“Se sono fortunata il mondo va in frantumi o finisce sottosopra”

“Ok Morgana, facciamo un video su cos’è per te la scrittura.”

“Un sacco da boxe lo abbiamo?”

“Sì.”

“Ok, allora. Facciamolo.”

Booktrailer di “Frantumi”

Regia: Morgana Chittari – Simone Belvedere

Fotografia e video editing: Carmine Prestipino

Testi: Morgana Chittari / Adattamento Salvo Velardita

Attori: Morgana Chittari

Musiche originali: Carmine Prestipino Shattered Part 1 / 2

Per la location un ringraziamento speciale a Rugby I Briganti ASD Onlus – Librino

“Perché scrivere?

Per non pensare al dolore. O per pensarci tanto da dimenticarlo.

Si scrive per ingannare la morte. O per sedurla, che poi è lo stesso.

Ma per lo più si incassa e si va al tappeto.

Le stelle non cadono, gli esseri umani sì.

Chi scrive spesso lo fa nonostante la vita, nonostante tutto. Si fa beffe di tutto: della vita, della morte, di se stesso.

È un Icaro che si esalta perché crede di poter volare. E continua a crederci anche quando si schianta al suolo. Anche quando cade a pezzi.

È abbastanza per essere un Sisifo felice.”

Il booktrailer di “Frantumi” è disponibile sui canali della Lekton Edizioni

👉YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=5IbExWLcRP8

👉Facebook https://www.facebook.com/lektonedizioni/videos/573778230724095

Dal 23 settembre “Frantumi” è disponibile in libreria e ordinabile sul sito e sui canali social di Lekton Edizioni (spedizione gratuita)

👉https://www.lektonedizioni.it/…/rapsodie…/frantumi/Lekton Edizioni

Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

Per il mio trentacinquesimo compleanno ho salvato qualche ricordo dal ventre sfatto di case che non abiterò mai più. Chili di carta e oggetti tra i sommersi.

Tra i salvati, alla rinfusa: Il corvo e la sua colonna sonora, il diario di una sfollata a Sarajevo, It, Jack Frusciante che pedala tra i colli bolognesi, il naso rosso di Miloud Oukili e i Randagi di Bucarest, Eric Fromm, Il libro dei sogni, Christiane F e i ragazzi dello zoo di Berlino. E poi Bowie, i Sex Pistols, tutto dei Cure e quasi tutto che ricordi gli anni ’80. E poi Julien Sorel, la prima volta di ogni cosa, la letteratura francese, Mary Shelley, Jeckyll e Hide, Rocky I, Rocky II e Rocky III (passi anche il IV, per fanatismo).

Ho dieci anni la prima volta che guardo “Il corvo”. Non so cosa significhino parole come stupro e violenza però le scrivo. Scrivo che “dei delinquenti hanno stuprato e violentato” (ridondante ma per amor di efficacia) Shelly Webster nella Notte del diavolo, che il suo fidanzato Eric è tornato dal mondo dei morti per vendicarla. Eric mi piace – mi piace come si veste, mi piace che sia tornato dal mondo dei morti, mi piace che sia un giustiziere – e scopro che Eric è Brandon Lee, e scopro che Brandon Lee è morto a tre giorni dalla fine delle riprese ucciso da una pistola che non era – avrebbe dovuto essere – caricata a salve. La storia di Eric e quella di Brandon si fondono e confondono nella mia mente di bambina: comincio a credere che tra finzione e realtà ci siano slittamenti e oscillazioni degne di nota. Scivolo da un piano all’altro e guardo il film molte altre volte. Quel film mi ossessiona, mi fa capire delle cose per via di emozione. Ossessione è anche una cosa che piace e disturba, della quale non puoi fare a meno. Devo liberarmi, così scrivo. Scrivo il riassunto del film su un vecchio quaderno. È così che faccio con i film che mi ossessionano: li riguardo, scrivo i riassunti, li riguardo.

Un po’ di numeri.

Tra i dieci e i quattordici anni riguardo “Il corvo” ventiquattro volte, credo.

Ho la videocassetta, poi il dvd masterizzato, poi il cd della colonna sonora ma lo perdo, poi il dvd originale e lo perdo.

L’ossessione di bambino contiene il germe della passione adulta? Da bambini non sappiamo – quando ripetiamo un gesto, una parola – che quel ripetere, insistere, amare e non stancarsi mai di qualcosa è già destino.

A dieci anni leggo “It”.

Quel nome che senza nominare dice tutto, contiene tutto. Ma il pagliaccio non fa paura: mi piace e mi disturba. Mi ossessiona. Mi convinco che le avventure di bambini siano una faccenda terribilmente seria. Resto abbacinata dalle pagine che King scrive sul rituale dell’amplesso di gruppo. Le sento addosso, mi fanno pulsare il sesso. Questo sì, fa paura. Il film censura questo ed altri rituali contenuti nel libro. Mi sento quasi sollevata.  

È il 1992 quando John Frusciante lascia i Red Hot Chili Peppers all’apice della popolarità. Uno scrittore ruba il fatto per il titolo del suo libro. È il 1999 e ho 13 anni quando leggo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Leggo di Alex e Martino e mi viene il dubbio che morire sia un modo per uscire dalle cose.

Bologna, 1992. Alex D, diciassettenne figlio modello della buona borghesia, ci pensa ed esce anche lui dal gruppo, come John. Lui è Jack del titolo, cioè Jhon. Alex che rompe gli schemi – mi piace Alex, anche io voglio rompere le cose ma mi sento piccola e sciocca a desiderare cose del genere. Così mi limito a leggere. Alex pedala come un disperato sui colli, ascolta i Sex Pistols,  vede morire un amico, Martino. Io non sono Alex, penso. Sono Martino. Martino che non ce la fa più, Martino che si toglie la vita, Martino che scrive una lettera al suo migliore amico per dirgli cosa prova: anche lui voleva fare “un salto fuori dal cerchio”. Il salto più lungo è il per sempre del mai più. Alex fa una scelta diversa, continua a vivere e allora io sono come Alex: voglio vivere, penso che si possano rompere gli schemi pur restando vivi – aver letto aiuta – ma ancora non ho la stoffa di chi sa affermare la propria volontà, la propria personalità. Aver letto aiuta ma non è abbastanza.

1998. Vera, la professoressa di Italiano, mi regala il “Diario di Maja” di Nenad Velickovic, un libro rimasto con me per ventitre anni superando traslochi da sud a nord, da nord a sud nelle mie dodici – forse tredici, quindici, ho perso il conto – case.  Vagando, mi portavo dietro il romanzo di una sfollata. La guerra civile jugoslava e l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta raccontato attraverso gli occhi di un’adolescente. La sua famiglia, insieme ad altri sfollati, si rifugia in un Museo di cui il padre è direttore e lì, al riparo dalle granate, questi corpi restano rinchiusi, in gabbia.

“Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra”, dice Maja cercando le ragioni di un conflitto che non comprende, divenuto ormai la normalità. Comincio a intuire anch’io, chiusa “sotto”, dentro una stanza, che “sopra”, fuori, c’è la “guerra”. Comincio a intuire che gli esseri umani sono pazzi e cattivi ma Maja è brillante e ironica, scherza su tutto, anche sulla tragedia, con delicatezza. C’è posto per la speranza quando si può ancora raccontare una storia, penso.

Arriva il 2000. Ho 14 anni quando partecipo all’assemblea d’istituto più importante della mia vita. Il classico va allo scentifico ad ascoltare Miloud Oukili, il clown che ha salvato i ragazzini romeni dalle fogne e dalla droga. Miloud racconta di quando è arrivato a Bucarest, nel 1992, tramite un’associazione francese di volontariato: non arriva per restare. Però perde un treno – fatalità –  e resta – desiderio segreto che preme. Alla fine dell’assemblea compro un libriccino che racconta la storia di Miloud: “Randagi”, si chiama. Lo divoro in lacrime, decisa a cambiare le sorti del genere umano. Inizio a preoccuparmi dei “randagi” di tutto il mondo. Sogno di partire per la Romania ma non ho un soldo. Mi sento misera e inutile, come solo un adolescente può sentirsi.

