Siamo quello che Facebook ci fa ricordare?

Non serve un genio per capire con quanta acribia il team di Facebook sia impegnato nello studio del cervello umano e del suo funzionamento. La pagina dei “Ricordi”, a mio avviso, ne è la prova (una tra le tante).

(Ha qualcosa di perturbante il fatto di sapere che, mentre scrivo, Facebook mi spia e controlla se quello che scrivo potrà essere letto)

Non sono un’esperta di social media ma ho l’ambizione di abitare il presente in modo consapevole e, come forse molti di voi, per svariati motivi mi ritrovo a “stare” nei social (che del presente sono ormai non “espansione” ma “espressione”, in una identificazione quasi totalizzante: sarebbe sciocco negare questo dato di fatto).

Seguo da anni le evoluzioni delle neuroscienze, studio con occhio critico tutto ciò che mi aiuta a comprendere l’uomo e il modo in cui la mente umana funziona.

Riflettevo in questi giorni sulla relazione tra pensiero, ricordo ed emozione.

Guardo la foto di una ragazzina al concerto degli Ska P a Milano, una persona che “non so più” chi sia – sono davvero Io? Certo che no, quell’Io non esiste più, eppure – e provo quel misto di straniamento e stupore che Facebook “desidera” che io provi.

Perché Facebook sfrutta alla perfezione il modo in cui funzionano i nostri circuiti neurali secondo lo schema pensiero reiterato-ricordo installato-emozione memorizzata.

Facebook sa che rievocare quel ricordo significa suscitare, fisicamente, l’emozione ad esso legata.

Ha costruito un impero sul potere di appagare il bisogno primordiale dell’uomo di essere-restare-tornare “virtualmente” in un certo luogo, in un certo tempo.

Il solo fatto di guardare il “Ricordo” ci farà sentire esattamente come nell’istante in cui lo abbiamo postato, che ne siamo o no consapevoli (e spesso non lo siamo).

In qualche misura Facebook, “invitandoci” (per dirla garbatamente) a riguardare – e ripostare – i “Ricordi” – ossia il nostro passato – dirige la nostra mente e crea il nostro futuro.

Seguitemi un istante, vediamo insieme se il ragionamento fila: perché se c’è una logica magari c’è una soluzione, e se c’è consapevolezza della logica sottesa al funzionamemto delle cose significa che c’è ancora spazio per scegliere (poco, davvero poco).

1)Se guardiamo e ripostiamo un “Ricordo”, se facciamo quest’azione (lo so, è un gesto facile, veloce, ma si tratta pur sempre di un’azione precisa e, in quanto tale, ha delle conseguenze), stiamo affermando che desideriamo rievocare nel nostro corpo l’emozione ad esso legata: il corpo reagirà di conseguenza, positiva o negativa che sia l’emozione, secondo lo schema sopra: ripostare/ripetere/rievocare=radicare=memorizzare.

Se ci ancoriamo al “Ricordo” non solo con il “semplice” gesto del guardare ma anche con quello di livello superiore del “ripostare”, stiamo riaffermando la validità del passato nel presente e stiamo facendo un’azione fisica concreta: dire a noi stessi che l’Io di due-cinque-dieci-X anni fa in qualche misura ancora ci appartiene (anche se sappiamo che è diverso, distante; come diverso e distante è l’Io di ieri e di domani, perché da un istante all’altro non siamo già più, mai più, la stessa persona). Ecco che così dedichiamo una porzione del nostro tempo al passato ci ancoriamo ad esso emotivamente, o meglio a quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi, tra tanti passati possibili.

2)Se guardiamo il “Ricordo” ma non lo ripostiamo, cioè se guardiamo e passiamo oltre, affermiamo una maggior consapevolezza della distanza che ci separa da quell’Io che ha scritto/fotografato nel passato: lo attraversiamo, magari anche nostalgicamente, ma non sentiamo il bisogno di farlo riaggallare nel presente sulla pagina del nostro diario. Questo non significa che nel nostro corpo non sia accaduto nulla: “guardare”, come ho già avuto modo di riflettere qui e qui, è una delle azioni più potenti (spesso data per scontata nelle implicazioni proprio perché “naturale”).

