L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

Drieu La Rochelle, un uomo spezzato

Negli anni ho imparato che l’affetto è forma mutevole, e inaffidabile, della relazione. Stima e ammirazione ci sono concessi da amici (e nemici) per le nostre qualità concrete, visibili, riconoscibili e riconosciute.

Ammirazione, recita la Treccani, è quel “sentimento di attrazione che si prova verso cose straordinariamente belle e pregevoli, o di stima, rispetto, simpatia per qualità singolari di una persona”.

C’è in quel “ad- mirari”, in quel “guardare con stupore”, un potenziale di ineluttabilità esploso in espressioni quali “cose straordinariamente belle e pregevoli” e “qualità singolari”.

Negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare il tributo di stima più del “ti voglio bene” gettato alla rinfusa: l’amore incostante, mutevole, falsificato dall’immagine simulacrale che, il più delle volte, ci si forgia dell’Altro. Spesso si ama con il ventre e senza testa, perdendo la testa, sbattendola sul muro, fracassandosi il cranio. Il più delle volte prendendo un abbaglio su quel che significa “amore”.

Dopo aver letto i suoi libri e la sua biografia mi sono chiesta come mi sarei comportata, e cosa avrei provato, se avessi conosciuto l’uomo che risponde al nome di Drieu La Rochelle.

Scrittore e saggista francese, nato a Parigi nel 1893, La Rochelle ha forgiato una prosa di impareggiabile valore.

Il suo “Diario” contiene alcune delle pagine stilisticamente più belle che la letteratura francese possa vantare e che sono però, spesso, intrise di risentimento verso l’Altro in quella forma deplorevole che abbiamo imparato a conoscere come antisemitismo. Odio verso l’Altro che era forse lo specchio dell’odio che l’uomo Drieu provava verso se stesso. La Rochelle aderì ai programmi reazionari di destra e fu un collaborazionista convinto durante l’occupazione tedesca della Francia; in seguito fu accusato di collaborazionismo e nel 1945 si tolse la vita.

Non so se io e Drieu – sapendo ciò che so di lui, essendo quella che sono – saremmo mai diventati amici ma quello che so – essendo quella che sono – è che non avrei rinunciato a leggere le sue opere.

So di inserire questa riflessione in un dibattito difficile e insolubile, quello sulla possibilità (o impossibilità) di distinguere l’uomo dall’artista. Per me è essenziale provare a fermarsi, e riflettere, su ciò che definiamo letteratura e ciò che letteratura non è.

Distinguere tra ciò che arte e letteratura possono in fatto di sconfinamento rispetto alla morale e ciò che, per esempio, il giornalismo (forma cronachistica non finzionale di scrittura), per esempio, è chiamato a fare.

Credo che la letteratura non dovrebbe ergersi a giudice, né dovrebbe sancire ciò che è giusto o sbagliato; la letteratura può prendersi la libertà di parlarci di violenti e assassini portandoci persino a simpatizzare con loro (come il cinema, le serie tv, e qualsiasia altra opera): può farlo perché non è “favola”, non è Esopo che deve ammaestrarci, e non è cronaca del reale nè giornalismo d’inchiesta nè denuncia sociale.

La letteratura è più simile ad una Maga dai dubbi costumi che opera in modi sorprendenti per aprire orizzonti inattesi; può persino risultare fuori luogo nei modi, fuori dagli schemi nei contenuti, e scagliare incantesimi contrari al buon senso o alla morale. La letteratura deve essere prima di tutto “buona letteratura”, cioè ben scritta: non infarcita di parole stantie o morali consolatorie, non veicolo di soluzioni, definizioni, precetti e insegnamenti.

Forse uno come La Rochelle si sarebbe accanito contro tutti i “deviati”, come li avrebbe definiti: lui ed io avremmo battagliato come esseri umani e, per via delle nostre convinzioni personali, ci saremmo persino odiati; eppure la mia opinione personale sarebbe stata, invariabilmente, che Memorie di Dirk Raspe” è uno dei libri migliori che abbia mai letto, oltre che il miglior romanzo sulla vita di Van Gogh che potrete mai leggere.

Subito dopo averlo scritto, Drieu si uccise. A uccidersi fu un uomo che odiava se stesso con ferocia pari, se non maggiore, a quella riservata agli altri.

