In fuga

Sfrontata, impulsiva involontaria, ebbra di vita.

Capace solo di sentimenti estremi – esaltazione o depressione, frenesia o apatia – non era mai stata in grado di amare con riserva. Passione incandescente di corpo e spirito, in tutto.

“Riporre la propria salvezza nelle mani di qualcuno è la via più semplice verso la perdita di sé”,

ripeteva citando quasi a memoria.

Avida di vita, soggetta ad una dolorosa instabilità interiore, chirurgicamente compensata dalla precisione quasi maniacale del trucco e del vestire.

L’equilibrio era una vetta conseguita qualche volta, con qualche soddisfazione, ma sempre in totale solitudine.

Benché conscia del suo modo estremo d’amare, imparare a disciplinarlo era una guerra continua ad armi impari contro se stessa. Del resto, comprese presto il proprio egoismo:

non amava un essere umano, o un altro, era solo l’idea d’amore ad entusiasmarla.

Reputava l’ambiguità del gioco seduttivo appagante, per nulla rischiosa.

L’idea d’amore, così vagheggiata, bastava a se stessa, annullando in sé l’oggetto del desiderio.

Tale scelta, assolutamente inconsapevole, aveva il vantaggio di soddisfare la sua naturale tendenza all’astrazione. Ed eccola entusiasmarsi con sorprendente facilità:

più la meta era lontana e irraggiungibile, più le appariva desiderabile;

più l’oggetto del desiderio distante, diverso, più prendeva a volerlo.

E ad entusiasmarla era il viaggio, non la destinazione.

La tensione impigliata tra le maglie del desiderio,

non l’oggetto d’amore. Raggiunto l’obiettivo, non di rado provava quasi repulsione per esso. Raggiunta la meta, tacitava il respiro affannoso della corsa. E per tornare a palpitare bisognava che la gimcana del cuore ricominciasse.

“Camminare è vivere. Arrivare è come morire. Ti amo”.

Comunicava spesso così, per ossimori, e gli parlò in questi termini, quella notte, prima che si addormentasse. Ma Lui era troppo stanco e felice per cogliere un accento di dolore in quelle parole. Di solito, si concedeva con passione alle donne. Stavolta, per la prima volta, provava ammirazione per un uomo. Per quell’uomo, che era un bivio, incarnando il dissidio che la lacerava: la consueta lotta tra la ricerca di perfezione, la compiutezza pretesa da se stessa, e il desiderio di assecondare la vita, in tutta la sua concreta mutevolezza e imperfezione. Quell’uomo, con quel violino e il viso triste, con la sua esistenza imprevedibile e travagliata, era così imperfetto, così reale e, dunque, così desiderabile.

Nel fondo dell’atra notte, con ancora in bocca il sapore della sua sigaretta, uscì di casa per portare a spasso la solitudine. Baciarlo, fare l’amore con lui: a ciò poteva piegarsi. Ma dormire insieme, indugiando tra la veglia e il sonno, scambiarsi i respiri e, insieme, consumare la notte significava

da sola non bastarsi più”.

Il primo treno per Milano sarebbe partito di lì a un’ora: lungo il tragitto prese a pugni la malinconia, pensò a svariati modi e ragioni per odiarlo, concluse che non gliene importava nulla, trovò molte giustificazioni alle proprie inquietudini. Orgogliosa della propria vigliacca determinazione, trovò alla paura persino una legittimazione letteraria, ripensando ancora, come sempre, alle parole della sua ispiratrice:

“Il disprezzo che provava per se stessa finiva per guastarle tutto: negava qualsiasi valore alle cose che aveva, alle avventure che le capitavano; tutto ciò che toccava si mutava in cartapesta.

Quella notte, una volta di più, pianificò come abdicare alla felicità.

Ma, quella notte, per la prima volta, fu imprecisa.

Peccando di superbia, volle lasciare un segno di sé, di quegli scampoli di gioia rubati al buio. Un’impronta appena, ma che fosse indelebile.

Trasse un pezzo di carta dalla tasca e sul comodino in mogano depose pochi versi, partoriti e scritti di getto, con foga, nel breve istante di esitazione che precedette la fuga. Poi lo accartocciò, e lo getto nel cestino.

… in fuga, perennemente.

Dai “Come va?”, “Bene, grazie”  di circostanza.

Dalle regole

pressanti

che

frantumano 

l’esistenza

per riporla in caselle perfettamente identiche,

contenitori di vita

che qualcun’altro sceglie per te

e poi sistema a suo gusto.

“Nessuno sceglierà per me”.

Lo dice la tua fronte spesso aggrottata,

i tuoi lineamenti duri lo dicono.

Lo dice il sopracciglio destro

E il sinistro, di rimando, gli fa eco …

e forse ti  incontrerò ancora  in qualche ostello di città,

sempre intento a frugare avidamente

nelle tasche bucate della vita,

in corsa, per afferrare qualche brandello di felicità,

per non rischiare di perdere quel treno,

che passa rapido,

ché quando arriva

è già in partenza.

“Uscire di scena, sì. Però con stile”, si disse.

Ma quella notte si tradì, cedette un poco. Non seppe mai se più o meno consciamente.

Al risveglio, cercando tracce di lei ovunque, lui lo vide.

Sul retro di quel foglietto sgualcito, un numero a dieci cifre e cinque parole, a malapena leggibili.

“Se mi ami, non cercarmi.”

(In copertina: “In fuga”, scatto del maggio 2012)

Marzo. Se Carver incontra Guccini

Mi va di bere molto, e non pensare a niente. Non fare niente.

Non sono una che beve molto. Sono uscita e ho guardato il cielo. Volevo morire.

È da privilegiati, di questi tempi, guardare il cielo.

Mi sentivo un ladra. Peggio, una ladra col senso di colpa perché non prova piacere a fare il suo mestiere.

Ascolto alla radio “La cattedrale” di Carver. Non mi piace Carver.

Stamattina, appena sveglia, mi mancava il respiro.

Procedo a tentoni. Per frammenti, singulti, sussulti.

Non ce l’ho, il conforto di Dio. E non lo voglio.

Credo nel potere delle droghe, ma non ne ho mai provata una.

Forse dovrei fare sempre e solo qualcosa in cui credo. Forse dovrei usarla,

la droga.

Comunque, tornando alla metafisica, credo solo a ciò che vedo.

Come la fiamma di questa candela.

Non mi piace Carver, ma se lo ascolto in un momento di sconforto mentre guardo la fiamma di questa candela, finisce per piacermi.

L’evento della giornata è che ho trovato una pila di fogli bianchi.

Non me l’aspettavo.

“Fogli bianchi! Quanti fogli bianchi! È bellissimo!”.

Picco di gioia.

Pensavo che se c’era un giorno buono per morire, era oggi. Lo pensavo davvero.

Alla fine sono ancora qui.

E Carver inizia a piacermi.

Sarà il vino. Forse, domani, al risveglio, starò ancora di merda.

Ma ho trovato un mucchio di carta bianca: se proprio starò di merda potrò scrivercelo sopra mille volte e far passare il tempo.

E poi c’è il vino.

“Ancora un giorno, dai”, mi dico.

Ho appena aperto la bottiglia, sarebbe uno spreco.

(La radio gracchia, Carver sfuma su Guccini)

“Ma io sono fiero del mio sognare

Di questo eterno mio incespicare

E ridi in faccia a quello che cerchi e che mai avrai

(…)

Ognuno vada dove vuole andare

Ognuno invecchi come gli pare

Ma non raccontare a me che cos’è la libertà…”

(In copertina: Foto di Carmine Prestipino – https://www.carminefotografie.com/)