccia a quello che cerchi e che mai avrai

(…)

Ognuno vada dove vuole andare

Ognuno invecchi come gli pare

Ma non raccontare a me che cos’è la libertà…”

(In copertina: Foto di Carmine Prestipino – https://www.carminefotografie.com/)