Fuoco fatuo” è un altro romanzo capolavoro: uno scrittore fallito, un drogato, un dandy caduto in misera che passa un’intera giornata a camminare per le vie di una città desolata cercando una ragione per vivere, sapendo che, al fondo di quell’errabondaggio, non ne troverà. Il breve romanzo trasse ispirazione dal suicidio dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, amico di Drieu. C’è molto di Drieu in Rigaut e c’è molto di Drieu anche nel Van Gogh romanzato del “Dirk Raspe”.

Drieu costruisce, con una prosa semplice che tocca vette altissime, personaggi densi e tesi fino a consumare la pelle delle parole, e spesso lo fa a partire da persone reali alle quali si sente affine per tentazione all’abisso e alla disperazione.

È un uomo rotto dentro, Drieu. Però – direte voi – è uno di quelli che, nella vita reale, non potremmo mai amare, non potremmo mai comprendere perché ha agito male, in un modo che giudichiamo moralmente deprecabile.

E sì, sono d’accordo: il fatto di uccidersi non santifica nessuno. Eppure quest’uomo, anche se ha agito male, è proprio come me, e anche come voi. Forse, quello che ci infastidisce è che questo intellettuale che si macchiò di antisemitismo ci sbatta in faccia il suo essere rotto dentro con quel gesto definitivo e plateale mentre noi, brave persone, continuiamo a vivere e lottare senza lamentarci. Questo è coraggio, direte: il nostro vivere e lottare, essere eroi del quotidiano. Eppure ci vuole coraggio, io credo, lucidità e non follia ma soprattutto coraggio, per togliersi la vita essendo quel qualcuno che ci ha già provato, quel qualcuno che sul suicidio ha riflettutto, rimuginato per tutta la vita. E ne ha scritto per tutta la vita.

“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde” (Racconto segreto)

Drieu pensò di scrivere “Dirk Raspe” prima di tentare di uccidersi ma l’idea del suicidio dimorava da sempre nella sua mente. Come per altri scrittori della sua generazioneBreton e Malrauxl’Arte fu sempre un tema essenziale nelle sue opere: scrisse appassionatamente di Van Gogh, dalla cui vita fu sempre affascinato, e lo fece in totale solitudine, barricandosi in una casa sperduta nelle campagne di Parigi. Scrisse di getto, senza revisionare il testo. Un testo in cui ogni parola è pensata, pesata e posizionata con maestria.

“Gli specchi (…) sono fatti per coloro che vedono senza guardare e che, se guardano, vedono l’invisibile insieme al visibile; sono fatti per gli inquieti, i curiosi, gli affamati di domande e di conoscenza; sono fatti per gli artigiani della vista e del tatto, come me (…); per chi si stupisce, per i timidi, i modesti, gli umili; (…)per coloro che vivono intensamente in se stessi e dietro se stessi e che possono guardarsi da una profondità che non è più l’io vano, effimero e che sono in grado di guardarsi con un distacco e un’oggettività tali da confondere il loro viso con tutti i visi che lo specchio potrebbe riflettere, trasfigurati e fusi in un solo viso, quello dell’Uomo. E l’uomo considera il dio che risiede nell’Uomo. A quell’epoca, smisi di guardare così lungamente, così profondamente, non volevo arrivare al punto in cui l’Uomo e il dio e Dio si annullano e svaniscono nell’indecifrabile, nell’inconcepibile, nell’indicibile”.

E invece Drieu guardò, tocco quel punto, non torno indietro. Forse non era mai stato davvero a suo agio nel mondo.

La schiena china sul “Diario”, annotava riguardo al “Dirk Raspe”:

“scrivo da quattro a otto pagine consecutive senza sforzi, senza mai rileggere quel che precede. Scrivo tutto il romanzo senza preoccuparmi del lavoro già fatto:in tal modo posso esprimere il brancolamento dell’esistenza”.

Alternava momenti di euforia e lavoro indefesso ad altri di invincibile scoramento

“Ne ho abbastanza di quel nuovo romanzo (…), abbastanza del mondo. Non riesco più a interessarmi veramente alle ‘cose’ (…) Non ho fatto alcun progresso nella concentrazione. (…) E poi io non sono un uomo di concentrazione.

