L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

Per il mio trentacinquesimo compleanno ho salvato qualche ricordo dal ventre sfatto di case che non abiterò mai più. Chili di carta e oggetti tra i sommersi.

Tra i salvati, alla rinfusa: Il corvo e la sua colonna sonora, il diario di una sfollata a Sarajevo, It, Jack Frusciante che pedala tra i colli bolognesi, il naso rosso di Miloud Oukili e i Randagi di Bucarest, Eric Fromm, Il libro dei sogni, Christiane F e i ragazzi dello zoo di Berlino. E poi Bowie, i Sex Pistols, tutto dei Cure e quasi tutto che ricordi gli anni ’80. E poi Julien Sorel, la prima volta di ogni cosa, la letteratura francese, Mary Shelley, Jeckyll e Hide, Rocky I, Rocky II e Rocky III (passi anche il IV, per fanatismo).

Ho dieci anni la prima volta che guardo “Il corvo”. Non so cosa significhino parole come stupro e violenza però le scrivo. Scrivo che “dei delinquenti hanno stuprato e violentato” (ridondante ma per amor di efficacia) Shelly Webster nella Notte del diavolo, che il suo fidanzato Eric è tornato dal mondo dei morti per vendicarla. Eric mi piace – mi piace come si veste, mi piace che sia tornato dal mondo dei morti, mi piace che sia un giustiziere – e scopro che Eric è Brandon Lee, e scopro che Brandon Lee è morto a tre giorni dalla fine delle riprese ucciso da una pistola che non era – avrebbe dovuto essere – caricata a salve. La storia di Eric e quella di Brandon si fondono e confondono nella mia mente di bambina: comincio a credere che tra finzione e realtà ci siano slittamenti e oscillazioni degne di nota. Scivolo da un piano all’altro e guardo il film molte altre volte. Quel film mi ossessiona, mi fa capire delle cose per via di emozione. Ossessione è anche una cosa che piace e disturba, della quale non puoi fare a meno. Devo liberarmi, così scrivo. Scrivo il riassunto del film su un vecchio quaderno. È così che faccio con i film che mi ossessionano: li riguardo, scrivo i riassunti, li riguardo.

Un po’ di numeri.

Tra i dieci e i quattordici anni riguardo “Il corvo” ventiquattro volte, credo.

Ho la videocassetta, poi il dvd masterizzato, poi il cd della colonna sonora ma lo perdo, poi il dvd originale e lo perdo.

L’ossessione di bambino contiene il germe della passione adulta? Da bambini non sappiamo – quando ripetiamo un gesto, una parola – che quel ripetere, insistere, amare e non stancarsi mai di qualcosa è già destino.

A dieci anni leggo “It”.

Quel nome che senza nominare dice tutto, contiene tutto. Ma il pagliaccio non fa paura: mi piace e mi disturba. Mi ossessiona. Mi convinco che le avventure di bambini siano una faccenda terribilmente seria. Resto abbacinata dalle pagine che King scrive sul rituale dell’amplesso di gruppo. Le sento addosso, mi fanno pulsare il sesso. Questo sì, fa paura. Il film censura questo ed altri rituali contenuti nel libro. Mi sento quasi sollevata.  

È il 1992 quando John Frusciante lascia i Red Hot Chili Peppers all’apice della popolarità. Uno scrittore ruba il fatto per il titolo del suo libro. È il 1999 e ho 13 anni quando leggo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Leggo di Alex e Martino e mi viene il dubbio che morire sia un modo per uscire dalle cose.

Bologna, 1992. Alex D, diciassettenne figlio modello della buona borghesia, ci pensa ed esce anche lui dal gruppo, come John. Lui è Jack del titolo, cioè Jhon. Alex che rompe gli schemi – mi piace Alex, anche io voglio rompere le cose ma mi sento piccola e sciocca a desiderare cose del genere. Così mi limito a leggere. Alex pedala come un disperato sui colli, ascolta i Sex Pistols,  vede morire un amico, Martino. Io non sono Alex, penso. Sono Martino. Martino che non ce la fa più, Martino che si toglie la vita, Martino che scrive una lettera al suo migliore amico per dirgli cosa prova: anche lui voleva fare “un salto fuori dal cerchio”. Il salto più lungo è il per sempre del mai più. Alex fa una scelta diversa, continua a vivere e allora io sono come Alex: voglio vivere, penso che si possano rompere gli schemi pur restando vivi – aver letto aiuta – ma ancora non ho la stoffa di chi sa affermare la propria volontà, la propria personalità. Aver letto aiuta ma non è abbastanza.

1998. Vera, la professoressa di Italiano, mi regala il “Diario di Maja” di Nenad Velickovic, un libro rimasto con me per ventitre anni superando traslochi da sud a nord, da nord a sud nelle mie dodici – forse tredici, quindici, ho perso il conto – case.  Vagando, mi portavo dietro il romanzo di una sfollata. La guerra civile jugoslava e l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta raccontato attraverso gli occhi di un’adolescente. La sua famiglia, insieme ad altri sfollati, si rifugia in un Museo di cui il padre è direttore e lì, al riparo dalle granate, questi corpi restano rinchiusi, in gabbia.

“Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra”, dice Maja cercando le ragioni di un conflitto che non comprende, divenuto ormai la normalità. Comincio a intuire anch’io, chiusa “sotto”, dentro una stanza, che “sopra”, fuori, c’è la “guerra”. Comincio a intuire che gli esseri umani sono pazzi e cattivi ma Maja è brillante e ironica, scherza su tutto, anche sulla tragedia, con delicatezza. C’è posto per la speranza quando si può ancora raccontare una storia, penso.

Arriva il 2000. Ho 14 anni quando partecipo all’assemblea d’istituto più importante della mia vita. Il classico va allo scentifico ad ascoltare Miloud Oukili, il clown che ha salvato i ragazzini romeni dalle fogne e dalla droga. Miloud racconta di quando è arrivato a Bucarest, nel 1992, tramite un’associazione francese di volontariato: non arriva per restare. Però perde un treno – fatalità –  e resta – desiderio segreto che preme. Alla fine dell’assemblea compro un libriccino che racconta la storia di Miloud: “Randagi”, si chiama. Lo divoro in lacrime, decisa a cambiare le sorti del genere umano. Inizio a preoccuparmi dei “randagi” di tutto il mondo. Sogno di partire per la Romania ma non ho un soldo. Mi sento misera e inutile, come solo un adolescente può sentirsi.

Chi sono i “Randagi”?

I bambini senza futuro, gli adolescenti con la faccia di bambini e le mani impastate di colla. Bestie, per tutti. Reietti. Miloud è l’adulto rimasto bambino e i bimbi sperduti di Bucarest li ascolta, ascolta le loro storie, vive con loro nelle fogne, visita i loro orfanotrofi sozzi. Regala loro una possibilità, un senso, uno scopo. I senza amore-senza scopo-senza futuro diventano membri dell’Associazione Parada. La carovana di clown autodidatti guidata dal naso rosso e le scarpe gialle taglia 50 di Miloud parte dalla Romania e fa il giro del mondo. I bimbi sperduti fanno vorticare in aria palline e birilli, alcuni sono bravi persino con i trampoli. Chi può dire la differenza tra un mestiere, un gioco e lo scopo di tutta una vita?

Chissenefrega, i ragazzi hanno una ragione per vivere.

Miloud li toglie dai sotterranei e li porta in superficie, sulla strada ma non quella sporca e violenta. La strada degli artisti, la casa mondo di chi fa arte. “Randagi” parla di esseri umani perduti, di una città senza speranza e della speranza che arriva in città.

“E’ così brutta che finisce per piacerti. E’ così desolata da prenderla per mano e starla a coccolare. Bucarest, per quanto assomigli ad un vecchio cappotto che vorresti cambiare, è abitata da ragazze che sembrano pallide fate, di nebbia e cannella, chiare come mezze lune, sottili e divorate dal vento. Sulle sue strade camminano uomini che nascondono nelle tasche sogni così accartocciati da sembrare inesistenti, è calpestata da gambe pesanti che hanno sempre marciato come un militare, ed è toccata e accarezzata da mani che non le sanno ancora dare piacere. E’ malconcia, pure un po’ abbrutita, ma sulle sue strade, lungo i suoi marciapiedi, tra le sue case e i suoi balconi, c’è l’aria di un temporale che non vuole passare, come se la gente si fosse attaccata alle nuvole per non permettere che il sole caschi per terra.”

Ho 16 anni quando rubo di nascosto “L’arte di amare” di Erich Fromm dalla scarna libreria di casa. Accanto ci sono Freud, “Il libro dei sogni”, e Christiane F: prendo anche quelli.

Freud lo leggo alla luce del giorno, Fromm e Christiane F li sfoglio di nascosto.

Leggo il libro e guardo il film sulla vita dei ragazzi dello zoo di Berlino. La colonna sonora di Bowie mi piace ma quel libro e quel film sono un pugno allo stomaco. Riascolto Bowie e divento fanatica degli anni ‘80.  Da allora e per sempre. Di nascosto da me stessa, la notte, apro qualche pagina a caso. Christiane F mi piace e mi disturba. Mi spaventa il potere e il fascino che quel libro esercita sulla mia mente. Le storie di Detlef, Babsi, Stella, Axel e gli altri mi sembra di conoscerle bene senza averle vissute. No, certo che le ho vissute. Potrei finire male, da un momento all’altro, se non sto attenta. Sempre vicina al collasso. Anche se non fumo e non tocco alcol, a differenza dei miei compagni, sono più prossima all’abisso di quanto loro potranno mai esserlo. Sono io, il mio buco nero. Mi spaventa l’idea di perdere il controllo. No, mi atterrisce la paura di essere scoperta e punita ma vorrei perdere il controllo. No, ho perso il controllo nell’istante in cui ho aperto quel libro. Non si torna indietro da certi libri.

