Frantumi approda su Suite italiana

Riapre oggi la rivista letteraria Suite italiana che inaugura il nuovo inizio con l’articolo Psiche in mille pezzi e mondo onirico: una riflessione su Frantumi, una recensione della scrittrice Ilaria Palomba su “Frantumi”, Lekton Edizioni, 2021.

“Morgana Chittari è riuscita con Frantumi (Lekton edizioni 2021) a dare voce a una voce, anzi per l’esattezza a quattro, ciascuna delle quattro è suddivisa in più personaggi. Così è composto questo singolare libro di racconti e poesie sperimentarli, dove ogni voce, ogni brano è uno scorcio di presente, ma anche di altrove, di un disagio (oserei dire, freudianamente, della civiltà) più generazionale che individuale. Ricordi di famiglie d’altri tempi, bische di provincia, incontri amorosi di un istante (che sono poi incontri con sé stessi), giocatori d’azzardo, morti che tornano come spettri per presenziare al proprio funerale, storie di fughe dai propri più intimi desideri, amori infelici, ma soprattutto pensieri. È una scrittura fatta soprattutto di pensieri, e non è difficile scorgere in queste voci una fascinazione per certa letteratura e poesia viscerale, violentemente intima, lirica a tratti; penso soprattutto alla Nin, alla Pizarnik e alla Lispector, ma sorprendentemente alcuni racconti – il primo per esempio – mi hanno fatto pensare a Purdy, per il modo in cui l’osceno entra in scena stravolgendo e…”

La recensione continua sulla rivista letteraria Suite Italiana: https://suiteitalianalt.blogspot.com/2022/01/psiche-in-mille-pezzi-e-mondo-onirico.html

Dust to dust I gasp for air

“…arrendersi, no, ma,
fatti miei, alla fin fine,
che affondo in un amore da canzone:
che ogni sguardo mi è una rivoluzione…”

Michele Trevi, quindici anni, venti poesie. Stop. Fine. Uno qualunque, come te e come me. Tutti giovani tranne lui, tutti giovani tranne noi. Inesistenza che insiste e genera storia, assenza che è essenza dell’azione di chi resta. La morte, nel raccontare, è inizio di ogni cosa: della creazione e della creatura, mostro (s)fatto di brandelli “si erano mangiati a vicenda nel tentativo disperato di liberarsi”, brandelli di mille creature intrecciate l’un l’altra.

Come dopo aver letto Binari di Monica Pezzella, i muscoli dello stomaco mescolano le Voci con gli acidi e gli enzimi per disintegrarle ma pezzi di corpi schizzati fuori restano incollati alle pareti dell’intestino. Non vanno giù. Così ho messo in cuffia “Raise the dead” e “War” dei Bathory, in loop, ho riletto le poesie di Michele Trevi, qualche passaggio de “La Bella e la Bestia” e ho iniziato a scrivere.

“Dust to dust
I gasp for air
I scream for sight
and fight against
torment and dread
Calling the vengeance
I tear at the lid
and promise to raise
from the dead

Raise the dead

Chi è Mimì? Un corpo: la gobba. Una lettera: “B”.

Bestia basta bara. Come un singhiozzo, e Mimì infatti piange e spara e ad ogni lacrima, ad ogni colpo di pistola ti ficca la sua “b” in gola come un montante ben assestato sul busto, dritto al plesso solare, di quelli che quando arriva, letteralmente, ti spezza il fiato. E ti senti morire.

Con rigore geometrico e allucinato Mimì piange e uccide, uccide e piange, con quel nome, Mimì, che fa quasi tenerezza: una specie di miagolìo, squittìo pietoso, un suono squillante: Mimì.

Fa quasi ridere, quel nome, fa pisciare nelle mutande dal ridere. Che cazzo di nome per un boss, Mimì. Una cosa da niente, una nota stonata. Ma è dallo scarto tra suono e senso delle parole, è dal conflitto che nasce il grido, nasce l’orrore.

“è un soffitto ammuffito e senza voglia,
è una geografia di una qualche vita
lasciata non finita su una soglia,
atroce e uguale mentre tutto cambia –
e mai il coraggio di un colpo di grazia,
e mai il coraggio di un colpo di grazia.”

Chi è Veli? Il guardiano che è anche il prigioniero.

