La Fine dall’Inizio, senza finire

Quanto spazio c’è in settantatré pagine che finiscono senza pause, senza finire?

Quanto spazio, intendo, per respirare?

Annaspare tra le parole è come un dondolio, un lasciarsi cullare. Come quando fai l’amore con la bocca tappata e godi nel non poterti divincolare. Sapendo che dall’altra parte qualcuno ti guarda e che quel guardarti è già amore.

ammettere che non si ha la forza di stare in piedi lasciarsi lasciar andare e che quella sbiadita idea di resistenza stasera pure lei se ne vada al diavolo

Ci ho messo giorni a leggere e finire ma questo finire non c’è mai stato. Questo libro lo sto ancora e sempre leggendo. E ogni volta che lo apro mi manca l’aria. Non c’è tempo per respirare tra tutti questi troppi spazi bianchi senza virgole – io che all’altare delle virgole e dei fugaci silenzi necessari m’ero votata prima di sapere che non so votarmi a niente – non c’è tempo per fermarsi pensare mi sento mancare non mi dispiace l’idea di svenire di sparire senza corpo dentro le macchie nere. Venire travolti, lasciarsi affogare. Altrimenti, meglio lasciar perdere. Il punto è che il libro parte dalla Fine quindi prima ancora di dire “Inizio” non riesci a fermarti mentre pensi che rischi di annegare.

nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino

Invece che mettere ordine tra le cose, la Voce che muove i fili, e da essi si lascia muovere, non aiuta a ricomporre i pezzi, ci lascia soli, lascia a noi la libertà, la responsabilità e la fatica di scegliere o non scegliere quando chiudere, dire basta, fermarci, respirare e provare a capire là dove ci sarebbe da arrendersi e soltanto continuare, vorticosamente sentire vibrare.

Adesso cos’è adesso è smarrirsi la sera nel letto nel riconoscere nei gesti di Ale un’attenzione in più nel sentirsi voluto diversamente per avere addosso i segni della malattia.

Cosa vorrei fare mentre leggo questo libro? Ogni tanto gridare, segnare il tempo battendo i pugni, scagliare un suono. Ricordarmi di ricordare. Tanto so già che appena sarà finito mi verrà voglia di ricominciare. Perché una parte di noi umani non può arrendersi ai cocci, a non capire, a non fare ordine nel caos, a questa eterna altalena di umori e colori che ci condanna al paradosso e all’assenza. Togliersi almeno lo sfizio di far rumore.

Era bellissimo non sapere il motivo c’era in quel non sapere il motivo nell’assenza di motivo il senso di tutto. Di Marcel.

Su questo libro non potrei mai scrivere una recensione. Non voglio imbastire un discorso di senso sui segni e sui suoni dai quali mi lascio soffocare. Queste parole meritano di essere prese in braccio leccate tatuate su una foglia secca e strappate sbattute dipinte col sangue sul muro schizzate nel vento accarezzate e tenute strette sulla pelle sulla lingua sul cuore.

Certo che c’è una trama. Ma non saprei che farmene della storia di Ale e Marcel senza quelle parole. Non so che farmene di una storia d’amore se ogni segno che la dipinge non sa penetrare, consumare.

o è davvero tale la portata di un altro, imprevedibile, inconoscibile? Un altro che è davvero un altro se può farti davvero male

tra amanti e perdenti c’è poca differenza

e cercava gli altri, nella maniera in cui dagli altri si va per prendere qualcosa che essi hanno e da cui si trae piacere

Vorrei che si leggessero molti libri dei quali è difficile parlare, di quelli che ti si strozza la voce in gola al solo pensare di mettere ordine tra i suoni e i segni delle parole.

Vorrei che a leggerli fosse chi crede che il solo modo per trovare armonia e ordine sia spiegarsi, spiegare, fare la morale.

Un libro che ti lascia la libertà di credere o non credere, di cadere. Dove chi parla si prende la briga di morire e ricominciare.

Voglio essere parziale su questo libro, voglio dire solo ciò che mi pare.

Cose inutili che chi non lo ha letto non capirà. Cose come

treno cattedrale stanza vuota dal dottore odore di ferro la pelle la febbre

la prima sigaretta dormire caffè bollente con panna e scorze d’arancia sessantametriquadri

il vizio di scomparire fare l’amore tornare il tempo cicatrice il rantolo l’attesa

essere toccati un’equazione matematica un motel venire tornare amare leccare la città

la strada le puttane le cliniche rivoluzioni di Shostakovich tra le scapole

tra le gambe la resa la voce

si concede per sfinimento

E se non bastano, proprio non so che dire.

Appena ho finito di leggere ho avuto paura di finire, ho raccolto i cocci e sono tornata indietro, perché è così che noi esseri umani condannati al binario facciamo da sempre.

Ho dovuto ricominciare.

Dalla “Fine”, naturalmente.

Sapere perché, oltre ai treni, c’è sabbia ovunque, e non sapere perché c’è sempre il ritorno ma non c’è mai quello che sta in mezzo.

Il libro del quale non ho fatto la recensione è Binari di Monica Pezzella, edito da Terrarossa Edizioni

In copertina: stazione Lambrate, Milano, non pochi anni fa