Allora leggo Stendhal e finisco per perdere il controllo. Il rosso e il nero, un’idea precisa di amore, e da lì tutti i classici della letteratura francese. Balzac e la commedia umana per sempre, Hugo e l’uomo che ride, Hugo e i miserabili per sempre. Ma anche gli scapigliati, la dannazione di Fosca e ogni piccola cosa scritta da Tarchetti. Ambizioni, cinismo, ipocrisia. L’amore e l’amoralità di Julien Sorel mi rivelano tutta la verità nient’altro che la verità definitiva sugli esseri umani. Passione e morte. Rosso e nero. Ai tempi ero innamorata, senza speranza di essere ricambiata, di un milanista sfegatato. Ma questa è un’altra storia. Però c’entra, forse. Tutto è connesso. L’amore è passione e morte.

Per amare devo morire d’amore? Una vita difficile ma intensa. Entro nella mente di Julien Sorel. Je suis Julien Sorel. E sono anche Madame de Rênal, e Mathilde. Posso essere amante e amata, posso essere una cinica arrivista, una nobildonna innamorata, finire in prigione, essere uccisa.

Stendhal è un fiume in piena, non mi lascia il tempo di dormire.

Quando, poco dopo, incontro Mary Shelley piango per la creatura e capisco le ragioni del creatore, quando resto sola con Jekyll non gli dico quello che Hide mi confessa. Sotto sotto mi piace Hide e mi piace fingere di giocare a fare Dio. A chi non piace?

Capisco che la vita è dolore e quando me ne accorgo l’adolescenza è finita da un pezzo e forse è colpa dei libri se ho perso la verginità. Non parlo del sesso ma di aver letto parole che mi rivelavano con onestà quello che tutti gli esseri umani tentavano di nascondermi con ipocrisia.

L’ambiguità tra bene e male è la frattura che si consuma in ogni essere umano. Ogni persona si studiava di nascondermi la verità, i libri mi dicevano tutto ciò che avrei dovuto sapere, mi preparavano all’umano errore.

Poco dopo avrei iniziato a sperimentare tutto questo nella vita, nelle persone.

Decisi che non sarei rimasta sotto, non sarei rimasta dentro, non sarei affogata nel mio stesso buco nero. Avrei fatto come Alex, come Maja, come Il corvo col coraggio di chi fa parte da sempre del club dei perdenti e, quando il gioco si fa duro, non scappa e prova a uccidere il mostro.

Fonte immagine di copertina: https://leganerd.com/2018/06/04/il-corvo-jason-momoa-abbandona-il-progetto-e-si-scusa-con-i-fan/

Tutte le immagini sono attinte dal web.

Voce del Verbo Rileggere_Demolire_Non Finire

Dopo aver comprato dal Signor Pescebanana il Genji monogatari, romanzo colossale della letteratura giapponese scritto nell’XI secolo dalla dama di corte Murasaki Shikibu, dovrò affrontare un duro periodo di astinenza dall’acquisto compulsivo di libri.

Per mia fortuna sono una rilettrice, una che legge e viviseziona le parole, e negli anni ho accumulato milletrecentocinquantadue libri – in fondo, chi accumula libri è uno che si porta avanti, un pò pazzo e un pò profeta, uno che ha già e sempre previsto catastrofi e pandemie – milletrecentocinquantadue libri che aspettano solo di essere riletti o completati.

Non è per il cibo che ora devo risparmiare, a quel punto non siamo ancora arrivati, ma per i medicinali. Il mio corpo, come annidato qui Sulla Quarta Corda tra le righe, ha bisogno di cure e riguardi quotidiani, oggi più che mai.

Non è star male che dispiace, e nemmeno finire, ma vivere senza vigore, senza poter leggere e scrivere.

Quelli che rileggerò sono testi scritti perlopiù tra Settecento, Ottocento e prima metà del Novecento.

Ho bisogno di recuperare uno scarto tra il linguaggio stantio, trito e consunto che la gente quasi sempre parlando – sui social, nella vita, cioè ancora sui social – si ostina a usare e l’eufonia della parola cercata, scelta per il suono, accostata ad un’altra per le seduzioni che essa dischiude.

Appena potrò tornare a spendere per i libri c’è una lista speciale da esaudire. Gli autori dei libri in questione sono tutti vivi, per nostra fortuna li si può leggere anche online o in riviste da loro fondate, eppure si collocano oltre il confine angusto di questo spazio e di questo tempo. Sono grata a loro che scrivono, sono grata agli editori che li pubblicano. Accanto ai titoli riporto le case editrici perché ne verrà fuori una mappa (minima, incompleta) della vera letteratura, quella che fa un balzo oltre il consueto, che oggi sono rimasti in pochi a fare.

Ilaria Palomba, Città metafisiche, Ensemble

Anne Carson, Economia dell’imperduto, Utopia

Giordano Tedoldi, I segnalati, Fazi

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland

Ezio Sinigaglia, L’imitazion del vero, Terrarossa

Graziano Graziani, Taccuino delle piccole occupazioni, Tunuè

Giulio Mozzi, Le ripetizioni, Marsilio

Cataldo Dino Meo, Vandalica

Giulia Maturani, Sogni d’amianto, Eretica

Stefani Redaelli, Beati gli inquieti, Neo

Filippo Tuena, Stranieri alla terra, Nutrimenti

Ce ne sarebbero altri ma mi limito ai più urgenti. Non aggiungo alla lista, perché già sul mio scaffale, letto, riletto senza regole, l’inizio dalla fine, Binari di Monica Pezzella, ancora Terrarossa Edizioni, una delle scrittrici viventi che se ne fotte di strizzare l’occhio al lettore e ti fa venire voglia di leccare e mordere le sue parole.