Riguardare un “Ricordo”, nel bene e nel male, significa dedicare del tempo ad abitare quel passato, riaffermarlo come emozione nella nostra mente (ma senza il gesto del “ripostare” quindi, potremmo dire, con minor forza) e di nuovo rievocare=radicare=memorizzare. Ancora una volta scegliamo di abitare nel passato, o meglio in quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi.

3)Se invece siamo tra i pochissimi resistenti, totalmente disinteressati a questa funzione del social, se non guardiamo mai, o quasi mai, il “Ricordo” è molto probabile che siamo persone decisamente proiettate nel qui e ora o nel futuro, troppo impegnate a costruire una nuova identità e andare avanti per dedicare anche solo un istante della giornata a guardare il passato.

Pensiamo a quanto sia potente la dicitura “Accadde oggi”, dove il peso dell’avverbio di tempo, posto in chiusura, neutralizza il passato remoto. Il tuo ieri è il tuo “oggi”: te lo mostro affinché Tu torni (e resti?) lì, radicato nel passato.

Facebook non si è limitato a neutralizzare la fruizione del qui e ora inducendoci a immortalare il presente invece di viverlo, con la funzione “Ricordi” & simili ha fatto di più: ci immobilizza in quel presente non vissuto e, riproponendocelo, tenta di cristallizzare la nostra identità modellando anche la nostra memoria, decidendo per noi quali ricordi valga la pena di trattenere e quali no (con quale criterio, mi piacerebbe sapere dagli esperti del settore).

Ho escluso dalla casisitica una quarta possibilità ma poniamo il caso

4) di chi riposti un “Ricordo” e lo neghi, dichiarandosi distante e affermando di non appartenere più a quella parola/immagine. Da quello che so, il nostro cervello non capisce la differenza: riguardare e ripostare il contenuto significa comunque riaffermarlo e dargli potere sulla nostra mente.

Un po’ come se dicessimo in continuazione “non penso mai a X”. Ecco, il solo fatto di dirlo, o anche di pensarlo, riattiva l’immagine di X e le emozini ad essa collegate.

Senza trarre conclusioni, non ho le competenze per farlo, ma solo per porre qualche domanda: che conseguenze a lungo termine può avere questa routine nella nostra vita?

Il Donatore

Lo psicoterapeuta: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Fa scorrere l’indice sinistro lungo la fronte.

Il medico chirurgo: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Indice puntato sulla fronte.

Lo sconosciuto sulla panchina del parco: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Come sopra.

Parliamo di questa singolare specie di “malattia” moderna: l’emotività.

Conseguenze: disturbi alimentari, gravi disturbi intestinali, frequenti stati d’ansia, crisi depressive.

Cosa mi sono persa? Quand’è che il mondo è diventato un posto in cui l’emotivo, l’empatico, ha iniziato ad essere etichettato come disturbato, un problema, qualcuno da guarire?

Quando?

Devi imparare a proteggerti, dice. Non sono gli altri, sei tu. Sei sempre tu. A sbagliare sei tu che ti lasci ferire. Tu che ti lasci invadere.

Per rendere onore a questo Tu martoriato lo chiameremo, da qui in avanti, il “Donatore”.

Sto raccogliendo storie di esseri umani, molto spesso donne, che condividono questo disturbo di emotività, altrimenti detto: amare senza preoccuparsi delle conseguenze, aderire carne e spirito alle cose del mondo, lasciarsi penetrare, lasciarsi attraversare a tal segno da “farsi venire” i crampi allo stomaco, soli nella stanza, quando nessuno vi vede. Perché sì, nel momento in cui ci si fa male si è sempre soli.

Non so se sia sempre stato così, il mondo. Non lo so davvero. Attendo che qualcuno mi illumini e lo dica. Nella mia ingenuità dico che no, ci deve essere stato un tempo in cui nessun medico diceva “devi guarire” se ammettevi “sono una persona sensibile. Come dice lei, emotiva”.

Vivere in un mondo in cui essere empatici, sentire l’altro, è l’errore. Un difetto di fabbrica.