Chi sono i “Randagi”?

I bambini senza futuro, gli adolescenti con la faccia di bambini e le mani impastate di colla. Bestie, per tutti. Reietti. Miloud è l’adulto rimasto bambino e i bimbi sperduti di Bucarest li ascolta, ascolta le loro storie, vive con loro nelle fogne, visita i loro orfanotrofi sozzi. Regala loro una possibilità, un senso, uno scopo. I senza amore-senza scopo-senza futuro diventano membri dell’Associazione Parada. La carovana di clown autodidatti guidata dal naso rosso e le scarpe gialle taglia 50 di Miloud parte dalla Romania e fa il giro del mondo. I bimbi sperduti fanno vorticare in aria palline e birilli, alcuni sono bravi persino con i trampoli. Chi può dire la differenza tra un mestiere, un gioco e lo scopo di tutta una vita?

Chissenefrega, i ragazzi hanno una ragione per vivere.

Miloud li toglie dai sotterranei e li porta in superficie, sulla strada ma non quella sporca e violenta. La strada degli artisti, la casa mondo di chi fa arte. “Randagi” parla di esseri umani perduti, di una città senza speranza e della speranza che arriva in città.

“E’ così brutta che finisce per piacerti. E’ così desolata da prenderla per mano e starla a coccolare. Bucarest, per quanto assomigli ad un vecchio cappotto che vorresti cambiare, è abitata da ragazze che sembrano pallide fate, di nebbia e cannella, chiare come mezze lune, sottili e divorate dal vento. Sulle sue strade camminano uomini che nascondono nelle tasche sogni così accartocciati da sembrare inesistenti, è calpestata da gambe pesanti che hanno sempre marciato come un militare, ed è toccata e accarezzata da mani che non le sanno ancora dare piacere. E’ malconcia, pure un po’ abbrutita, ma sulle sue strade, lungo i suoi marciapiedi, tra le sue case e i suoi balconi, c’è l’aria di un temporale che non vuole passare, come se la gente si fosse attaccata alle nuvole per non permettere che il sole caschi per terra.”

Ho 16 anni quando rubo di nascosto “L’arte di amare” di Erich Fromm dalla scarna libreria di casa. Accanto ci sono Freud, “Il libro dei sogni”, e Christiane F: prendo anche quelli.

Freud lo leggo alla luce del giorno, Fromm e Christiane F li sfoglio di nascosto.

Leggo il libro e guardo il film sulla vita dei ragazzi dello zoo di Berlino. La colonna sonora di Bowie mi piace ma quel libro e quel film sono un pugno allo stomaco. Riascolto Bowie e divento fanatica degli anni ‘80.  Da allora e per sempre. Di nascosto da me stessa, la notte, apro qualche pagina a caso. Christiane F mi piace e mi disturba. Mi spaventa il potere e il fascino che quel libro esercita sulla mia mente. Le storie di Detlef, Babsi, Stella, Axel e gli altri mi sembra di conoscerle bene senza averle vissute. No, certo che le ho vissute. Potrei finire male, da un momento all’altro, se non sto attenta. Sempre vicina al collasso. Anche se non fumo e non tocco alcol, a differenza dei miei compagni, sono più prossima all’abisso di quanto loro potranno mai esserlo. Sono io, il mio buco nero. Mi spaventa l’idea di perdere il controllo. No, mi atterrisce la paura di essere scoperta e punita ma vorrei perdere il controllo. No, ho perso il controllo nell’istante in cui ho aperto quel libro. Non si torna indietro da certi libri.

Allora leggo Stendhal e finisco per perdere il controllo. Il rosso e il nero, un’idea precisa di amore, e da lì tutti i classici della letteratura francese. Balzac e la commedia umana per sempre, Hugo e l’uomo che ride, Hugo e i miserabili per sempre. Ma anche gli scapigliati, la dannazione di Fosca e ogni piccola cosa scritta da Tarchetti. Ambizioni, cinismo, ipocrisia. L’amore e l’amoralità di Julien Sorel mi rivelano tutta la verità nient’altro che la verità definitiva sugli esseri umani. Passione e morte. Rosso e nero. Ai tempi ero innamorata, senza speranza di essere ricambiata, di un milanista sfegatato. Ma questa è un’altra storia. Però c’entra, forse. Tutto è connesso. L’amore è passione e morte.

Per amare devo morire d’amore? Una vita difficile ma intensa. Entro nella mente di Julien Sorel. Je suis Julien Sorel. E sono anche Madame de Rênal, e Mathilde. Posso essere amante e amata, posso essere una cinica arrivista, una nobildonna innamorata, finire in prigione, essere uccisa.

Stendhal è un fiume in piena, non mi lascia il tempo di dormire.

Quando, poco dopo, incontro Mary Shelley piango per la creatura e capisco le ragioni del creatore, quando resto sola con Jekyll non gli dico quello che Hide mi confessa. Sotto sotto mi piace Hide e mi piace fingere di giocare a fare Dio. A chi non piace?

Capisco che la vita è dolore e quando me ne accorgo l’adolescenza è finita da un pezzo e forse è colpa dei libri se ho perso la verginità. Non parlo del sesso ma di aver letto parole che mi rivelavano con onestà quello che tutti gli esseri umani tentavano di nascondermi con ipocrisia.

L’ambiguità tra bene e male è la frattura che si consuma in ogni essere umano. Ogni persona si studiava di nascondermi la verità, i libri mi dicevano tutto ciò che avrei dovuto sapere, mi preparavano all’umano errore.

Poco dopo avrei iniziato a sperimentare tutto questo nella vita, nelle persone.

Decisi che non sarei rimasta sotto, non sarei rimasta dentro, non sarei affogata nel mio stesso buco nero. Avrei fatto come Alex, come Maja, come Il corvo col coraggio di chi fa parte da sempre del club dei perdenti e, quando il gioco si fa duro, non scappa e prova a uccidere il mostro.

Fonte immagine di copertina: https://leganerd.com/2018/06/04/il-corvo-jason-momoa-abbandona-il-progetto-e-si-scusa-con-i-fan/

Tutte le immagini sono attinte dal web.

Lo scrittore è un giullare che cade a pezzi. “Le Parole dei Libri” inizia dai cocci di Binari, Brama, Blu

Lo scrittore è un giullare e chiede al Mondo: “diteci, vostra maestà, cosa dovremmo raccontare?”

In uno spazio-tempo slabbrato, che si frantuma, dove gli umani sono cocci, c’è ancora qualcuno che critica i libri che parlano di individui e mondi interiori – dateci le grandi imprese, dateci le grandi persone! – libri che pongono al centro della “storia” – ed è già sorprendente riuscire a imbastire sopra i cocci una “storia” con tanto di fine-svolgimento-inizio (no, scusate, al contrario) – l’intimità, le emozioni, il volto allo specchio.

Cioran li chiama “monadi impazzite”, questi individui che cadono a pezzi.

Come se ancora servisse ricordare che da Svevo e Pirandello in poi tutto è cambiato – all’incirca, non sono poi così sicura, non sono sicura di nulla di quello che dico, correggetemi se sbaglio – e per sempre. Può andare peggio, pensavamo. Ed è esattamente così che è andata.

Nella letteratura, oggi più di ieri, è l’individuo che conta, il modo in cui filtra il reale attraverso gli occhi gonfi di lacrime, le ferite e la propria storia personale.