Premetto che scrivo questo post anche perché vorrei che la mia lista si arricchisse, in questi mesi.

Lo stile e l’umore dei libri che cerco ha avuto illustri precedenti per delinearsi.

Se avete suggestioni, sarò felice di accoglierle.

Intanto, c’è un altro libro che dovrò rileggere, ed è il mio.

Il manoscritto è nato pronto, dice l’Editore – che è Uno, anzi UnA, anzi Due, Una e Trino – che non ha paura di dire le cose in faccia per come le vede, dure e crude, e lodarti quando sono belle, le tue parole.

Scritto in pochi mesi, questo libro ha avuto bisogno della vita vissuta e mancata, dei sogni e degli incubi dei dieci anni precedenti per farsi Corpo.

Ha avuto bisogno di quel dilettevole gioco di “imitazione”, smontaggio e assemblaggio, previe scosse di assestamento, che chiamo “rifare i grandi”: quel gioco per cui si scrive senza dimenticare le parole che ti hanno nutrito e, mentre si scrive, si demolisce un universo ideale, si fa a pezzi se stessi, monadi impazzite ricomposte dalla brama di stupore, per edificare un mondo che sia nuovo, un mondo nel quale sentirsi, per la prima volta, la persona giusta nel posto giusto.

È una cosa piccola e imperfetta, per questo la amo. Ma grande nella sua onestà, che è verità privata del patetismo e copiosamente ironica.

È solo un inizio che non finisce, e ha il sapore della prima volta. Perciò, quando sarà fatta, mi mancherà per sempre.

Per il momento non dico di più, è già troppo presto e ancora troppo tardi per parlare.

Perchè Si Scrive. Un allegro dialogo tra morti (dove Bufalino incontra Birdman)

Pare che tra i vivi chiedersi “perché?” sia fuori moda, quando non doloroso. Nel mio dialogo con illustri defunti, parlo spesso di paradossi e del perché delle cose, senza avvertire l’onta del biasimo.

Chi scrive, lo sa.

Quando si scrive, capita di attirarsi qualche malcelata e sottaciuta etichetta. Si passa per cinici e solitari, radicali e stravaganti, un po’ buffi con quelle ali spelacchiate sempre spiegate, il naso sempre all’insù. Troppo cupi o troppo ironici, troppo spenti o troppo euforici, troppo soli o troppo strani.

Ad ogni modo: troppo.

Chi scrive, cunctator di professione, con un pizzico di arroganza pensa di fottere la morte.

Così, non di rado accade che solo i morti empatizzino.

E allora, come a nessun vivente avrei osato chiedere, ad alcuni di loro ho chiesto:

“sì ma, perché?”

Si scrive quando si è ossessionati dalla Morte. Quando la consapevolezza della vita diventa insopportabile. Chi scrive non accetta l’umiliazione di morire.

Si scrive per gareggiare con dio, per illudersi di vincere il Tempo al suo stesso gioco, ed eternarsi.

Si scrive per ingannare la morte o sedurla, che poi è lo stesso. Si spera di far ridere l’aguzzino e ritardare l’esecuzione; perciò, un pizzico d’ironia qua e là, ci si ingegna di piacerle.

Chi scrive, lo sa. Vuole ammaliare, convincere, persuadere. Se stesso, primamente. Tra una lacrima e un ghigno, vincere la voluttà dell’abbandono, della caduta, del declivio, del silenzio.

Si scrive di ciò che si è perduto, o non si è avuto mai, di ciò che si sogna e non si ha i mezzi per ottenere.

Si scrive per coprire una mancanza, risarcirsi di un’assenza.

“Ma che dovrei fare? Aspettare un’estate felice per scrivere di un’estate felice?” chiede provocatorio l’amico Bufalino.

Quasi sempre, ad una domanda chi scrive risponde con un’ altra domanda. E ne ha ben donde, considerato il quesito.

Si scrive perchè una vita non è abbastanza. Se desidero incontrare una persona che non esiste, cosa dovrei aspettare?

Non c’è tempo. Voglio incontrarla. La invento. Funziona così.

Cosa dovremmo fare, di tutto ciò che ci manca e non possiamo avere?

Si scrive per non soccombere sotto il peso dilacerante dei propri pensieri, per farne qualcosa più di un nugolo informe di respiri inquieti, strapparli al nulla cui sono destinati. Per dare loro una possibilità.