Veli gettato lì nel capanno come un sacco di munnizza, abbandonato, deve controllare Nicole, la sconosciuta alla quale sovrappone l’immagine della donna amata, Arianna, altra assenza alla quale un personaggio si rivolge.

Perché tutti, in questo libro, in un modo o nell’altro, parlano ai morti, passati e futuri, agli assenti, o agiscono per causa loro.

Ai vivi non c’è niente da dire, con i vivi bisogna agire: prendere la pistola, il coltello, e agire.

Anche le parole sono una maschera. Una forma altra della stilettata.

E che nome è Veli? Un suono delicato, che scivola, lento, quasi patetico nel suo dolore.

“nei corridoi liceali
dove c’è penombra di anime e cuori
e cazzi sui muri e banchi scheggiati

e le ore si contano e i passi pure
in ogni aula un pianto o una risata
e mai mai mai io mai così tanto vuoto
lontano crepato non so cos’altro
(sono una nazione invasa da chiunque
una canzone stonata da chiunque
truciolato mangiucchiato da chiunque
ma specialmente ovviamente da te”

Chi è Nicole?

Qualcuno da accusare, qualcuno da rinchiudere, qualcuno su cui pesano simulacri di altri corpi, corpo che muove pensieri e e azioni. Per lei Michele suo – così dice, così pensa Mimì, come un’ossessione – per lei si è ucciso.

Come Nicole anche Arianna è prigioniera – Nicole nel capanno, Arianna nella propria casa –  e come Arianna anche Nicole vuole fuggire. Su di lei Veli sovrappone l’immagine di Arianna, si diceva. Nicole è corpo-funzione: genera ricordi, pensieri, azioni, sensazioni.

Nicole è corpo che trema, che ha paura del ricordo del corpo morto di suo padre, non della propria morte: se anche sopravvivesse dovrebbe convivere con il pensiero del corpo del padre.

Suddenly powers comes
from within
Muscles and mind are
filled with wrath
I burst out in frenzy
powers of hell
and break up the
tomb and the dark

Raise the dead”

Chi è Marta? Madre, di Arianna e Michele. Un suono, qualcosa di duro con “tr” e “dr” dentro ma anche qualcosa di dolce con “ese” “ase” e “sf”: una pietra, madre, misteriosa, pietra di una cattedrale, con cui furono costruite “le chiese e le case più vecchie del paese (…) quella pietra che si sfarina appena la sfiori”.

Marta odia Arianna – madre che odia figlia, e non diciamo come – ma è solo una delle tante forme di odio.

Qui tutti hanno o cercano qualcuno da odiare, qualcuno da uccidere, qualcuno da amare.

“…eapers and vultures
Demons
stand up
and chime the bell

Raise the dead”

Dove si muovono, parlano e pensano i personaggi?

C’è una casa, una famiglia – per tutti casa e famiglia = rifugio, cura, protezione.

Qui casa, qui famiglia = abuso, sopruso, violenza, omicidio, canna della pistola in gola, sparo, bestia, bara.

C’è un capanno abbandonato, topi morti, wurstel scadenti e mele, spazzatura, un coltello, sangue, polvere, escrementi: il luogo meno sicuro diventa rifugio, luogo dove il gioco, la tenerezza, la cura tra due esseri umani – che non sono famiglia eppure per un attimo lo sono – sono ancora possibili.

Quali esseri umani? Veli e Nicole, guardiano in gabbia e prigioniera.

Dentro il capanno si sta al sicuro, almeno finchè le due linee narrative, quella dentro e quella fuori, si intrecciano: la bestia irrompe.

“A crack of thunder, a smell of death
the wind of mayhem blows
Heaven in its final breath
and God lose all control

Prayers for mercy cries for help
won’t stop the blasphemy
Our troops emerge the sacred throne
and the victory is complete”

Perché ho scritto?

Per liberarmi di questi personaggi e di queste voci che mi si appiccicano addosso come bava di topo, un topo che ha qualcosa che sa di tenerezza.

No, meglio, di delicatezza.

Michele, ragazzo poeta che vola come Birdman dal settimo piano, vola ma non si è mai schiantato: continua a volare.

Scrivo perché questo libro ha conquistato un lettore per niente facile (uno che non leggeva da tempo).

Perché? Gli chiedo. Per il ritmo, dice: è come un rif di chitarra.