Io amo i libri di carta ma spesso mi ritrovo a dover constatare che il racconto del nostro tempo non lo fanno i grandi romanzi ma gli adolescenti da milioni di followers su youtube: alcuni di loro – non tutti, per carità, non tutti, non datemi addosso (ehi, sono sempre quella che ama i libri di carta!) – parlano meglio di chiunque altro, attraverso la musica o le arti performative, di temi brucianti come il bullismo o l’identità di genere. E sì, parlano alla loro generazione ma è a me, alla mia generazione, agli adulti in generale, che hanno qualcosa da insegnare. Se volete capire di cosa parlo, guardate un video di Madame, la canzone “Voce” (non è il mio genere – sono una da Cure, Smiths, Queen, Black Sabbath, musicalmente sono ferma agli ’80-’90 – e non ho visto Sanremo: non posso farcela, è troppo anche per me che sono di larghe vedute, perciò ringrazio un’amica per la segnalazione).

La sola cosa che gli scrittori possono (e devono) fare meglio degli youtubbers (si scrive così? Scusate ma non sono una iutubber), in un tempo frantumato di umani che cadono a pezzi, è parlare di questi cocci, delle pulsioni sordide e inconfessabili che si agitano in ciascuno di noi – dentro, in fondo, nel buio, dove non si vede – e farlo con un feroce labor limae sul ritmo delle frasi e sulla scelta delle parole: che siano parole cercate, volute, scartate e ripescate. “Esiste una sola parola adatta per ciò che voglio dire”, dice Annie Ernaux in un’intervista al Corriere. Scegliere le parole, il ritmo giusto della frase, raccontare il “reale individuale”, le piccole storie di falliti e sognatori erranti, le relazioni tra esseri minimi che si percepiscono come insignificanti, ininfluenti nella Storia (e lo siamo, e lo abbiamo accettato, forse, dopo quest’anno) e farlo attraverso un filtro che amo definire “balzo oltre il reale” (questo esercizio di finzione, io credo, insieme alla scelta delle parole, è ciò che innalza al livello di arte la narrazione): il fantastico, il sogno e l’incubo, il surreale che accade, come quando guardi i rami di un albero e all’improvviso il tronco apre la bocca e ti fa entrare, o cadono i fiori arancioni dalla carta da parati e tu li afferri e li divori e sanno di cioccolato fondente o la nuvola mette i piedi per terra e comincia a rotolare e tu ci finisci dentro e sei nella tana del bianconiglio dove la regina digrigna i denti e ti morde il collo. Cose del genere. Ma va bene anche altro, anche cose migliori (erano le prime che mi venivano in mente, scusate). Ma che abbiano la forza dell’incubo, delle cose realmente inesistite, impossibili, che sfuggono al controllo degli esseri umani miseri e senza potere che siamo. Impossibili perciò necessarie.

La sola consolazione è che né le pandemie né il carcere forzato potrebbero togliere all’essere umano la capacità di immaginare. Quindi ogni scrittore che voglia dirsi umano e voglia parlare ai suoi sodali non dovrebbe mai smettere di fare la fatica che i suoi simili non fanno fino in fondo: guardarsi dentro, sprofondare e poi risalire con le lordure, uscire nel mondo e trasformare attraverso l’immaginazione. Capisco la difficoltà ma è un dovere “sociale”: nessuno chiede a nessuno di scrivere. Potresti benissimo fare l’allenatore di calcio della nazionale (potresti, giuro che potresti!) o la ballerina di burlesque (se avessi il corpo giusto, è quello che farei. Un sogno segreto. Ma non ce l’ho, il corpo giusto, perciò mi chiudo in camera e scrivo). La cosa più difficile potrebbe essere farlo nel quotidiano. Allora darsi una regola, una disciplina: una cosa tipo “immaginare/sognare per venti minuti, tre volte al giorno”. Guardare un film di Lynch o la sua intervista a una scimmia. Leggere un fumetto di Dylan Dog. Cose così. Guardare e forzare il reale ad essere altro da sé.

Gli adolescenti non stanno bene ma sono migliori degli adulti e hanno qualcosa da insegnare agli scrittori quando trovano un modo alternativo, fuori dagli schemi, per gridare il loro dolore e comunicare, condividere delle emozioni. Lo scrittore migliore, per me, è un bambino e insieme un adolescente che porta addosso il peso e la consapevolezza dei suoi cento anni. Non ha mai l’età che dichiara di avere – non guardate le biografie degli scrittori prima di leggerli, non fate loro questo torto: leggete le loro parole! – e sa troppe cose, pensa troppo, ne ha viste troppe (spesso solo nella propria mente) cose che voi umani – l’orrore! L’orrore! L’orrore! – e quindi le può raccontare. Le deve raccontare. Quantomeno per liberarsene.

È così che, senza la pretesa di influire sulla Storia, influisce sulla vita di una persona, una o due al massimo magari, specie se non è famoso e non è pubblicato da colossi del mercato editoriale. Ma è grazie a questo dono che ha cambiato la storia, e la vita, di uno o due persone (dai, facciamo che siano tre, dieci, cento, mille…aiutiamo gli scrittori che se lo meritano, ricordando che la maggior parte di loro non ha le doti comunicative di uno iutubber).

Ho inaugurato per il progetto La Lupa l’iniziativa Le Parole dei Libri proprio con questo scopo: raccontare in maniera istintiva e labirintica (diversamente non so fare, e credo questo articolo ne sia la dimostrazione) i libri degli scrittori del mio tempo che, con le loro parole, hanno influito come forse mai avrebbero immaginato sulla mia storia personale. E raccontare le loro pagine attraversando le parole che ritornano ossessivamente nella loro Voce.

Anche per dire loro Grazie. Nessuno dice Grazie a chi scrive mentre scrive. Bisogna dire loro Grazie non tanto per i libri che hanno già scritto ma per quelli che stanno scrivendo in questo momento. Sperando che continuino a scrivere. Perché trovare una Voce, ad ogni livello (non solo nella scrittura) è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere nella vita di un essere umano. E il fatto che loro ci siano riusciti proprio mentre cadevano a pezzi, come tutti noi, è una dimostrazione di coraggio che fa ben sperare. I loro libri sfondano spesso il muro del reale, non sono mai banali e sono scritti bene, con rigore e amore per le parole.

Il primo appuntamento dell’iniziativa è stato una diretta sgangherata dedicata a tre scrittrici Monica Pezzella, Ilaria Palomba, Giorgia Tribuiani. I libri: Binari, Terrarossa edizioni; Brama, Giulio Perrone Editore; Blu, Fazi Editore.

Perlopiù improvviso. Spero di migliorare col tempo. Ma sono felice di aver iniziato con queste tre Voci straordinarie. Sapevo che la forza dei loro Libri avrebbe compensato la mia inettitudine ai social.

Le recensioni e le interviste ai libri le trovate online. Qui ne linko tre per chi volesse approfondire:

Monica Pezzella, Binari

Ilaria Palomba, Brama

Giorgia Tribuiani, Blu

P.S. Quasi sempre dico “scrittore” come direi “poeta”, quando non mi riferisco a persone specifiche.

Chi mi conosce sa perché non sento il bisogno di specificare. Ci siamo intesi. Gli altri possono sempre chiedere o leggere qui.

Voce del Verbo Rileggere_Demolire_Non Finire

Dopo aver comprato dal Signor Pescebanana il Genji monogatari, romanzo colossale della letteratura giapponese scritto nell’XI secolo dalla dama di corte Murasaki Shikibu, dovrò affrontare un duro periodo di astinenza dall’acquisto compulsivo di libri.

Per mia fortuna sono una rilettrice, una che legge e viviseziona le parole, e negli anni ho accumulato milletrecentocinquantadue libri – in fondo, chi accumula libri è uno che si porta avanti, un pò pazzo e un pò profeta, uno che ha già e sempre previsto catastrofi e pandemie – milletrecentocinquantadue libri che aspettano solo di essere riletti o completati.