Si scrive anche un po’ per guarire, ma forse è una pia illusione e la scrittura non vale più di una dieta sana e dei consigli del nutrizionista: perché nonostante un corpo tonico e in salute o qualche riga d’inchiostro ben tornita alla fine si muore, e questa guarigione ha il sapore della frode consolatoria di un istante che appena si materia è già finito. E subito pronti a ricominciare il giro di giostra, che se mi nutro di sedano e carote, se scrivo ogni giorno mi sento bene, il mio corpo non si ammala, la mia anima non soffoca. Mi sento bene. Sono felice.

Perché, diciamolo, si scrive per sentirsi meglio, perché frutta e verdura fanno bene sul serio e vergare le proprie parole sulla pagina rende euforici; in vista della Morte, è già qualcosa.

Si scrive per possederle, farle proprie, le cose della vita, afferrarle a dispetto della loro inconsistenza e peribilità: una cosa diventa reale solo se la nomino e la accolgo nel mio immaginario.

La vita non ha l’agio della verosimiglianza, non è logica: mentre le determina, sconquassa continuamente le regole del gioco. E allora si scrive perché, in fondo, non si vuol rinunciare a giocare come quando si era bambini: “facciamo che io sono… e tu sei…”, ma con in più lo spasso di poter fare e disfare le regole a proprio diletto.

Chi scrive vive una realtà incorruttibile tanto vera proprio perché irreale. Non è una soluzione, non è un rimedio, direte: questa vita surrogata, questa copia sbiadita di vita, questo espediente per nulla originale, questa trovata per nulla geniale.

Chi scrive, si scusa. Non ha trovato di meglio.

Anche quando non crede, chi scrive si rivolge sovente a dio. Scrivere è raccogliersi in preghiera facendo delle proprie parole un mantra che racchiude in sé la conditio sine qua non della propria efficacia.

E si scrive per non dimenticare, per non essere dimenticati, talvolta con l’ansia di chi sa che a far vera imperitura memoria serve più di un solo uomo: un popolo, serve, una nazione, il mondo intero.

Per smorzare quest’empito dal sapore vagamente prometeico, del quale già provo vergogna (li vedo, i volti perplessi) acciuffo al volo un frammento del film Birdman: la scudisciata verbale che Sam abbatte sullo spasmodico desiderio del padre di eternarsi come attore:

“Che conti davvero per chi? (…) L’unico interessato a questa merda sei tu! E adesso ammettilo, papà (…) Tu stai facendo questo perché vuoi sentirti di nuovo importante! Be’, lo sai che c’è? Là fuori c’è un mondo di persone che lottano per sentirsi importanti ogni giorno, ma per te tutto questo non esiste! Accadono cose in questo mondo che tu ignori! Un mondo che per la cronaca si è già dimenticato da un pezzo di te! Insomma, chi cazzo sei tu?! (…) Sei tu quello che non esiste! Tu stai facendo questo perché hai una paura dannata, come tutti quanti noi, di non contare niente!

E la sai una cosa? Hai ragione: non conti!

Non è così importante, ok?

Tu non sei importante! Facci l’abitudine!”

Chi scrive, sa che Sam in fondo ha ragione ma, per cosi dire, non riesce a “farci l’abitudine”.

Nessuno pensa mai agli invisibili, ai dimenticati.

Chi scrive, spera segretamente (non bisogna dirlo, non sta bene) di non finire nel novero di questi ultimi ma, in fondo, lo fa a prescindere perché la scrittura lo ossessiona con le sue malìe, i suoi magheggi: quell’irresistibile tramestìo nell’anima lo spinge a continuare, ad ogni costo.

Così, chi scrive, sovente scrive nonostante la vita.

I vivi che non scrivono alle volte non comprendono: perché a chi scrive serve la solitudine dei defunti, non sentire il gravame del Tempo.

E la vita è Tempo, un furto mascherato da dono.

Per fortuna, chi scrive sovente non manca d’ironia. Si fa beffe di tutto: della vita, della Morte, di se stesso.

È un nano col cappello da giullare e il mantello di Birdman che si crede dio per il solo fatto di credere di volare.

E, alle volte, tanto basta per essere un Sisifo felice.

Dimenticavo. Chi scrive, lascia sempre un testamento, tra le pieghe invisibili del non detto.

A buon intenditor…

Otto. Epifanie

La notte, i miei sogni mi tengono sveglia.

Una letteratura che non parli mai delle infelicità umane non può dirsi tale. Una letteratura che non sia in qualche misura ‘pericolosa’ per la stabilità emotiva, per le certezze del lettore, del pari, non può dirsi tale. Le parole debbono indagare i nostri abissi più fondi, scandagliarne le insondabili oscurità: una certa dose di rischio cui la nostra mente si sottomette ogni volta che la si pone a confronto con le lordure dell’anima disvelate dalla pagina.

Anais Nin, nel Diario V, parla della morte della madre. Simone De Beauvoir lo fa in ‘Una morte dolcissima’. Queste pagine, mi salvano: la vera maturità, dice la Nin, si raggiunge solo nell’istante in cui si riesce a provare compassione per i propri genitori, accettandone i difetti e tutto ciò che li rende umani e fallibili. Ma com’è difficile, quando essi stessi rifiutano di mostrarci la loro umanità, le loro debolezze.