Io sono una lettrice, non conto; ma se un musicista dice che in questo libro si sente il suono delle parole significa che è vero. E questa volta, su questo libro, siamo tutti d’accordo. Abbiamo tutti ragione. È una cosa bellissima: avere ragione, intendo. Significa che questo libro è arrivato dove doveva arrivare. A tutti.

Scrivo pensando alle voci di Faulkner in Mentre morivo.

Scrivo pensando a come questo romanzo sia stato scritto: per essere divorato, fagocitato, ingurgitato come una puntata di Black Mirror, tutto e subito, forgiato nel ritmo sincopato dei nostri giorni, in quella danza indiavolata che è il nostro fruire i prodotti seriali, l’arte, la vita.

Un ritmo spezzato, ossessivo, fatto di personaggi creati per esistere fuori dalla pagina. Come lui

Michele Trevi.

Andrea Donaera padroneggia i dialoghi, e il loro alternarsi con i monologhi interiori, in modo straordinario. Non ho mai letto uno scrittore contemporaneo che sappia farlo con tanta leggerezza.

Penso che Andrea volesse che ricordassimo che questo libro è nato per la scena, per il teatro: non c’è pericolo che ce ne dimentichiamo.

Anche Andrea, come Michele, ha deciso di esistere dentro e fuori/oltre la pagina e sembra dirci, come scrittore: la scrittura deve tener conto dei tic interiori dell’epoca frantumata che stiamo vivendo e un libro, se “pretende” di essere letto oggi, deve trasformare questi tic in segno grafico sulla pagina e portare dentro il libro le forme di narrazione che libro non sono.

Andrea è scrittore-mente pensante-aggregatore culturale: lo seguo da qualche tempo, sento che parla un linguaggio che molti che non scrivono possono capire per poi arrivare ad altro. Andrea dice “ca**” e ride (ho provato a contare le volte in cui dice “ca***” e ride nel suo meraviglioso podcast ‘Ntrame, ho perso il conto) e non lo fa per posa, per fare il giovane o per sentirsi giovane, per strizzare l’occhio a qualcuno: parla come pensa, traduce dal dialetto (dice) e intanto cita Gospodinov e Amelia Rosselli con disinvoltura.

È uno che sa perché scrive e cosa significa scrivere in termini di perseveranza e dedizione ma è anche, lungi dagli stereotipi dello scrittore elitario, uno che non ha rinunciato a dialogare con le ferite-persone del presente e dar loro dignità nei libri.

La morte è disseminata ovunque nel suo libro: morte fisica, violenta, morte veloce o lenta, inesorabile, morte che genera vita e genera storia.

La morte fa scrivere. L’arte nasce dalla paura della morte e nasce per sfidare la morte, giocarci al biliardino (non a scacchi, troppo intellettuale).

“Io sono la bestia” è una discesa agli inferi ineluttabile, senza risalita, senza morale e consolazione finale (ché in letteratura morale e consolazione sono la cosa peggiore).

Andrea Donaera infila dentro la sua storia i mostri che percepiamo come vicini, possibili, umani troppo umani proprio perché ce ne mostra le crepe e le incrinature.

La bestia sono io, la bestia sei tu. Se tu vuoi sopravvivere devi essere più bestia della bestia.

Alla fine del libro tutto ricomincia dal punto in cui era iniziato. Come ho scritto per il romanzo di Monica Pezzella, Binari. L’inizio dalla e nella fine.

Senza finire.


“…e in tutte le piazze ti vedo, e spero,
di smetterla coi sogni
di te stesa bocconi
uguale a me: che ti amo
perché non amo me,
ma io non ho che me.”

Il libro del quale non ho fatto la recensione è “Io sono la bestia” di Andrea Donaera, NNE Editore

Brani musicali citati (in inglese):

Bathory, War; Bathory, Raise the dead

Frammenti citati (in italiano):

Michele Trevi – Quaderno d’addio
20 poesie alla Bella N.

Immagine di copertina: Poster dei Bathory (citato nel libro di Andrea Donaera)

L’arte di chi nasce nel posto sbagliato o nel momento sbagliato o l’arte di sentirsi sbagliati

*L’articolo contiene frammenti della conversazione con Anna Lui in occasione della presentazione presso L’Osservatorio Figurale di Milano (21 ottobre 2021)

Letture dell’attrice Lorenza Cervara*

Cosa significa recuperare il grande nel piccolo, la società nell’individuo?