Non è per il cibo che ora devo risparmiare, a quel punto non siamo ancora arrivati, ma per i medicinali. Il mio corpo, come annidato qui Sulla Quarta Corda tra le righe, ha bisogno di cure e riguardi quotidiani, oggi più che mai.

Non è star male che dispiace, e nemmeno finire, ma vivere senza vigore, senza poter leggere e scrivere.

Quelli che rileggerò sono testi scritti perlopiù tra Settecento, Ottocento e prima metà del Novecento.

Ho bisogno di recuperare uno scarto tra il linguaggio stantio, trito e consunto che la gente quasi sempre parlando – sui social, nella vita, cioè ancora sui social – si ostina a usare e l’eufonia della parola cercata, scelta per il suono, accostata ad un’altra per le seduzioni che essa dischiude.

Appena potrò tornare a spendere per i libri c’è una lista speciale da esaudire. Gli autori dei libri in questione sono tutti vivi, per nostra fortuna li si può leggere anche online o in riviste da loro fondate, eppure si collocano oltre il confine angusto di questo spazio e di questo tempo. Sono grata a loro che scrivono, sono grata agli editori che li pubblicano. Accanto ai titoli riporto le case editrici perché ne verrà fuori una mappa (minima, incompleta) della vera letteratura, quella che fa un balzo oltre il consueto, che oggi sono rimasti in pochi a fare.

Ilaria Palomba, Città metafisiche, Ensemble

Anne Carson, Economia dell’imperduto, Utopia

Giordano Tedoldi, I segnalati, Fazi

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland

Ezio Sinigaglia, L’imitazion del vero, Terrarossa

Graziano Graziani, Taccuino delle piccole occupazioni, Tunuè

Giulio Mozzi, Le ripetizioni, Marsilio

Cataldo Dino Meo, Vandalica

Giulia Maturani, Sogni d’amianto, Eretica

Stefani Redaelli, Beati gli inquieti, Neo

Filippo Tuena, Stranieri alla terra, Nutrimenti

Ce ne sarebbero altri ma mi limito ai più urgenti. Non aggiungo alla lista, perché già sul mio scaffale, letto, riletto senza regole, l’inizio dalla fine, Binari di Monica Pezzella, ancora Terrarossa Edizioni, una delle scrittrici viventi che se ne fotte di strizzare l’occhio al lettore e ti fa venire voglia di leccare e mordere le sue parole.

Premetto che scrivo questo post anche perché vorrei che la mia lista si arricchisse, in questi mesi.

Lo stile e l’umore dei libri che cerco ha avuto illustri precedenti per delinearsi.

Se avete suggestioni, sarò felice di accoglierle.

Intanto, c’è un altro libro che dovrò rileggere, ed è il mio.

Il manoscritto è nato pronto, dice l’Editore – che è Uno, anzi UnA, anzi Due, Una e Trino – che non ha paura di dire le cose in faccia per come le vede, dure e crude, e lodarti quando sono belle, le tue parole.

Scritto in pochi mesi, questo libro ha avuto bisogno della vita vissuta e mancata, dei sogni e degli incubi dei dieci anni precedenti per farsi Corpo.

Ha avuto bisogno di quel dilettevole gioco di “imitazione”, smontaggio e assemblaggio, previe scosse di assestamento, che chiamo “rifare i grandi”: quel gioco per cui si scrive senza dimenticare le parole che ti hanno nutrito e, mentre si scrive, si demolisce un universo ideale, si fa a pezzi se stessi, monadi impazzite ricomposte dalla brama di stupore, per edificare un mondo che sia nuovo, un mondo nel quale sentirsi, per la prima volta, la persona giusta nel posto giusto.

È una cosa piccola e imperfetta, per questo la amo. Ma grande nella sua onestà, che è verità privata del patetismo e copiosamente ironica.

È solo un inizio che non finisce, e ha il sapore della prima volta. Perciò, quando sarà fatta, mi mancherà per sempre.

Per il momento non dico di più, è già troppo presto e ancora troppo tardi per parlare.

Perché abbiamo ancora bisogno degli Amori difficili

L’avventura è sempre un viaggio, fisico o mentale, verso l’oggetto del desiderio.

Avventura è un avvenimento straordinario, un’impresa singolare.

Avventura è anche quella relazione amorosa nella quale non ti vuoi impegnare.

Per non parlare poi della radice etimologica, ad-ventura: “le cose che accadranno”.

Con la parola avventura e i suoi molti significati Calvino si diletta a giocare.

Acciuffa dalla vita un dettaglio banale e lo tira e lo tende fino a renderlo paradossale.

I titoli dei racconti della raccolta Gli amori difficili sono potentemente ironici in relazione al contenuto: vite semplici e routinarie nelle quali i veri protagonisti sono non tanto i personaggi ma i loro movimenti e le loro rivoluzioni interiori.

La storia di ciascuno èla storia d’uno stato d’animo, un itinerario verso il silenzio”.

Generalizzando, potremmo dire che l’avventura è il modo in cui le cose ci cadono addosso. E questa definizione veste meravigliosamente bene su qualunque personaggio de Gli amori difficili. E su di noi.

Perché la vita è davvero quella cosa che ti cade addosso mentre non te ne accorgi, anche quando resti (apparentemente) immobile nel grigiore di una nuvola di smog o in quella stanza da un anno di pandemia sempre identica a se stessa.

Ho trovato un dialogo sottile tra la parola e la fotografia che rende bene l’idea.

Calvino aveva letto Roland Barthes e il suo libro sulla fotografia La camera chiara.

Ecco cosa scrive Barthes aprendo una nuova possibilità alla parola avventura

mi pareva così che la parola più giusta per designare (provvisoriamente) l’attrattiva che certe foto esercitano su di me fosse la parola avventura.  La tale foto mi avviene, la talaltra no. Il principio di avventura mi permette di far esistere la Fotografia […]. In questo deprimente deserto, tutt’a un tratto la tale foto mi avviene; essa mi anima e io la animo. Ecco dunque come devo chiamare l’attrattiva che la fa esistere: una animazione. In sé, la foto non è affatto animata (io non credo alle foto «vive»), però essa mi anima, e questo è appunto ciò che fa ogni avventura.

Nel grigiore della vita quotidiana cercare ciò che, accadendo dentro ancor prima che fuori di noi, ci anima: eccola, la vera rivoluzione.

L’ironia è la cifra stilistica con cui Calvino rende godibile ogni parola donandole un colore, un umore: la descrizione delle debolezze e delle incongruenze umane è intensa ma priva di giudizio o inutili patetismi. Calvino sa che per scendere in profondità non serve drammatizzare, anche se il dramma è ineluttabile quando si indaga l’atro fondo dell’animo umano.

Diciamo pure che Calvino lascia affiorare il dramma naturalmente, con garbo e (apparente) leggerezza.

In realtà, mentre ci fa sorridere ci dà la stilettata: in molte storie riusciamo a vedere noi stessi, le nostre tare e le nostre idiosincrasie. Ce ne stiamo seduti a leggere, prendiamo le distanze da queste figurine sottili che si agitano, talvolta ridicolmente, sulla pagina eppure non riusciamo mai a restare davvero indifferenti, anche quando ci sembrano assurde e patetiche. Anzi, soprattutto in quel caso. Le loro sconfitte e le loro fragili gioie sono le nostre, sorridiamo delle loro stranezze ma la loro nudità li avvicina a noi.

Ricordate il meraviglioso saggio di Pirandello sull’umorismo? L’esempio della vecchia imbellettata che suscita il riso e immediatamente dopo fa riflettere e immalinconisce?

La risata e il dolore. Il potere della contraddizione insito in ogni pagina che, mentre la si legge, si fa subito vita.

DUNQUE, PERCHE’ ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEGLI “AMORI DIFFICILI”?