Hai voglia a leggere manuali di self-help e neuroscienze, fare yoga e imparare le migliori tecniche di respirazione mutuate dalla meditazione. Hai voglia a dire “rilassati, respira” e “andrà tutto bene”. Ci si può lavorare ma no, non si può trovare una “cura”. O meglio, si può. Però ci vogliono anni, allenamento quotidiano, sacrifici immani del corpo e della mente. Se si è “Donatori” nel modo in cui ho descritto si rischia piuttosto d’essere tentati di passare direttamente dalla porte opposta della barricata, al Lato Oscuro della Forza. Troppa fatica. Passare da “donatore” a “carnefice” è più facile. Lo sappiamo che i poli opposti si toccano. Lo sappiamo. Trovare l’equilibrio è una lotta quotidiana, un lavoro di anni, un risultato mai definitivo, sempre da riguadagnare, e può essere complicato. E doloroso. Come le neuroscienze ci insegnano, il nostro cervello allenato a pensare determinati pensieri, anche se deleteri, si sente confortato dalla “familiarità” con essi e tende a restare nella zona di comfort piuttosto che cambiare.

Attenzione: il “Donatore” è, come tutti gli esseri umani, un egoista. Non sopporta di scontentare o ferire gli altri perché non sa sostenere il loro volto contrariato o rabbuiato dalla delusione. Perché una delle caratteristiche del “Donatore” è di farsi contagiare. Uso il termine “contagiare” non a caso. La malattia più pericolosa per il “Donatore” è proprio il dolore dell’altro. Causarlo è la sua peggiore paura. Vedere l’altro felice lo rende davvero felice. Vale con tutta la complessa gamma di sentimenti. È la sua droga, non sa farne a meno.

Hanno ragione i medici, allora? Bisogna curarlo?

Quello che sto imparando facendo ricerche sul campo è che si può imparare ad essere, per così dire, “Donatori selettivi”.

Il Donatore selettivo è qualcuno che non si libera di sé stesso ma comprende il valore del proprio dono e impara – col tempo, a costo di immani sacrifici – a non svenderlo a chiunque (a differenza di quel che si va dicendo, le cose “in saldo”, le cose “a prezzo stracciato” non piacciono a nessuno, non fanno venire l’acquolina in bocca. Certo che la gente le compra, le prende ma subito se ne dimentica. Sono le cose costose, esclusive e prestigiose che segretamente desidera proprio perché non è facile averle).

Il Donatore selettivo è qualcuno che ha imparato a donare a coloro che:

  1. Non possiedono un ego smisurato, forti tendenze al narcisismo e alla manipolazione dell’altro (capiamoli, i narcisisti manipolatori: anche loro hanno un “problema”. Qualche volta nemmeno se ne rendono conto ma, in ogni caso, non è affar nostro. Quella tra donatore e narcisista è una relazione destinata alla distruzione. Del Donatore, è chiaro)
  2. Sono disposti a donare almeno con la stessa intensità. Meglio se maggiore, per compensare le scudisciate del passato.
  3. Sono capaci di ringraziare. Alle volte basta dire “grazie” e capire quando smettere di prendere da qualcuno che è portato a dare compulsivamente.
  4. Si impegnano solennemente a non usare la sua sensibilità come arma per ferirlo, umiliarlo, offenderlo. E dico “si impegnano” perché non si può pretendere troppo dall’animale umano, naturalmente polemico (“polemos”, guerra), votato al conflitto e al saccheggio. “Homo homini lupus” è la regola nell’ingaggio sociale e vale da sempre e per sempre, che piaccia o meno.

Quello che sto imparando raccogliendo storie e umanità ferite è, sopra ogni cosa, che esiste una comunità di anime affini. È un impegno, un lavoro a tempo pieno, questa annosa ricerca, ma si può fare. Ed è di queste anime che il Donatore deve imparare a circondarsi.

I signori dell’Apocalisse. Parte Seconda

Continua da I signori dell’Apocalisse Parte Prima

La simulazione permette allo scienziato di sintetizzare la realtà che egli vuole indagare e comprendere. Studiare il possibile per comprendere il reale. Come? Attraverso la programmazione, naturalmente. Il vantaggio è enorme, rivoluzionario: le teorie scientifiche si possono testare, non esiste esperimento inverificabile. 

In questo nuova concezione, il computer non è più l’inefficace termine di paragone della mente (inefficace dal momento che ne esclude la base materiale) ma l’utilissimo strumento di studio e analisi della mente, una mente non separata dalla realtà. Questa è la strada intrapresa a fine anni ottanta dai modelli simulativi computerizzati chiamati “reti neurali”: modelli che “simulano la nostra architettura cerebrale, il nostro sistema nervoso congiuntamente alla simulazione della nostra vita mentale”.