Due mesi dopo, nel marzo del ‘45, si uccise. Il primo tentativo di suicidio risaliva all’agosto del ’44. In quel tempo di mezzo Drieu scrisse, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, e unico, nel panorama letterario.

Se preferirei che avesse avuto idee diverse da quelle che aveva? Che fosse stato un uomo diverso?

”La gente si contraddice (…); ti scongiura di essere te stesso e subito ti rimprovera di esserlo troppo”.

Non oserei chiedere nulla di simile a un essere umano, nè saprei rimproverare Drieu per ciò che non fu in grado di essere.

Cosa sappiamo veramente dei tormenti di quest’uomo che amava camminare molto, un camminatore seriale, e restare solo. Quest’uomo timido con le donne e ossessionato dal pensiero dei corpi, che si riteneva brutto e che perciò stesso scelse di diventare brutto, di abbrutirsi per giustificare il proprio ritiro dalle scene del mondo. Quest’uomo che correva dietro alle puttane e non riusciva ad avere relazioni “normali” (qualunque cosa significhi) con donne comuni e che prima di morire dialogava quasi solo con i poeti morti – Coleridge, Keats, Shelley, Holderlin, Baudelaire?

Chi avrebbe potuto salvarlo da se stesso, quest’uomo imbevuto di idee reazionarie, letteratura, poesia, immagini distorte di sè stesso e del reale, quest’uomo che – come scrive nel suo diario due giorni prima di ucciddersi – era ossessionato dall’idea di completare ciò che aveva iniziato?

Ammazzarsi è esercitare su di sé il diritto di vita e morte

e Drieu era ossessionato dall’idea di autodeterminarsi e affermarsi come volontà e dio pantocratore.

Se un uomo è tale nella misura in cui è fallibile, nella misura in cui è dannato, caduto, allora anche quest’uomo, che non è degno del nostro amore, è un uomo. Certamente è uno scrittore straordinario.

Penso che se lo avessi conosciuto, Drieu, sarei stata sedotta dal suo genio, avrei amato la sua mente, la sua scrittura, il suo modo di forgiare mondi impossibili con le parole, di far vibrare in modo straordinario le cose ordinarie; forse mi sarei detta che amavo l’uomo e sarebbe stato falso, sarebbe stato un fraintendimento, un abbaglio. Ma lo avrei capito in seguito perché è così che accade con l’amore.

Perciò al mutevole affetto per gli esseri umani preferisco la stima durevole, l’ammirazione.

Grazie ai libri di La Rochelle la mia mente si apre ad orizzonti inattesi, comprendo e abbraccio l’umano tutto nella sua imperfezione.

Ci sono esseri umani che sono abbaglio e fraintendimento persino per se stessi e quel bagliore li seduce, sono sedotti da se stessi al punto di morirne.

Il loro bagliore è puro ed eterno solo nelle opere. Forse non sono stati buoni e puri – né con gli altri nè, qualche volta, con se stessi – ma hanno fatto qualcosa di buono, ci hanno lasciato qualcosa che ha valore e che possiamo giudicare tale perché amplia e arricchisce il mondo in cui viviamo.

Diamo atto all’uomo fallibile, foss’anche il più fallibile tra gli uomini, per esser stato impeccabile nell’arte che scelse – o dalla quale fu scelto – e nella quale espresse la parte migliore, e buona, di sé.

Dobbiamo riconoscere che ha pagato un prezzo altissimo.

“Le memorie di Dirk Raspe” è un’opera incompiuta, scritta a ridosso dell’abisso: la tipica opera giudicata “imperfetta” dal mercato editoriale. Eppure, come accade non di rado, questo “non finito” è la cosa più perfetta, più compiuta che La Rochelle abbia scritto. Ed è una fortuna che sia rimasta, incompiuta e perfetta, nonostante l’uomo.

Foto di copertina

“Se sono fortunata il mondo va in frantumi o finisce sottosopra”

“Ok Morgana, facciamo un video su cos’è per te la scrittura.”

“Un sacco da boxe lo abbiamo?”

“Sì.”

“Ok, allora. Facciamolo.”