Non voglio essere la Musa di un uomo. Sono una Donna, e di nessuno. E voglio essere d’ispirazione, prima che ad altri, a me stessa. Per farlo, dura lotta quotidiana per persuadermi d’essere all’altezza dei sogni che ho.

Non dipendo che da me stessa, dai miei talenti, per il mio sostentamento: questa dovrebbe essere la più alta aspirazione d’una donna. Meglio, d’ogni essere umano: fare di se stessi la propria più grande opera d’arte.

Sette. Ego e coraggio

Scrivere aforismi è un gesto di generosità verso il lettore, oltre che di estremo egocentrismo: lasciare che chi legge rimugini sui nostri pensieri come se fossero qualcosa di essenziale, in certo qual modo completandoli, arricchendoli del proprio vissuto, giocando ad incastrarli nella propria esistenza; o incastrare, in essi, la propria esistenza.

Cerchiamo, nelle pagine di altri, una voce che ci suggerisca come vivere. Se frughiamo nelle vite altrui è perché andiamo caendo un modo, una via per non gettare al vento la nostra. Siamo disperati, sovente, quando ci rivolgiamo alle pagine di un altro, quando troviamo almeno quel grado primo della forza: il coraggio di chiedere aiuto. Che poi, quel grido di dolore, ed insieme di fede e speranza, si volga a “uomini di carta”, non ne sminuisce certo il valore, o ne deprime la possanza. Poi, a contare, non saranno le risposte che avremo o non avremo trovato, ma il fatto che quelle pagine ci abbiano prestato ascolto.

Perché è necessario riservare gran parte del proprio tempo alla solitudine? Per mille ragioni, ma basterebbe la più evidente: è il solo frangente in cui si depone la maschera e si è onesti con se stessi; o, perlomeno, ci si sente liberi di esserlo; il riuscirvi, poi, implica un’ulteriore dose di coraggio.

Perché, e di dove nasce questa passione divorante per uomini, artisti soprattutto – ma anche mendicanti, reietti, paria, malati – oscuri, caduti nell’oblio, ignoti ai più? Che io sia un’aspirante fallita?

Isolarsi dal mondo per via d’un senso di soggezione che si prova al suo cospetto.

Sei. Sacrifici e turbamenti

Ciò che sarebbe potuto essere modella il corso dei nostri pensieri molto più di quel che è stato.

Non vi è gusto ad essere ‘poveri’. Diffidate da coloro che dicono di spregiare il denaro, gli agi della ricchezza, e se ne fanno vanto. Se mi mantengo in uno stato di sobrietà non è certo per amor di umiltà, ma per orgoglio: a salire la scala sociale occorre un atto di sfrontato servilismo, parola nella quale racchiudo la disponibilità a piegarsi a diletti e deliri del proprio benefattore. Essere in debito con qualcuno ci priva della più grande delle conquiste: l’indipendenza.

…ho spesso viaggiato in terza classe senza rammarico, ma sapendo perfettamente bene che sarei stato più comodo in prima. Infelice, sta bene, ma imbecille il meno possibile; e soprattutto rifiuto le consolazioni eroiche. Non c’è nulla di eroico nella povertà. È una delle più  cattive malattie del mondo (…). Son diventato diffidente degli ideali e degli eroismi: e l’indipendenza è un abito che costa caro. Diciamo dunque che ho il vizio dell’indipendenza e, come alcuni che hanno dei vizi, son disposto a pagare quello che costa, perché non ne posso fare a meno”. (Giuseppe Prezzolini, L’italiano inutile)

Un libro che suscita in noi alcun turbamento è tempo male investito. I libri debbono porci interrogativi, meglio ancora se insolubili. E noi, a nostro modo, dovremmo rispondere con un altro libro fatto di parole che, incontenibili, prorompono dai pensieri che dal testo scaturiscono. Se ciò non accade, se quella eco non risuona in noi, se ci sentiamo identici a come eravamo prima di prender tra le mani quel libro, a cosa sarà giovato esso se non a distrarci? Ma un libro non dovrebbe distrarci dalle angarie della vita, bensì sprofondarci in esse, prenderci la mano e camminare con noi sul sentiero malagevole, aiutarci non a distrarcene ma a districarci. Perturbarci, soprattutto, scuoterci dal sonno della ragione e obbligarci a rivoluzionare pensieri logori e consunti.

Desiderio inconsumabile di conoscere a fondo tutto ciò per cui gli uomini furono disposti a morire: la passione per il sacrificio, quella tensione morale all’olocausto di sé per una causa maggiore.

Riconoscere che molti esseri coi quali vorrei dialogare sono morti, o non sono mai esistiti.

In fuga

Sfrontata, impulsiva involontaria, ebbra di vita.

Capace solo di sentimenti estremi – esaltazione o depressione, frenesia o apatia – non era mai stata in grado di amare con riserva. Passione incandescente di corpo e spirito, in tutto.

“Riporre la propria salvezza nelle mani di qualcuno è la via più semplice verso la perdita di sé”,

ripeteva citando quasi a memoria.

Avida di vita, soggetta ad una dolorosa instabilità interiore, chirurgicamente compensata dalla precisione quasi maniacale del trucco e del vestire.