È fatta. L’homo faber è pronto a rendere il mondo un posto migliore. Si celebra festanti la fine di secoli di dualismo mente-corpo, supportato dall’informatica e poi messo in discussione da modelli rivoluzionari quali le reti neurali, la Vita Artificiale e la Mente Estesa, “modelli che lo rifiutano adottando concetti applicabili ugualmente a fenomeni biologici, alla vita mentale e ai fenomeni culturali umani”.

Il modello della Mens Extensa che dà il titolo al libro vede la mente immersa nel (e in relazione col) mondo esterno, un mondo reso più “intelligente” perché popolato da artefatti sempre più sofisticati creati dall’uomo (che modifica ed è a sua volta modificato da tali artefatti tramandati culturalmente). L’uomo, armato del suo prometeico orgoglio, si trova dinnanzi ad un’estensione incalcolabile degli orizzonti dei processi cognitivi. 

Il punto è: qual è il confine tra Mente e Mondo? 

Giunti a simili vette, sulle quali il libro ci conduce, per procedere bisognerà essere disposti a guardare l’abisso armandosi di luce, tutta la luce possibile.

Nel suo “Natural Born Cyborg”, Andy Clark sostiene che “l’estensione mentale attraverso la tecnologia sia il naturale completamento delle nostre potenzialità di cyborg per natura”.

L’essere umano è, secondo il filosofo Andy Clark, un natural born cyborg: siamo biologia ma anche insieme di elementi culturali tramandati dal mondo nel quale siamo immersi e dal quale dipendiamo. Basti pensare al linguaggio, il primo artefatto prodotto dall’uomo. Nei secoli, l’essere umano ha affinato la capacità di creare mondi artificiali intelligenti, riproducendo questa sua facoltà peculiare – l’intelligenza, appunto – in artefatti svincolati dal corpo biologico: i cyborg artificiali

Popolandolo di artefatti intelligenti, l’uomo ha forgiato un mondo a sua immagine e somiglianza. Per alcuni, questa sarebbe “semplicemente” la naturale evoluzione dell’uomo, titolare di una Mente Estesa nello spazio. Per altri, abbiamo a che fare con gli eccessi prometeici di un homo faber che, credendosi dio, è riuscito ad assurgere al rango di homo creator

Siamo diventati onnipotenti, il dio creatore che idolatravamo. 

Se poi si uniscono le potenzialità degli artefatti cognitivi informatici al pericolo insito nell’uso di ordigni atomici, si comprende come l’uomo abbia già di fatto conquistato il potere, un tempo prerogativa divina, di distruggere non il singolo uomo ma l’intera umanità

“Siamo signori della nostra fine, signori dell’Apocalisse”, dichiara Anders. Della bomba si può migliorare raggio d’azione e calibro ma non effetto: “la potenza virtuale delle scorte odierne di ordigni è già assoluta, l’umanità è divenuta eliminabile”. 

Cos’altro dovrebbe esserci dopo una cosa del genere? 

Secondo Anders l’atomica, ponendo l’uomo nella condizione di produrre la propria distruzione, assurge a tutti gli effetti a simbolo della terza (e ultima) rivoluzione, non più passibile di ulteriore espansione

Perché l’atomica sancirebbe la trasformazione dell’homo faber in homo creator?

Un uomo capace di produrre enti inediti, non esistenti in natura – gli elementi chimici 93 e 94 della Tavola Periodica, Uranio e Plutonio – è un uomo davvero simile a Dio. 

Non possiamo tornare sui nostri passi, gli effetti di ciò che abbiamo creato ci trascendono: se anche per un certo tempo non disponessimo della testata atomica, resterebbe il know how. L’idea è indistruttibile, Platone docet.

Giunti fin qui, cosa resta della luce, nell’abisso?

Ho letto le ultime pagine di questo libro trattenendo il respiro, come se avessi le gemelline di Shining alle calcagna, solo per sapere:

d’accordo, abbiamo giocato a fare dio, quindi come va a finire? La domanda sembra retorica eppure sono convinta che non lo sia.

Se è vero che la tecnologia può salvare, migliorare e prolungare la vita, resta aperta anche la possibilità opposta, suggerisce Mens Extensa.