Booktrailer di “Frantumi”

Regia: Morgana Chittari – Simone Belvedere

Fotografia e video editing: Carmine Prestipino

Testi: Morgana Chittari / Adattamento Salvo Velardita

Attori: Morgana Chittari

Musiche originali: Carmine Prestipino Shattered Part 1 / 2

Per la location un ringraziamento speciale a Rugby I Briganti ASD Onlus – Librino

“Perché scrivere?

Per non pensare al dolore. O per pensarci tanto da dimenticarlo.

Si scrive per ingannare la morte. O per sedurla, che poi è lo stesso.

Ma per lo più si incassa e si va al tappeto.

Le stelle non cadono, gli esseri umani sì.

Chi scrive spesso lo fa nonostante la vita, nonostante tutto. Si fa beffe di tutto: della vita, della morte, di se stesso.

È un Icaro che si esalta perché crede di poter volare. E continua a crederci anche quando si schianta al suolo. Anche quando cade a pezzi.

È abbastanza per essere un Sisifo felice.”

Il booktrailer di “Frantumi” è disponibile sui canali della Lekton Edizioni

👉YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=5IbExWLcRP8

👉Facebook https://www.facebook.com/lektonedizioni/videos/573778230724095

Dal 23 settembre “Frantumi” è disponibile in libreria e ordinabile sul sito e sui canali social di Lekton Edizioni (spedizione gratuita)

👉https://www.lektonedizioni.it/…/rapsodie…/frantumi/Lekton Edizioni

Un bambino, lo sa

Non conosco nulla che sia peggiore della miseria.

Quando una madre è costretta a dire al figlio:  “Ecco la tua torta di compleanno.” E lui: “E le candeline? Avevi promesso!”.

“Non le ho potuto prendere; ho dovuto scegliere tra quelle ed i jeans; ho dovuto prendere ciò che era utile.”

“Ma potevi prenderle al posto dei jeans! Mi avevi promesso ‘una torta vera’!”

(attingo, parafrasando, a un dialogo del film “Room”)

Il bambino, nella sua stupenda ingenuità, non concepisce né comprende il concetto di ‘utile’, ma solo quello di ‘bello’. E di ‘vero’.

Come può ciò che è bello e vero non essere anche essenziale?

Per il bambino, una vera torta di compleanno, “come nei film!” deve avere sopra le candeline.

Ad un bambino nulla cale di ciò che è utile alla sopravvivenza: egli vuol solo essere felice, sa perfettamente cosa desidera e vuole possedere tutte quelle cose che accendono la sua gioia; cose che, il più delle volte, un adulto ritiene inessenziali.

Un genitore dovrebbe far ciò che è necessario perché il sorriso dipinga il volto del suo bambino. Altrimenti, io credo, non dovrebbe diventare genitore. Questo è importante, per me: non la “natura”, il naturale corso della vita, ma una reale vocazione, come per ogni altra “cosa umana”, dovrebbe muovere a questo passo.

Sembro dura? Correrò il rischio. Ma non c’è giudizio. Fare figli è, primamente, un atto di egoismo. Come ogni altro gesto umano.

Credo che un po’ di egoismo sia alla base di ogni azione umana, inclusi gli atti di volontariato: si fa del bene agli altri perché ciò, in qualche misura, ci rende felici, appaga la nostra vanità, il nostro orgoglio, o qualsivoglia altro meraviglioso sentimento. Chi lo compie, è il primo a ricevere beneficio da quel gesto volto al benessere altrui (in questo caso, certo, uno dei migliori gesti possibili).

Si diventa genitori per creare qualcosa che sia nostro, che sia un prolungamento di noi, nell’ansia o nel desiderio di eternarci in qualche modo: in mancanza di arte, si fanno figli.

Ma sarò gentile: non dirò che esistono esseri umani incapaci di crescere un figlio ma che vi sono esseri umani che, insieme a qualsivoglia altra vocazione li caratterizzi – a fare il pane come a dipingere, ad arare la terra come a curare vite, eccetera – possiedono quella di educare la prole (di entrambe le fazioni, ho diversi esempi a me vicini).

Ogni azione umana di qualche importanza è una vocazione:

o ci si avvede di possederla, o meglio sarebbe per tutti dedicarsi ad altro. Tutti noi riusciamo bene in qualcosa, ne sono certa. Ho grande fiducia nell’Uomo. Ma solo quando è consapevole di se stesso, o lavora instancabilmente per diventarlo, e agisce di conseguenza (anche facendo il “male”; come direbbe Sherlock Holmes: sempre meglio un nemico intelligente che uno stupido).