Uno dei molti talenti di Calvino è la capacità di elevare cose semplici al livello di simbolo, Trasfigurarle, animarle: letteralmente, dotarle di anima.

La sua attitudine a strappare il quotidiano dalla banalità e immergerlo nella dimensione della favola – fin dal titolo programmatico, accadimenti comuni che diventano avventure – è una medicina potentissima in tempi che ci obbligano alla fissità di una routine ristretta in spazi e gesti minimi.

Il movimento e la rivoluzione interiore, e aggiungerei un pizzico di fantasia, sono la risorsa migliore che abbiamo.

E poi il corpo, e il perimetro più prossimo intorno ad esso, che rappresenta il primo vero “spazio” col quale ci relazioniamo, quello che diamo sovente per scontato. La nostra ansia di essere sempre in qualche luogo fuori di noi dimenticando la nostra verità prima fatta della nostra carne, del nostro respiro. Questo concetto ci riguarda ed è anche il punto fermo da cui muove ogni racconto di Calvino che, sullo sfondo da cartolina di uno spazio urbano o naturale, indaga prima di tutto la relazione del singolo personaggio con il proprio corpo e con il corpo dell’Altro: lo spazio tra “me” e “te”, per quanto minimo, è forse il secondo luogo più interessante da indagare. Di cosa è fatto questo terzo includente che tutto include?

L’assenza, il silenzio, l’attesa, il “correre verso” che è l’essenza stessa dell’amore, e poi un sentimento di incomunicabilità che racconta da vicino la nostra quotidianità. La nostra comunicazione eccessiva, sovrabbondante per via della miriade di mezzi a disposizione, è diventata, paradossalmente e proprio per questo, difficile. Ecco un’altra parola chiave per Calvino, e per noi. Calvino gioca sempre e comunque con gli universali: sa bene che i problemi e le questioni essenziali per ogni essere umano sono da sempre e per sempre le medesime. E anche la difficoltà (come il corpo e la comunicazione) è un tema eternamente familiare, soprattutto in un mondo fatto di iper-comunicazione: il troppo rumore diventa suono indistinto e assenza di senso, una chiazza di voci nella quale sembra impossibile non tanto dire qualcosa quanto dialogarla, capirsi e incontrarsi.

Appendice. Un sognatore con i piedi fortemente radicati sulle nuvole

Quella di Calvino – il poeta, il favolista, il cantastorie di città invisibili e visconti dimezzati – fu una vita piena d’azione. Sperimentò la fuga, la galera, il pericolo di morte. Renitente alla leva della Repubblica di Salò, dopo l’8 settembre dovette nascondersi: immerso nella solitudine a vent’anni, durante la reclusione forzata ne approfittò per leggere moltissimo; per sua stessa ammissione fu questo di letture instancabili un periodo essenziale nella sua vita di scrittore.

Non disdegnò l’impegno politico attivo e ribadì sempre l’importanza delle condizioni materiali nella sua vita di letterato e scrittore. Figlio di scienziati divenne poeta senza dimenticare mai il gusto per il dettaglio concreto e per la natura che fu sempre materia prediletta per la creazione artistica.

Contaminazioni

Calvino divorava la vita e l’arte in tutte le sue forme con pari fervore.

Ci fu un periodo della sua vita, da adolescente, in cui andava al cinema due volte al giorno.

Fra il 1968 e il 1972 progettò una rivista che non riuscì mai a realizzare, una sorta di Linus ma senza fumetti: la immaginava come una rivista di romanzi a puntate con illustrazioni, insieme a rubriche specifiche sulle tecniche della narrazione.

Scrisse testi per canzoni e per il teatro e molti dei suoi racconti furono d’ispirazione per il teatro e il cinema.

Per la serie radiofonica della Rai Le interviste impossibili scrisse i dialoghi Montezuma e L’uomo di Neanderthal. Il programma della Rai andò in onda dal 1973 al 1975: protagonisti della cultura contemporanea reali fingevano di trovarsi a intervistare fantasmi redivivi di persone appartenenti a un’altra epoca.

Un frammento nel quale Italo Calvino incontra Montezuma (la voce è di Carmelo Bene)

In copertina: MC, Un amore (acrilico su tela)

La Fine dall’Inizio, senza finire

Quanto spazio c’è in settantatré pagine che finiscono senza pause, senza finire?

Quanto spazio, intendo, per respirare?

Annaspare tra le parole è come un dondolio, un lasciarsi cullare. Come quando fai l’amore con la bocca tappata e godi nel non poterti divincolare. Sapendo che dall’altra parte qualcuno ti guarda e che quel guardarti è già amore.

ammettere che non si ha la forza di stare in piedi lasciarsi lasciar andare e che quella sbiadita idea di resistenza stasera pure lei se ne vada al diavolo

Ci ho messo giorni a leggere e finire ma questo finire non c’è mai stato. Questo libro lo sto ancora e sempre leggendo. E ogni volta che lo apro mi manca l’aria. Non c’è tempo per respirare tra tutti questi troppi spazi bianchi senza virgole – io che all’altare delle virgole e dei fugaci silenzi necessari m’ero votata prima di sapere che non so votarmi a niente – non c’è tempo per fermarsi pensare mi sento mancare non mi dispiace l’idea di svenire di sparire senza corpo dentro le macchie nere. Venire travolti, lasciarsi affogare. Altrimenti, meglio lasciar perdere. Il punto è che il libro parte dalla Fine quindi prima ancora di dire “Inizio” non riesci a fermarti mentre pensi che rischi di annegare.

nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino

Invece che mettere ordine tra le cose, la Voce che muove i fili, e da essi si lascia muovere, non aiuta a ricomporre i pezzi, ci lascia soli, lascia a noi la libertà, la responsabilità e la fatica di scegliere o non scegliere quando chiudere, dire basta, fermarci, respirare e provare a capire là dove ci sarebbe da arrendersi e soltanto continuare, vorticosamente sentire vibrare.

Adesso cos’è adesso è smarrirsi la sera nel letto nel riconoscere nei gesti di Ale un’attenzione in più nel sentirsi voluto diversamente per avere addosso i segni della malattia.

Cosa vorrei fare mentre leggo questo libro? Ogni tanto gridare, segnare il tempo battendo i pugni, scagliare un suono. Ricordarmi di ricordare. Tanto so già che appena sarà finito mi verrà voglia di ricominciare. Perché una parte di noi umani non può arrendersi ai cocci, a non capire, a non fare ordine nel caos, a questa eterna altalena di umori e colori che ci condanna al paradosso e all’assenza. Togliersi almeno lo sfizio di far rumore.

Era bellissimo non sapere il motivo c’era in quel non sapere il motivo nell’assenza di motivo il senso di tutto. Di Marcel.

Su questo libro non potrei mai scrivere una recensione. Non voglio imbastire un discorso di senso sui segni e sui suoni dai quali mi lascio soffocare. Queste parole meritano di essere prese in braccio leccate tatuate su una foglia secca e strappate sbattute dipinte col sangue sul muro schizzate nel vento accarezzate e tenute strette sulla pelle sulla lingua sul cuore.

Certo che c’è una trama. Ma non saprei che farmene della storia di Ale e Marcel senza quelle parole. Non so che farmene di una storia d’amore se ogni segno che la dipinge non sa penetrare, consumare.

o è davvero tale la portata di un altro, imprevedibile, inconoscibile? Un altro che è davvero un altro se può farti davvero male

tra amanti e perdenti c’è poca differenza

e cercava gli altri, nella maniera in cui dagli altri si va per prendere qualcosa che essi hanno e da cui si trae piacere

Vorrei che si leggessero molti libri dei quali è difficile parlare, di quelli che ti si strozza la voce in gola al solo pensare di mettere ordine tra i suoni e i segni delle parole.

Vorrei che a leggerli fosse chi crede che il solo modo per trovare armonia e ordine sia spiegarsi, spiegare, fare la morale.