Mentre chiudo il libro già mi sento, al contempo, euforica e demoralizzata in quanto rappresentante degli Ultimi, di quelli che spariranno, dopo i quali non ci sarà più nulla. Ma dura poco: l’emozione conta, certo, ma non è il punto. Lascia subito il passo alla consapevolezza, al desiderio di riflettere, accendere il dialogo sul tema. Ecco cosa fa un buon libro: infiamma. Mi piace questa parola.

Quello che conta davvero è la possibilità che un testo apre di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo sapendo da dove veniamo e a che punto siamo arrivati. Il difficile è storicizzare il contemporaneo, leggere il presente con gli occhi di chi sa: a certi livelli, su certi argomenti, non si può sapere, quando si vive immersi nel proprio Tempo, solo intuire.

“In tueri” (radice del verbo intuire) è guardare dentro, penetrare le cose, provare la vertigine della visione e a partire dai cocci sparsi costruire un senso per poi farne dono a chi, quel senso, non è in grado di coglierlo.

Libri come Mens Extensa nascono nel presente e leggono il presente proprio perché sanno unire a intuizione e visione lo studio innamorato del passato.

Il nostro privilegio di Ultimi, signori dell’Apocalisse, è che di cose ne sono successe, di tempo per capire ne abbiamo avuto perciò, almeno sulla carta, abbiamo tutti gli strumenti per scegliere cosa fare, come andare avanti. Soprattutto ora che l’andare avanti, pare, dipenderebbe da noi. In tempi di pandemia, poi, questa verità sembra ineluttabile.

Citando una splendida battuta di Cecchi Paone (che a sua volta cita Eco): “tra apocalittici e integrati, va bene, restiamo integrati. Ma almeno con consapevolezza”.

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa (Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis)

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

I signori dell’Apocalisse. Parte Prima

L’uomo è, per sua natura, faber, artefice e costruttore.

Istintivamente portato a plasmare l’ambiente che lo circonda secondo le proprie esigenze, da quando è nato l’uomo ha cercato instancabilmente modi per non morire o, in mancanza di meglio, ritardare la propria morte.

Essere dotato di intelligenza, ha edificato un mondo popolato da artefatti intelligenti, sempre più sofisticati, volti a favorirne la sopravvivenza. 

I progressi scientifici e tecnologici (basti pensare al campo della medicina e alle sperimentazioni sull’Intelligenza Artificiale) sono forse la prova più possente della non accettazione della propria finitudine da parte dell’uomo e del tentativo di migliorare le proprie conoscenze su come combattere la morte.

Ma gli artefatti tecnologici sorti negli ultimi decenni, computer e internet, appaiono rivoluzionari rispetto a quelli che li hanno preceduti: a differenza degli altri, di natura squisitamente pratica (si pensi a una lavatrice o a un’automobile) essi assolvono a scopi conoscitivi e comunicativi. Ciò che rende il computer del tutto peculiare per potenzialità e conseguenze (alcune delle quali ancora ignote) è proprio la sua influenza sulla sfera cognitiva e culturale.

Se, per un istante, ci liberassimo dall’illusione antropocentrica con la quale siamo usi leggere il reale, ammetteremmo che il cyborg artificiale – creatura intelligente forgiata dall’intelligenza dell’uomo, ente disincarnato e sganciato dalla biologia – può essere considerato, nella catena del progresso, la naturale prosecuzione ed evoluzione dell’uomo.

Detto altrimenti, il cyborg naturale ha concepito un cyborg artificiale capace di superarlo.

Quali conseguenze ha tutto questo per l’umanità?

Va tutto bene. Andrà tutto bene. Dicono.

Fate un respiro, e proseguite.

Da quesiti di questa portata, che proverò a riassumere attingendo a piene mani dal lessico specifico del testo, parte la riflessione necessaria e quanto mai attuale sviluppata da Simone Belvedere nel saggio Mens Extensa. Illustri esperti hanno trattato una materia tanto complessa da risultare inaccessibile ai più, ed è qui che vengo al motivo di questa recensione.

Il dono prezioso che l’Autore fa a chi voglia immergersi nei meandri di questo testo è la fatica e la bellezza di sintetizzare in modo semplice e accurato secoli di riflessioni filosofiche su concetti quali anima, mente, corpo e le loro relazioni, fino ad arrivare alle più recenti indagini che intrecciano tecnologia, scienza e filosofia.