Tornando alla miseria: è qualcosa che conosco. Non in modo assoluto o devastante, ma la conosco. La comprendo. L’ho vista sulla pelle di qualcuno che amo e, in qualche misura, è la mia stessa pelle. In parte, è ciò che mi ha reso un’anima sognatrice.

Un sognatore, è stato prima un “miserabile”:

solo chi ha vissuto di stenti e rinunce conosce l’umiltà e l’ambizione di un capo chino che si leva in cerca di qualcosa di più grande, di più alto, che ha sempre il nome di “Sogno”.

Tutti abbiamo o dovremmo avere un sogno, qualcosa di grande, di alto, cui mirare.

Qualcosa da desiderare che ci spinga sempre più in là, sempre Oltre.

“Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.” (Ennio Flaiano, Diario degli errori)

Un bambino, lo sa. È il sognatore per eccellenza. Quello che ama e vuole cose concrete, belle, vere: vere candeline, vere torte, veri sassolini, veri sorrisi.  

Un bambino, lo sa. Sa come essere felice e non chiede niente di più e niente di meno di ciò che lo rende tale.

Un bambino, lo sa. Se proprio non abbiamo imparato la lezione, ascoltiamo il suo desiderio, e impariamo da lui a esigere nella nostra vita il bello e il vero come fossero essenziali.

Perché lo sono.

In copertina: “Un sorriso“, pastelli su carta, 24 x 33)

Lettera morta

Vorrei essere bianca, come se la traccia del mio nome non mi identificasse. Ma sono tale, il volto contaminato da una tristezza che ancora non ho vissuto.

E temo.

Tremo. La mia paura mi precede. Paradosso che sanguina, porto il sigillo lacerante delle mie contraddizioni.

La disgregazione è degli animi che aderiscono totalmente alle cose del mondo, rincorrendole tutte,

senza mai possederne alcuna.

Non riuscirei a vivere un minuto di più con me, se non mi combattessi. 

Fossi almeno un’altra, mi sarebbe meno grave reggere il mio dolore.

Vorrei che i miei modi avessero la grazia e la bellezza d’una natura fragile, lieve. Ma ne porto solo la forma sconveniente ed impacciata dell’indolenza.

Esitazione.

Nascere su una lapide, tra i rovi, una durezza che pesa.

Qualcosa del passato m’è rimasto impigliato negli occhi.

Un animo, allevato nella colpa, nelle cupezze di un cuore che sostiene, suo malgrado, il fardello d’una vita storta. Un animo siffatto, dico, vivrà in perenne lotta con se stesso.

Bisognando di troppe parole per spiegarsi,

esperendole tutte,

a conti fatti ammetterà la sconfitta.  Sceglierà il silenzio.

Urgenza d’essere troppe cose, non essendo mai stata nessuna.

Sospenderò il giudizio,

seguirà una vita frivola, e inconsistente.

L’unica certezza resta ancora la paura, e un po’ anche la fantasia.

Del resto, l’animo angosciato è il più incline a creare mondi inesistenti.

Sipario.

Atto unico. 

Risoluzioni.

Vendersi al teatro, alle sue molte vite inconsistenti. Strappare via un cuore già vecchio da un corpo ancora forte.

In un modo o nell’altro, aderirò alla vita.

O ad una sua parvenza.

“Eccoci dunque, monadi frantumate, al termine delle tristezze prudenti e delle anomalie previste: vari segni annunciano l’egemonia del delirio.”

(E. M. Cioran, Sillogismi dell’amarezza.)

(Foto di copertina: M.C. – “Autoritratto”)

Quattro. La Parola e la Vita

È un gioco, la parola. Un magheggio. Vaneggiare malioso e accorto, disinvolto. Operosa quiete dell’animo intento e vigile, pronto a destarsi al primo sbadiglio. Solo in quell’ozio inesausto, nel tempo che trova il tempo di smarrirsi, l’ingegno trova di che nutricare se stesso. Quel sonno apparente, quell’immota positura, quell’inquieto ristare, è condizione ineludibile di ogni creazione.