Un libro che ti lascia la libertà di credere o non credere, di cadere. Dove chi parla si prende la briga di morire e ricominciare.

Voglio essere parziale su questo libro, voglio dire solo ciò che mi pare.

Cose inutili che chi non lo ha letto non capirà. Cose come

treno cattedrale stanza vuota dal dottore odore di ferro la pelle la febbre

la prima sigaretta dormire caffè bollente con panna e scorze d’arancia sessantametriquadri

il vizio di scomparire fare l’amore tornare il tempo cicatrice il rantolo l’attesa

essere toccati un’equazione matematica un motel venire tornare amare leccare la città

la strada le puttane le cliniche rivoluzioni di Shostakovich tra le scapole

tra le gambe la resa la voce

si concede per sfinimento

E se non bastano, proprio non so che dire.

Appena ho finito di leggere ho avuto paura di finire, ho raccolto i cocci e sono tornata indietro, perché è così che noi esseri umani condannati al binario facciamo da sempre.

Ho dovuto ricominciare.

Dalla “Fine”, naturalmente.

Sapere perché, oltre ai treni, c’è sabbia ovunque, e non sapere perché c’è sempre il ritorno ma non c’è mai quello che sta in mezzo.

Il libro del quale non ho fatto la recensione è Binari di Monica Pezzella, edito da Terrarossa Edizioni

In copertina: stazione Lambrate, Milano, non pochi anni fa

Mens Extensa. Conversazioni con l’Editore

Come nasce e lavora una 𝒄𝒂𝒔𝒂 𝒆𝒅𝒊𝒕𝒓𝒊𝒄𝒆 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒑𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆?
Quali competenze e sensibilità sono indispensabili per realizzare il sogno di unire 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒓𝒆𝒏𝒅𝒊𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂?
Come si nutre la relazione con gli 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐𝒓𝒊?
Come ci si prende cura dell’oggetto 𝒍𝒊𝒃𝒓𝒐 in ogni delicata fase della sua vita?

A raccontarlo davanti ad un bicchiere di vino sono due giovani protagonisti del mondo dell’editoria indipendente: 𝑬𝒎𝒂𝒏𝒖𝒆𝒍𝒂 𝑪𝒂𝒍𝒊̀, 𝑷𝒓𝒐𝒇𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝑬𝒅𝒊𝒕𝒐𝒓𝒆 e 𝑺𝒊𝒎𝒐𝒏𝒆 𝑩𝒆𝒍𝒗𝒆𝒅𝒆𝒓𝒆, 𝒓𝒆𝒅𝒂𝒕𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒆 𝒄𝒖𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒂𝒏𝒂. Sono loro le colonne portanti della Lekton Edizioni

Hanno intrapreso quest’avventura nel 2019, nel segno del lockdown, e da allora non si sono fermati mai. A Catania hanno la loro base ma il team è sparso in vari luoghi d’Italia. Dalla nostra maledetta e bellissima terra di Sicilia, guardano già all’Europa.
Li ho intervistato per la Rubrica Ritratti del podcast La Lupa Conversazioni con l’Editore_Lekton Edizioni

“Siamo signori della nostra fine. L’infinito siamo noi”, dice il filoso Gunther Anders.

Su La Lupa trovate la lettura di un frammento del libro di Simone Belvedere, Mens Extensa che, attraversando i secoli, ci fa fare un giro di giostra su concetti filosofici come mente, anima e corpo per condurci a volo radente sulle principali evoluzioni tecnologiche, dalla macchina di Turing alle intelligenze artificiali.

Qui trovate una recensione perché, quando ho finito di leggere, ho capito che volevo ancora capire. Così ho scritto.

Approfittiamo della zona rossa per arricchire la materia grigia.

Buona domenica Amici Invisibili!

I signori dell’Apocalisse. Parte Seconda

Continua da I signori dell’Apocalisse Parte Prima

La simulazione permette allo scienziato di sintetizzare la realtà che egli vuole indagare e comprendere. Studiare il possibile per comprendere il reale. Come? Attraverso la programmazione, naturalmente. Il vantaggio è enorme, rivoluzionario: le teorie scientifiche si possono testare, non esiste esperimento inverificabile. 

In questo nuova concezione, il computer non è più l’inefficace termine di paragone della mente (inefficace dal momento che ne esclude la base materiale) ma l’utilissimo strumento di studio e analisi della mente, una mente non separata dalla realtà. Questa è la strada intrapresa a fine anni ottanta dai modelli simulativi computerizzati chiamati “reti neurali”: modelli che “simulano la nostra architettura cerebrale, il nostro sistema nervoso congiuntamente alla simulazione della nostra vita mentale”.

È fatta. L’homo faber è pronto a rendere il mondo un posto migliore. Si celebra festanti la fine di secoli di dualismo mente-corpo, supportato dall’informatica e poi messo in discussione da modelli rivoluzionari quali le reti neurali, la Vita Artificiale e la Mente Estesa, “modelli che lo rifiutano adottando concetti applicabili ugualmente a fenomeni biologici, alla vita mentale e ai fenomeni culturali umani”.

Il modello della Mens Extensa che dà il titolo al libro vede la mente immersa nel (e in relazione col) mondo esterno, un mondo reso più “intelligente” perché popolato da artefatti sempre più sofisticati creati dall’uomo (che modifica ed è a sua volta modificato da tali artefatti tramandati culturalmente). L’uomo, armato del suo prometeico orgoglio, si trova dinnanzi ad un’estensione incalcolabile degli orizzonti dei processi cognitivi. 

Il punto è: qual è il confine tra Mente e Mondo? 

Giunti a simili vette, sulle quali il libro ci conduce, per procedere bisognerà essere disposti a guardare l’abisso armandosi di luce, tutta la luce possibile.

Nel suo “Natural Born Cyborg”, Andy Clark sostiene che “l’estensione mentale attraverso la tecnologia sia il naturale completamento delle nostre potenzialità di cyborg per natura”.

L’essere umano è, secondo il filosofo Andy Clark, un natural born cyborg: siamo biologia ma anche insieme di elementi culturali tramandati dal mondo nel quale siamo immersi e dal quale dipendiamo. Basti pensare al linguaggio, il primo artefatto prodotto dall’uomo. Nei secoli, l’essere umano ha affinato la capacità di creare mondi artificiali intelligenti, riproducendo questa sua facoltà peculiare – l’intelligenza, appunto – in artefatti svincolati dal corpo biologico: i cyborg artificiali

Popolandolo di artefatti intelligenti, l’uomo ha forgiato un mondo a sua immagine e somiglianza. Per alcuni, questa sarebbe “semplicemente” la naturale evoluzione dell’uomo, titolare di una Mente Estesa nello spazio. Per altri, abbiamo a che fare con gli eccessi prometeici di un homo faber che, credendosi dio, è riuscito ad assurgere al rango di homo creator

Siamo diventati onnipotenti, il dio creatore che idolatravamo. 

Se poi si uniscono le potenzialità degli artefatti cognitivi informatici al pericolo insito nell’uso di ordigni atomici, si comprende come l’uomo abbia già di fatto conquistato il potere, un tempo prerogativa divina, di distruggere non il singolo uomo ma l’intera umanità

“Siamo signori della nostra fine, signori dell’Apocalisse”, dichiara Anders. Della bomba si può migliorare raggio d’azione e calibro ma non effetto: “la potenza virtuale delle scorte odierne di ordigni è già assoluta, l’umanità è divenuta eliminabile”. 

Cos’altro dovrebbe esserci dopo una cosa del genere? 

Secondo Anders l’atomica, ponendo l’uomo nella condizione di produrre la propria distruzione, assurge a tutti gli effetti a simbolo della terza (e ultima) rivoluzione, non più passibile di ulteriore espansione

Perché l’atomica sancirebbe la trasformazione dell’homo faber in homo creator?