L’equilibrio era una vetta conseguita qualche volta, con qualche soddisfazione, ma sempre in totale solitudine.

Benché conscia del suo modo estremo d’amare, imparare a disciplinarlo era una guerra continua ad armi impari contro se stessa. Del resto, comprese presto il proprio egoismo:

non amava un essere umano, o un altro, era solo l’idea d’amore ad entusiasmarla.

Reputava l’ambiguità del gioco seduttivo appagante, per nulla rischiosa.

L’idea d’amore, così vagheggiata, bastava a se stessa, annullando in sé l’oggetto del desiderio.

Tale scelta, assolutamente inconsapevole, aveva il vantaggio di soddisfare la sua naturale tendenza all’astrazione. Ed eccola entusiasmarsi con sorprendente facilità:

più la meta era lontana e irraggiungibile, più le appariva desiderabile;

più l’oggetto del desiderio distante, diverso, più prendeva a volerlo.

E ad entusiasmarla era il viaggio, non la destinazione.

La tensione impigliata tra le maglie del desiderio,

non l’oggetto d’amore. Raggiunto l’obiettivo, non di rado provava quasi repulsione per esso. Raggiunta la meta, tacitava il respiro affannoso della corsa. E per tornare a palpitare bisognava che la gimcana del cuore ricominciasse.

“Camminare è vivere. Arrivare è come morire. Ti amo”.

Comunicava spesso così, per ossimori, e gli parlò in questi termini, quella notte, prima che si addormentasse. Ma Lui era troppo stanco e felice per cogliere un accento di dolore in quelle parole. Di solito, si concedeva con passione alle donne. Stavolta, per la prima volta, provava ammirazione per un uomo. Per quell’uomo, che era un bivio, incarnando il dissidio che la lacerava: la consueta lotta tra la ricerca di perfezione, la compiutezza pretesa da se stessa, e il desiderio di assecondare la vita, in tutta la sua concreta mutevolezza e imperfezione. Quell’uomo, con quel violino e il viso triste, con la sua esistenza imprevedibile e travagliata, era così imperfetto, così reale e, dunque, così desiderabile.

Nel fondo dell’atra notte, con ancora in bocca il sapore della sua sigaretta, uscì di casa per portare a spasso la solitudine. Baciarlo, fare l’amore con lui: a ciò poteva piegarsi. Ma dormire insieme, indugiando tra la veglia e il sonno, scambiarsi i respiri e, insieme, consumare la notte significava

da sola non bastarsi più”.

Il primo treno per Milano sarebbe partito di lì a un’ora: lungo il tragitto prese a pugni la malinconia, pensò a svariati modi e ragioni per odiarlo, concluse che non gliene importava nulla, trovò molte giustificazioni alle proprie inquietudini. Orgogliosa della propria vigliacca determinazione, trovò alla paura persino una legittimazione letteraria, ripensando ancora, come sempre, alle parole della sua ispiratrice:

“Il disprezzo che provava per se stessa finiva per guastarle tutto: negava qualsiasi valore alle cose che aveva, alle avventure che le capitavano; tutto ciò che toccava si mutava in cartapesta.

Quella notte, una volta di più, pianificò come abdicare alla felicità.

Ma, quella notte, per la prima volta, fu imprecisa.

Peccando di superbia, volle lasciare un segno di sé, di quegli scampoli di gioia rubati al buio. Un’impronta appena, ma che fosse indelebile.

Trasse un pezzo di carta dalla tasca e sul comodino in mogano depose pochi versi, partoriti e scritti di getto, con foga, nel breve istante di esitazione che precedette la fuga. Poi lo accartocciò, e lo getto nel cestino.

… in fuga, perennemente.

Dai “Come va?”, “Bene, grazie”  di circostanza.

Dalle regole

pressanti

che

frantumano 

l’esistenza

per riporla in caselle perfettamente identiche,

contenitori di vita

che qualcun’altro sceglie per te

e poi sistema a suo gusto.

“Nessuno sceglierà per me”.

Lo dice la tua fronte spesso aggrottata,

i tuoi lineamenti duri lo dicono.

Lo dice il sopracciglio destro

E il sinistro, di rimando, gli fa eco …

e forse ti  incontrerò ancora  in qualche ostello di città,

sempre intento a frugare avidamente

nelle tasche bucate della vita,

in corsa, per afferrare qualche brandello di felicità,

per non rischiare di perdere quel treno,

che passa rapido,

ché quando arriva

è già in partenza.

“Uscire di scena, sì. Però con stile”, si disse.

Ma quella notte si tradì, cedette un poco. Non seppe mai se più o meno consciamente.

Al risveglio, cercando tracce di lei ovunque, lui lo vide.

Sul retro di quel foglietto sgualcito, un numero a dieci cifre e cinque parole, a malapena leggibili.

“Se mi ami, non cercarmi.”

(In copertina: “In fuga”, scatto del maggio 2012)

Cinque. Consapevolezze

Non commettono grandi errori per la stessa ragione per cui non commetteranno grandi azioni.