Lo sguardo attento è in colui che fa pratica di silenzi, apprestando un grido la cui eco sarà udita per mille e più secoli.

Se solo avessi, nella vita, la metà del coraggio che ho sulla pagina.

Ma l’anima ha un volto suo proprio. In un cuore avido di vita, invecchia anzitempo sotto il peso incomportabile dei sogni traditi.

Veniamo al mondo piangendo, ce ne partiamo nel più assoluto dei silenzi. Il che la dice lunga sulla vita.

Vertigine del Segno

Diffidate dall’idea astratta della scrittura.

Quella veste sognante, adorna di barbagli, amabile e ristoratrice, della quale sovente la si ammanta.

La parola scritta è

lacerazione. Doloroso disvelamento. Chiede

coraggio, abnegazione, per essere

vissuta.

La scrittura è, primamente, gesto.

Travolta, vinta, da tutto ciò che essa reca in sé di materico. Le morbidezze e le asprezze, il peso, l’odore, le fragilità e le ferite della

Pagina, vergine promessa e amante lasciva delle mie notti più ardenti e febbrili.

Travolta, vinta, da storie che recano impresso, nel loro trascolorare,

il sigillo del Tempo.

Travolta, vinta, dal modo in cui la penna preme, e gode, e geme. Quella pressione, infaticabile corteggiamento d’un amante battuto, tradito e mai pago, con cui la mano aderisce al foglio.

Le vertigini della penna.

Le

sue

fughe,

come il suo indugiare.

Sentirla, arrendevole o dominatrice, piegarsi all’empito della mano,

o prostrane le forze.

Sapendomi scaturigine del Segno, riconoscermi in quel gesto, in guisa di artefice e dio pantocratore.

Su ogni traccia, grava la mia anima più ascosa,

più vera.

Finalmente,

dolorosamente, libera.

Ché in quel gesto, e solo in quel gesto, essa sa di non potersi mentire.

(In copertina: Foto di Carmine Prestipino – https://www.carminefotografie.com/)

Marzo. Se Carver incontra Guccini

Mi va di bere molto, e non pensare a niente. Non fare niente.

Non sono una che beve molto. Sono uscita e ho guardato il cielo. Volevo morire.

È da privilegiati, di questi tempi, guardare il cielo.

Mi sentivo un ladra. Peggio, una ladra col senso di colpa perché non prova piacere a fare il suo mestiere.

Ascolto alla radio “La cattedrale” di Carver. Non mi piace Carver.

Stamattina, appena sveglia, mi mancava il respiro.

Procedo a tentoni. Per frammenti, singulti, sussulti.

Non ce l’ho, il conforto di Dio. E non lo voglio.

Credo nel potere delle droghe, ma non ne ho mai provata una.

Forse dovrei fare sempre e solo qualcosa in cui credo. Forse dovrei usarla,

la droga.

Comunque, tornando alla metafisica, credo solo a ciò che vedo.

Come la fiamma di questa candela.

Non mi piace Carver, ma se lo ascolto in un momento di sconforto mentre guardo la fiamma di questa candela, finisce per piacermi.

L’evento della giornata è che ho trovato una pila di fogli bianchi.

Non me l’aspettavo.

“Fogli bianchi! Quanti fogli bianchi! È bellissimo!”.

Picco di gioia.

Pensavo che se c’era un giorno buono per morire, era oggi. Lo pensavo davvero.

Alla fine sono ancora qui.

E Carver inizia a piacermi.

Sarà il vino. Forse, domani, al risveglio, starò ancora di merda.

Ma ho trovato un mucchio di carta bianca: se proprio starò di merda potrò scrivercelo sopra mille volte e far passare il tempo.

E poi c’è il vino.

“Ancora un giorno, dai”, mi dico.

Ho appena aperto la bottiglia, sarebbe uno spreco.

(La radio gracchia, Carver sfuma su Guccini)

“Ma io sono fiero del mio sognare

Di questo eterno mio incespicare

E ridi in faccia a quello che cerchi e che mai avrai

(…)

Ognuno vada dove vuole andare

Ognuno invecchi come gli pare

Ma non raccontare a me che cos’è la libertà…”

(In copertina: Foto di Carmine Prestipino – https://www.carminefotografie.com/)