Un uomo capace di produrre enti inediti, non esistenti in natura – gli elementi chimici 93 e 94 della Tavola Periodica, Uranio e Plutonio – è un uomo davvero simile a Dio. 

Non possiamo tornare sui nostri passi, gli effetti di ciò che abbiamo creato ci trascendono: se anche per un certo tempo non disponessimo della testata atomica, resterebbe il know how. L’idea è indistruttibile, Platone docet.

Giunti fin qui, cosa resta della luce, nell’abisso?

Ho letto le ultime pagine di questo libro trattenendo il respiro, come se avessi le gemelline di Shining alle calcagna, solo per sapere:

d’accordo, abbiamo giocato a fare dio, quindi come va a finire? La domanda sembra retorica eppure sono convinta che non lo sia.

Se è vero che la tecnologia può salvare, migliorare e prolungare la vita, resta aperta anche la possibilità opposta, suggerisce Mens Extensa.

Mentre chiudo il libro già mi sento, al contempo, euforica e demoralizzata in quanto rappresentante degli Ultimi, di quelli che spariranno, dopo i quali non ci sarà più nulla. Ma dura poco: l’emozione conta, certo, ma non è il punto. Lascia subito il passo alla consapevolezza, al desiderio di riflettere, accendere il dialogo sul tema. Ecco cosa fa un buon libro: infiamma. Mi piace questa parola.

Quello che conta davvero è la possibilità che un testo apre di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo sapendo da dove veniamo e a che punto siamo arrivati. Il difficile è storicizzare il contemporaneo, leggere il presente con gli occhi di chi sa: a certi livelli, su certi argomenti, non si può sapere, quando si vive immersi nel proprio Tempo, solo intuire.

“In tueri” (radice del verbo intuire) è guardare dentro, penetrare le cose, provare la vertigine della visione e a partire dai cocci sparsi costruire un senso per poi farne dono a chi, quel senso, non è in grado di coglierlo.

Libri come Mens Extensa nascono nel presente e leggono il presente proprio perché sanno unire a intuizione e visione lo studio innamorato del passato.

Il nostro privilegio di Ultimi, signori dell’Apocalisse, è che di cose ne sono successe, di tempo per capire ne abbiamo avuto perciò, almeno sulla carta, abbiamo tutti gli strumenti per scegliere cosa fare, come andare avanti. Soprattutto ora che l’andare avanti, pare, dipenderebbe da noi. In tempi di pandemia, poi, questa verità sembra ineluttabile.

Citando una splendida battuta di Cecchi Paone (che a sua volta cita Eco): “tra apocalittici e integrati, va bene, restiamo integrati. Ma almeno con consapevolezza”.

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa (Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis)

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

I signori dell’Apocalisse. Parte Prima

L’uomo è, per sua natura, faber, artefice e costruttore.

Istintivamente portato a plasmare l’ambiente che lo circonda secondo le proprie esigenze, da quando è nato l’uomo ha cercato instancabilmente modi per non morire o, in mancanza di meglio, ritardare la propria morte.

Essere dotato di intelligenza, ha edificato un mondo popolato da artefatti intelligenti, sempre più sofisticati, volti a favorirne la sopravvivenza. 

I progressi scientifici e tecnologici (basti pensare al campo della medicina e alle sperimentazioni sull’Intelligenza Artificiale) sono forse la prova più possente della non accettazione della propria finitudine da parte dell’uomo e del tentativo di migliorare le proprie conoscenze su come combattere la morte.

Ma gli artefatti tecnologici sorti negli ultimi decenni, computer e internet, appaiono rivoluzionari rispetto a quelli che li hanno preceduti: a differenza degli altri, di natura squisitamente pratica (si pensi a una lavatrice o a un’automobile) essi assolvono a scopi conoscitivi e comunicativi. Ciò che rende il computer del tutto peculiare per potenzialità e conseguenze (alcune delle quali ancora ignote) è proprio la sua influenza sulla sfera cognitiva e culturale.

Se, per un istante, ci liberassimo dall’illusione antropocentrica con la quale siamo usi leggere il reale, ammetteremmo che il cyborg artificiale – creatura intelligente forgiata dall’intelligenza dell’uomo, ente disincarnato e sganciato dalla biologia – può essere considerato, nella catena del progresso, la naturale prosecuzione ed evoluzione dell’uomo.

Detto altrimenti, il cyborg naturale ha concepito un cyborg artificiale capace di superarlo.

Quali conseguenze ha tutto questo per l’umanità?

Va tutto bene. Andrà tutto bene. Dicono.

Fate un respiro, e proseguite.

Da quesiti di questa portata, che proverò a riassumere attingendo a piene mani dal lessico specifico del testo, parte la riflessione necessaria e quanto mai attuale sviluppata da Simone Belvedere nel saggio Mens Extensa. Illustri esperti hanno trattato una materia tanto complessa da risultare inaccessibile ai più, ed è qui che vengo al motivo di questa recensione.

Il dono prezioso che l’Autore fa a chi voglia immergersi nei meandri di questo testo è la fatica e la bellezza di sintetizzare in modo semplice e accurato secoli di riflessioni filosofiche su concetti quali anima, mente, corpo e le loro relazioni, fino ad arrivare alle più recenti indagini che intrecciano tecnologia, scienza e filosofia.

Sorprendendo persino me stessa, ho deciso di inaugurare la rubrica Rabdomanzie con un testo di saggistica e non di letteratura per un duplice motivo: da un lato, la fascinazione che le scienze cognitive esercitano su di me (in questo articolo la prova che non mento); dall’altro, il senso di eccitazione mista ad inquietudine che ha accompagnato la lettura di questo libro.

Provare un terremoto emotivo leggendo un saggio che parla di algoritmi, sistemi binari e Vita Artificiale, non è cosa da poco.

Io di computer non ne so molto eppure ho capito tutto: la sensazione è quella di essere stata presa per mano, accompagnata un passo alla volta da qualcuno che mi sussurrava all’orecchio: “ok, non è materia tua ma so che ti interessa, ti riguarda in quanto essere umano: è importante che, questa roba, tu la capisca. Ci penso io”.

Ecco, se un libro del genere mi ha appassionata come una pagina di letteratura o un film o io sono pazza o chi ha scritto ha fatto un ottimo lavoro. Entrambe le cose, certamente.

Proverò a condurvi nel viaggio senza dire tutto ma dicendo quanto mi serve per emozionarmi ancora, scrivendone. Altrimenti, che gusto c’è?

Consapevole del bagaglio, dividerò il viaggio in due tappe.

Partendo dall’antichità, planando a volo radente sui colossi della filosofia occidentale, Mens Extensa atterra con grazia sul XX secolo per affrontare il dialogo multidisciplinare instauratosi tra discipline scientifiche e filosofiche che trova forma compiuta nelle scienze cognitive.

Nate tra il 1950 e il 1960 le scienze cognitive sono la perfetta sintesi (della quale si sentiva davvero la mancanza) tra filosofia della mente, linguistica, intelligenza artificiale e neuroscienze. Avvalendosi del contributo di scienze e tecnologie, le scienze cognitive fanno in conti con il dualismo mente-corpo di cartesiana memoria che ha attraversato la storia del pensiero occidentale. Negli anni settanta si afferma una linea di pensiero definita funzionalismo computazionale: si parte dalla premessa che il computer è una macchina doppia: fisica in quanto hardware, non fisica in quanto software. Quest’ultimo, infatti, si basa su algoritmi che realizzano il programma, cioè “processi di trasformazione simbolica che non tengono conto dell’hardware e della fisica stessa, limitandosi a seguire le leggi della logica”. Alla luce della struttura della macchina-computer, emerge una metafora della mente come software implementabile da vari tipi di hardware: ed ecco che “i contenuti della mente riferiti al mondo esterno risultano spiegabili come processi computazionali”.