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

“Frantumi” nasce dal mio essere persuasa che i piccoli corpi e le loro ferite siano realmente simbolo del grande corpo sociale. Mi è capitato di incontrare esseri umani straordinari, nella vita e nei sogni. Il vantaggio della scrittura è che vita e sogno si mescolano, diventano la stessa cosa: mentre si scrive spesso si perde il confine tra ricordo e invenzione, ed essendo una persona incline a non accettare il reale così come mi viene offerto, è questa la caratteristica che amo dello scrivere. La diversità e la straordinarietà dei personaggi che ho scelto di raccontare, pur nella loro semplicità (Il Professore, a ben guardare, potremmo incontrarlo che dorme all’ingresso del discount vicino casa nostra), diventa ricchezza per chi li incontra: sono personaggi che, nell’istante in cui varcano una soglia, muovono lo spazio e i sentimenti di chi li incontra.

Mentre nella vita la mia lotta quotidiana per sopravvivere consiste nel trasfigurare ogni cosa o persona (apparentemente) banale, questi personaggi nel testo mi si sono offerti come naturalmente straordinari: è come se non facessero fatica ad essere come sono.

Quando si scrive bisogna distillare l’essenza delle umanità che si descrivono. Andrea, Libero, La Sciantosa, il Professore: sono tutti personaggi naturalmente interessanti e fuori dagli schemi e credo che, se uscissero dal mio libro per vivere di vita propria nell’immaginazione di chi legge, come spera faranno, continuerebbero ad esserlo.

E sono tutti, irrimediabilmente personaggi rotti dentro.

Come persona che vive e che scrive sono da sempre più vicina agli ultimi, a chi ha la tentazione di cadere, a chi è prossimo all’abisso o a una crisi di nervi.

Per sensibilità, non per scelta. Nelle storie c’è una lotta continua contro la mia – e la loro natura – ma non sono di quelli che credono che “ce la possiamo fare”, che si può sempre vincere se solo lo si vuole. La riuscita o il fallimento di un essere umano dipendono da troppi fattori, inclusa la fortuna.

Presentazione Frantumi, Milano
L’Osservatorio Figurale – 21 ottobre 2021

Mi sono chiesta, scrivendo: che fine fanno quelli che non ce la fanno? Quelli che non hanno voce? Quelli che per un brutto tiro della sorte sono caduti troppe volte e non hanno più voglia di rialzarsi? Anche loro vanno legittimati. Nella vita spesso non ricevono questo riconoscimento, questa legittimazione. Nelle storie, sì, questo si può ancora, e sempre, fare.

Sono invisibili, non esistono, scompaiono: sono straordinari e nessuno li vede.

MAGARI SONO NATI NEL POSTO SBAGLIATO, NEL MOMENTO SBAGLIATO OPPURE CONOSCONO LE PERSONE SBAGLIATE O, NON DI RADO, LORO STESSI SI SENTONO SBAGLIATI.

Credo che questo “sentirsi sbagliati” sia qualcosa che tutti noi, chi scrive e chi legge, siamo in grado di comprendere. È di queste umanità ferite che mi interessa raccontare. Questa passione arriva da lontano, dalle mie letture dei classici, testi come

“L’uomo che ride” di Victor Hugo, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Ewald Tragy” di Rilke

solo per citare alcuni degli autori che più hanno influenzato la mia scrittura in quella fase delicatissima di ogni lettore che è la ricerca di toni, atmosfere, temi che inchiodano alla pagine.

Queste letture, e la scrittura, l’urgenza della parola che esplode dall’atro fondo dell’anima, nascono forse dal “semplice” fatto che io stessa, come essere umano mi sento sempre più vicina al collasso più che al successo.

Presentazione di “Frantumi” a Milano: foto di Carmine Fotografie

“Se sono fortunata il mondo va in frantumi o finisce sottosopra”

“Ok Morgana, facciamo un video su cos’è per te la scrittura.”

“Un sacco da boxe lo abbiamo?”

“Sì.”

“Ok, allora. Facciamolo.”

Booktrailer di “Frantumi”

Regia: Morgana Chittari – Simone Belvedere

Fotografia e video editing: Carmine Prestipino

Testi: Morgana Chittari / Adattamento Salvo Velardita

Attori: Morgana Chittari

Musiche originali: Carmine Prestipino Shattered Part 1 / 2

Per la location un ringraziamento speciale a Rugby I Briganti ASD Onlus – Librino

“Perché scrivere?