Sorprendendo persino me stessa, ho deciso di inaugurare la rubrica Rabdomanzie con un testo di saggistica e non di letteratura per un duplice motivo: da un lato, la fascinazione che le scienze cognitive esercitano su di me (in questo articolo la prova che non mento); dall’altro, il senso di eccitazione mista ad inquietudine che ha accompagnato la lettura di questo libro.

Provare un terremoto emotivo leggendo un saggio che parla di algoritmi, sistemi binari e Vita Artificiale, non è cosa da poco.

Io di computer non ne so molto eppure ho capito tutto: la sensazione è quella di essere stata presa per mano, accompagnata un passo alla volta da qualcuno che mi sussurrava all’orecchio: “ok, non è materia tua ma so che ti interessa, ti riguarda in quanto essere umano: è importante che, questa roba, tu la capisca. Ci penso io”.

Ecco, se un libro del genere mi ha appassionata come una pagina di letteratura o un film o io sono pazza o chi ha scritto ha fatto un ottimo lavoro. Entrambe le cose, certamente.

Proverò a condurvi nel viaggio senza dire tutto ma dicendo quanto mi serve per emozionarmi ancora, scrivendone. Altrimenti, che gusto c’è?

Consapevole del bagaglio, dividerò il viaggio in due tappe.

Partendo dall’antichità, planando a volo radente sui colossi della filosofia occidentale, Mens Extensa atterra con grazia sul XX secolo per affrontare il dialogo multidisciplinare instauratosi tra discipline scientifiche e filosofiche che trova forma compiuta nelle scienze cognitive.

Nate tra il 1950 e il 1960 le scienze cognitive sono la perfetta sintesi (della quale si sentiva davvero la mancanza) tra filosofia della mente, linguistica, intelligenza artificiale e neuroscienze. Avvalendosi del contributo di scienze e tecnologie, le scienze cognitive fanno in conti con il dualismo mente-corpo di cartesiana memoria che ha attraversato la storia del pensiero occidentale. Negli anni settanta si afferma una linea di pensiero definita funzionalismo computazionale: si parte dalla premessa che il computer è una macchina doppia: fisica in quanto hardware, non fisica in quanto software. Quest’ultimo, infatti, si basa su algoritmi che realizzano il programma, cioè “processi di trasformazione simbolica che non tengono conto dell’hardware e della fisica stessa, limitandosi a seguire le leggi della logica”. Alla luce della struttura della macchina-computer, emerge una metafora della mente come software implementabile da vari tipi di hardware: ed ecco che “i contenuti della mente riferiti al mondo esterno risultano spiegabili come processi computazionali”.

Il concetto di mente computazionale resiste fino alla fine del XX secolo ma è evidente come questa visione risenta ancora dell’antico dualismo mente-corpo.

Nel XXI secolo gli interrogativi sulla mente non trovano più risposte soddisfacenti in un simile dualismo che il sistema computazionale sembra ancora legittimare: una scienza cognitiva basata sul concetto di mente computazionale non considera infatti il cervello, e l’organismo in generale, che in nessun modo è divisibile dal concetto di mente. Negli ultimi anni si allontana la convinzione che le intelligenze artificiali possano aiutare a spiegare la mente umana: in primis perché mostrano “un’intelligenza diversa dalla nostra, per certi versi anche superiore, soprattutto per velocità e capacità di calcolo”; in secondo luogo, appunto, perché svincolano la mente dalla sua base materiale. Ricordiamo che nel computer software e hardware (parte fisica e non fisica) sono elementi scissi: non così nell’uomo.

Inoltre, i progressi nel campo della biologia hanno ridotto la distanza tra scienze biologiche e studio della mente e, contestualmente, le sempre più raffinate tecniche di neuroimmagine sviluppate dalle neuroscienze hanno permesso di approfondire i meccanismi che stanno alla base di fenomeni direttamente osservabili. Morale della favola: chi studia la mente oggi non può ignorare gli sviluppi della biologia e delle neuroscienze.

In che modo, allora, le tecnologie possono offrire risposte ai quesiti secolari sulla mente?

In una parola?

Simulazione.

I signori dell’Apocalisse, Parte Seconda

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa, Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

La Mente, dietro le quinte

Esistono luoghi privilegiati in cui guardare e vivere sono la stessa azione.