Il concetto di mente computazionale resiste fino alla fine del XX secolo ma è evidente come questa visione risenta ancora dell’antico dualismo mente-corpo.

Nel XXI secolo gli interrogativi sulla mente non trovano più risposte soddisfacenti in un simile dualismo che il sistema computazionale sembra ancora legittimare: una scienza cognitiva basata sul concetto di mente computazionale non considera infatti il cervello, e l’organismo in generale, che in nessun modo è divisibile dal concetto di mente. Negli ultimi anni si allontana la convinzione che le intelligenze artificiali possano aiutare a spiegare la mente umana: in primis perché mostrano “un’intelligenza diversa dalla nostra, per certi versi anche superiore, soprattutto per velocità e capacità di calcolo”; in secondo luogo, appunto, perché svincolano la mente dalla sua base materiale. Ricordiamo che nel computer software e hardware (parte fisica e non fisica) sono elementi scissi: non così nell’uomo.

Inoltre, i progressi nel campo della biologia hanno ridotto la distanza tra scienze biologiche e studio della mente e, contestualmente, le sempre più raffinate tecniche di neuroimmagine sviluppate dalle neuroscienze hanno permesso di approfondire i meccanismi che stanno alla base di fenomeni direttamente osservabili. Morale della favola: chi studia la mente oggi non può ignorare gli sviluppi della biologia e delle neuroscienze.

In che modo, allora, le tecnologie possono offrire risposte ai quesiti secolari sulla mente?

In una parola?

Simulazione.

I signori dell’Apocalisse, Parte Seconda

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa, Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

Guida pratica alle illusioni consapevoli. Una lista approssimativa

C’è stato un tempo in cui ho amato, più degli uomini, le parole. Mi rifugiavo tra le pagine come chi, ferito, battuto, riposa sulle disiate prode per proteggersi dall’assedio della vita. Vivevo quello che potrei definire “il duro tirocinio dell’autocoscienza che prepara alla vita”. E’ stato un tempo necessario per andare a fondo, guardare in faccia i miei demoni e risalire in superficie. Vittoriosa perché li ho accolti. Perché, oggi, so riconoscerli e dialogarli.

Amo gli esseri umani capaci di trasfigurare e rendere straordinaria la quotidianità. E forse, più della vita, amo le infinite possibilità che essa apre: quelle del pensiero, delle idee, e, naturalmente, del sogno.

Una volta mio padre mi disse: “ti sei costruita un mondo tutto tuo perché questo non ti piace abbastanza. Si vede che ti sta stretto, non ci stai bene”. Mio padre non è mai stato un gran lettore ma è un grande maestro di sensibilità e onestà dello sguardo. Il MIO maestro.

Credere che una pagina, mentre si scrive, si faccia vita: questa la mia fede incrollabile, senza la quale non sarei qui a pigiare tasti sulla tastiera e credere e sperare e sognare ancora mentre il mondo si logora e va in frantumi sotto il peso di rabbia, sconforto, disillusione. La sua, la mia. Che poi è lo stesso.

Se hai un desiderio, tienitelo stretto, non mollare la presa. Lo scrivo ogni giorno, più volte al giorno, per non dimenticarlo, per non perderlo. 

E voglio, anzi, esigo che questa penna sanguini fino ad esaudire ogni mio più recondito desiderio.

Mentre scrivo, ripenso alle parole di Anna Maria Ortese:

“La tragedia della mia vita (…) fu dunque nello scoprire quasi subito che tutte le cose – anche persone, volti, libri – erano vuoto e apparenza, erano immagini, la cui materialità e libertà erano tutte illusorie. Una sola cosa viveva veramente: il dolore e l’emozione dolorosa (metto fra queste emozioni anche l’amore e la gioia). Ben presto, dunque, io mi trovai a dovermi battere per una cosa – la vita – che era un abisso e una perdita. Lo sapevo, ma ciò non toglieva che dovevo battermi.” (A. M. Ortese, Corpo celeste)

E subito, in un dialogo inconsapevole, arriva il solito Cioran a controbattere:

“…distacco dal frutto dell’atto (…) colui che ne fosse veramente compenetrato non avrebbe più nulla da compiere, perché sarebbe giunto alla sola condizione estrema che valga, alla verità che annulla tutte le altre, denunciate come vuote, essendo d’altronde vuota essa stessa – ma di un vuoto cosciente di sé. (…) Quando si raggiunge questa verità limite, si comincia a fare una triste figura nella storia, che coincide con l’insieme delle verità d’errore, verità dinamiche il cui principio è, necessariamente, l’illusione. I risvegliati, i disingannati, inevitabilmente debilitati, non possono essere centro di avvenimenti, per la ragione che ne hanno intravisto l’inanità.” (E. M. Cioran, Squartamento)

Ed io, fiera di annoverarmi tra i “risvegliati, i disingannati”, consapevole dell’illusione, mi ritrovo a correre impazzita da una parte all’altra per decidere se battermi o ritirarmi. Corro. Salto. Mi dimeno. Oscillo tra sferzate di consapevolezza che mi intimano di paralizzarmi e cocci di sogno nascosti ovunque – sotto il cuscino, dentro i cassetti, ovunque, nascosti da me a mia insaputa, immagino – che, danzando, mi persuadono a seguirli. E si sa che le seduzioni valgono più degli ammonimenti.

Ci sono libri che mi hanno offerto una porta d’accesso privilegiata alla consapevolezza, necessaria anche quando dolorosa. Leggerli non mi ha impedito di sognare: ha solo offerto una via più solida  e concreta verso il sogno. Concreta, solida perché non ingenua.

Caduta l’illusione, non batto in ritirata: sono ancora qui che “perdo tempo” a sognare.

In un tempo, questo tempo, dove ci si dibatte tra gridare o sparire, voglio condividere una lista di libri (che a malapena si avvicina a quella completa) che, se li si lascia entrare, possono cambiare per sempre la percezione di noi stessi nel mondo e dischiudere infinite possibilità di sogno.

  • E. Cioran, La caduta nel tempo
  • E. Cioran, Sommario di decomposizione
  • E. Cioran, Un apolide metafisico
  • E. Cioran, Quaderni
  • C. Pavese, Il mestiere di vivere
  • D. La Rochelle, Memorie di Dirk Raspe
  • V. Woolf, Diario di una scrittrice
  • V. Woolf, Una stanza tutta per sè
  • Nin, Diari I, II, III, IV, V
  • A. Nin, Henry & June
  • R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
  • H. Taine, Etienne Mayran
  • G. Papini, Un uomo finito
  • Camus, Il mito di Sisifo
  • S. De Beauvoir, L’età forte
  • S. De Beauvoir, Una morte dolcissima
  • S. Weil – J. Bousquet, Corrispondenza
  • J. Bousquet, Tradotto dal silenzio
  • D. La Rochelle, Fuoco fatuo
  • J.K. Huysmans, A ritroso
  • E. Jabes, Il libro della sovversione non sospetta
  • E. Jabes, Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato
  • G. Manganelli, L’isola pianeta
  • F. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo
  • F. Dostoevskij, La mite
  • J. P. Sartre, La nausea
  • J. P. Sartre, Le parole
  • J. Berger, Sul guardare
  • F. Nietzsche, Umano troppo umano
  • E. Flaiano, La solitudine del satiro
  • A. Gorz, Lettera a D.
  • G. Bufalino, L’uomo invaso
  • M. Shelley, Frankenstein
  • A. M. Ortese, Corpo celeste
  • E. Vittorini, Conversazione in Sicilia
  • H. D. Thoreau, Walden
  • A. Dumas, La signoria delle camelie
  • I. Calvino, Lezioni Americane
  • I. Calvino, Gli amori difficili

In copertina: Il Mondo (acrilico, tempera e pastello su carta, 50×70)