Portiamo addosso i segni di ciò che siamo, l’inquietudine per ciò che siamo stati, il rimpianto per ciò che non abbiamo potuto essere, l’affanno per ciò che, forse, non saremo mai.

L’anima ha un suo tempo, un volto suo proprio. E reca le vestigia dei nostri dolori, delle nostre paure.

Esigere da se stessi più di quel che si può, meno di quel che si vorrebbe.

Ogni istante in cui non siamo presenti a noi stessi è un istante che ci avvicina alla morte.

Marosi

In riva al mare, con la morte nel cuore, per mescere le mie lacrime ai marosi, sale nel sale, sentir vibrare il mio corpo nel vento del mattino, e ricongiungermi al sole.

La sabbia, la stringo fra le dita, la sento scivolare.

Com’è facile perdere le cose.

Per non lasciarla andare, le sputo addosso con violenza inaudita; e mi eccita vederla prender forma tra le mie dita, ora che non mi sfugge più, ora che posso tenerla con me, e farla mia:

per sempre.

La bava, generata dal niente che siamo per rammentarci il fluido dal quale veniamo. Per ricordarci che veniamo al mondo fluttuando, e che vivere significa

fluttuare, scivolare, dondolarsi e barcollare

sull’inconsistenza fragile delle cose, dentro le cose, l’uno nel corpo dell’altro, nel corpo delle cose del mondo.

Ma, forse, per quanto fragile, anche la bava è un modo per tenere insieme i pezzi. Per unirli, amalgamarli, fonderli.

Per fare, di due, un’anima sola.

Penso ai baci, quelli appassionati, che ci ricongiungono all’essenza del nostro “essere al mondo”: scambiarsi le vite, come la saliva, compromette la nostra integrità, mette in discussione la nostra forza, la nostra solidità; sciogliere il nostro Io nelle profondità del Tu, scivolare e perdersi nel corpo dell’Altro è dimettere la maschera e ritornare alle origini.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Non a caso la gola, in cui la lingua dell’amante si tuffa voracemente, sia un antro atro e fondo: io mi getto nell’Altro, faccio un salto nel buio – il suo buio – e, al contempo, gli chiedo di fidarsi, di fare lo stesso con me.

Molto al di qua e molto al di là del gioco della seduzione, il bacio è un atto di fede: bisognerebbe donare la propria saliva a qualcuno di cui ci si fida, non a qualcuno da cui si è attratti. “Io ti dono il mio buio. Ti lascio entrare”, dico all’Altro, ed è come se gli dicessi: “mi fido di te”. Un modo altro per dire “Tu in Me ed Io in Te. Per Sempre”.

Non c’è reversibilità, nel bacio: non posso riprendermi la bava che ti ho donato, è tua per sempre. Se solo vi ponessimo mente, con quanta minor facilità concederemmo questo bene prezioso.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Curioso che “bava” – parola concreta, selvaggia, animalesca –  designi una cosa bassa e terrena come la saliva e, al contempo, un’immagine poetica come la schiuma generata dal frangersi dei marosi sulla riva.

Questo sbattere, violento o dolce che sia, riecheggia i mille toni, i mille modi del bacio, come del sesso: esiste un contatto tra i corpi, come tra le labbra, morbido e delicato, ed uno violento e feroce. Come il sesso, il bacio genera un flusso che dall’Altro viene a me, da me all’Altro.

Il bacio è maliardo, anticipa e suggerisce, sottile ed insinuante, lo scambio sessuale. Pura possibilità: è “inizio e fine assoluti”, poiché contiene il proprio confine; ed è “prima”, un “prima” pregno della possibilità del “dopo”. Generatore di possibilità, il bacio apre la via ad altro da sé. All’Altro da sé.

La saliva, sublime tentazione dell’orgasmo: un flusso che ne anticipa e chiama a sé un altro, altrove nel nostro corpo.

I latini usavano tre termini per indicare il bacio. Ma questo particolare monarca imperioso lo chiamavano “Suavium”: il bacio erotico, passionale, ai limiti della volgarità.

Io mi inchino alla vorace ed arrogante tensione del “Suavium”, e mi lascio sorprendere dalla sua capacità di armonizzare ogni possibile: “Suavium”, figlio legittimo di “suavis” – “soave, dolce” – è la meravigliosa crasi tra possanza e dolcezza. Un re guerriero capace di indicibili delicatezze.

Un essere rozzo e dolcissimo.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Stringo a me l’immagine senza volto di questo essere, né donna né uomo, che mi possiede col suo calore: la mia piccola palla di sabbia e saliva, il mio gingillo in questa calda mattina d’estate spezzata dal vento funesto dei miei pensieri, non è più che un ricordo.

L’ho leccata, assaggiata, divorata; ho strofinato i suoi granelli su di me, fino a sentire l’odore del sale, dolore, il dolceamaro del sole.

Abbandono la riva, lascio le lacrime tra i marosi.

Riprendo il mio cuore, saluto il giorno che cade.

E sento la sete di vita tornare.

In copertina: Foto di Carmine Prestipino http://www.carminefotografie.com/