Sedotta dalla fitta trama di relazioni che intercorrono tra la mente e la finzione, cerco conferme.

Guardare un film è “agire”?

Valicato il confine del mero svago, della distrazione, guardare un film è un “atto” possentemente immaginativo. Ma, concretamente, come accade che io possa provare una commozione quasi dolorosa vedendo sullo schermo un uomo che soffre? Fantasticando sui “come”, inizio a pretendere di più. E trovo le

neuroscienze:

questa meravigliosa dottrina spin-off di un mix tra numerose scienze esatte e psicologia che, senza perdersi in orpelli, sorge dalle ceneri delle fanfaluche sulla Mente conducendomi nel dietro le quinte popolato da personaggi dai nomi melodiosi come “assoni” e “sinapsi”. Siamo il risultato di impulsi nervosi: è la chiave di volta. E la risposta al mio quesito risponderebbe al nome di “neuroni-specchio”: la teoria spiega che nell’atto di esperire un’azione, come anche nell’osservare qualcuno che la vive, si attivano, almeno in parte, i medesimi circuiti cerebrali. L’immaginare o l’osservare qualcosa – un oggetto, una persona, un accadimento – attiverebbe dunque le medesime aree cerebrali coinvolte nel farne esperienza diretta. E le emozioni? Alcuni neuroscienziati parlano di “simulazione liberata” per spiegare il modo in cui il nostro cervello si relaziona ad un prodotto finzionale, come un film o una serie tv. In effetti, per sedurre lo spettatore, quella di libertà ed emozioni è una miscela geniale: guardando un film, di fatto, si è liberi di provare  – e si provano effettivamente, dunque – tutta la gamma di emozioni positive e negative possibili, senza che ciò implichi conseguenze concrete o rischi di sorta sulla propria persona, che “agisce” protetta da una certa “distanza di sicurezza”.

Mi pare quasi di trovare un fondamento scientifico alla vita del sognatore introverso: le ritrosie nel relazionarsi col mondo, la paura di confrontarsi con la sconfitta o correre il rischio di restare deluso, portano il timido sognatore, che non ha comunque rinunciato a vivere, a rifugiarsi nella dimensione finzionale – ma non per questo meno reale, o meno “agita” – della pagina scritta, o di un film. Agendo sulla realtà finzionale, l’uomo può concretamente esercitare l’azione che più lo libera dai rischi di un coinvolgimento potenzialmente deleterio: il controllo, l’assoluto dominio. Controllo che sfugge nel campo delle relazioni umane.

Vado oltre, e scopro un principio che spiega come in una situazione di stasi corporea – qual è quella esperita durante la visione di un film o la lettura di un libro – le nostre risorse neurali sono allocate in quantità maggiore, di modo che si intensificherà l’adesione emotiva. Principio che sento risuonare anche a livelli più simbolici: penso alla sensibilità di chi sa fermarsi, anche fisicamente, dinnanzi alla bellezza – di un quadro, come di un tramonto – densificando le emozioni, sentendo con ogni fibra ciò che guarda.

Ho sempre amato trovare intrecci d’amorosi sensi tra scienze e lettere e arte.

Da adolescente adoravo la fisica, eppure non sempre mi riusciva agile studiarla. La adoravo, e la forzai ad essere magia, per comprenderla meglio: andai in estasi quando scoprii che esisteva un fenomeno che portava il mio nome, di leggendaria memoria, Fata Morgana. Magia. Era la prova.

La magia nella verità, questo mi seduce: le neuroscienze dimorano lì, sul quel confine tra scienza e meraviglia, a raccontare il mistero che si cela dietro i nostri impulsi nervosi.

Verità, e bellezza: basterebbe un fugace sguardo alle “pennellate” della foto di copertina.

Quello, è il nostro cervello.

In copertina: Brain image (Photo/Courtesy of USC Stevens Institute for Neuroimaging and Informatics).

Qui, la fonte dell’immagine di copertina: https://news.usc.edu/77654/77654-usc-scientists-arthur-toga-paul-thompson-are-on-the-cutting-edge-of-brain-mapping/

Fonte delle riflessioni sul dialogo tra la teoria dei neuroni-specchio e il mondo finzionale ( segnatamente, il cinema): V. Gallese – M. Guerra, “Lo schermo empatico”, Cortina Editore.