Per non pensare al dolore. O per pensarci tanto da dimenticarlo.

Si scrive per ingannare la morte. O per sedurla, che poi è lo stesso.

Ma per lo più si incassa e si va al tappeto.

Le stelle non cadono, gli esseri umani sì.

Chi scrive spesso lo fa nonostante la vita, nonostante tutto. Si fa beffe di tutto: della vita, della morte, di se stesso.

È un Icaro che si esalta perché crede di poter volare. E continua a crederci anche quando si schianta al suolo. Anche quando cade a pezzi.

È abbastanza per essere un Sisifo felice.”

Il booktrailer di “Frantumi” è disponibile sui canali della Lekton Edizioni

👉YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=5IbExWLcRP8

👉Facebook https://www.facebook.com/lektonedizioni/videos/573778230724095

Dal 23 settembre “Frantumi” è disponibile in libreria e ordinabile sul sito e sui canali social di Lekton Edizioni (spedizione gratuita)

👉https://www.lektonedizioni.it/…/rapsodie…/frantumi/Lekton Edizioni

Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

Per il mio trentacinquesimo compleanno ho salvato qualche ricordo dal ventre sfatto di case che non abiterò mai più. Chili di carta e oggetti tra i sommersi.

Tra i salvati, alla rinfusa: Il corvo e la sua colonna sonora, il diario di una sfollata a Sarajevo, It, Jack Frusciante che pedala tra i colli bolognesi, il naso rosso di Miloud Oukili e i Randagi di Bucarest, Eric Fromm, Il libro dei sogni, Christiane F e i ragazzi dello zoo di Berlino. E poi Bowie, i Sex Pistols, tutto dei Cure e quasi tutto che ricordi gli anni ’80. E poi Julien Sorel, la prima volta di ogni cosa, la letteratura francese, Mary Shelley, Jeckyll e Hide, Rocky I, Rocky II e Rocky III (passi anche il IV, per fanatismo).

Ho dieci anni la prima volta che guardo “Il corvo”. Non so cosa significhino parole come stupro e violenza però le scrivo. Scrivo che “dei delinquenti hanno stuprato e violentato” (ridondante ma per amor di efficacia) Shelly Webster nella Notte del diavolo, che il suo fidanzato Eric è tornato dal mondo dei morti per vendicarla. Eric mi piace – mi piace come si veste, mi piace che sia tornato dal mondo dei morti, mi piace che sia un giustiziere – e scopro che Eric è Brandon Lee, e scopro che Brandon Lee è morto a tre giorni dalla fine delle riprese ucciso da una pistola che non era – avrebbe dovuto essere – caricata a salve. La storia di Eric e quella di Brandon si fondono e confondono nella mia mente di bambina: comincio a credere che tra finzione e realtà ci siano slittamenti e oscillazioni degne di nota. Scivolo da un piano all’altro e guardo il film molte altre volte. Quel film mi ossessiona, mi fa capire delle cose per via di emozione. Ossessione è anche una cosa che piace e disturba, della quale non puoi fare a meno. Devo liberarmi, così scrivo. Scrivo il riassunto del film su un vecchio quaderno. È così che faccio con i film che mi ossessionano: li riguardo, scrivo i riassunti, li riguardo.

Un po’ di numeri.

Tra i dieci e i quattordici anni riguardo “Il corvo” ventiquattro volte, credo.

Ho la videocassetta, poi il dvd masterizzato, poi il cd della colonna sonora ma lo perdo, poi il dvd originale e lo perdo.

L’ossessione di bambino contiene il germe della passione adulta? Da bambini non sappiamo – quando ripetiamo un gesto, una parola – che quel ripetere, insistere, amare e non stancarsi mai di qualcosa è già destino.

A dieci anni leggo “It”.

Quel nome che senza nominare dice tutto, contiene tutto. Ma il pagliaccio non fa paura: mi piace e mi disturba. Mi ossessiona. Mi convinco che le avventure di bambini siano una faccenda terribilmente seria. Resto abbacinata dalle pagine che King scrive sul rituale dell’amplesso di gruppo. Le sento addosso, mi fanno pulsare il sesso. Questo sì, fa paura. Il film censura questo ed altri rituali contenuti nel libro. Mi sento quasi sollevata.  

È il 1992 quando John Frusciante lascia i Red Hot Chili Peppers all’apice della popolarità. Uno scrittore ruba il fatto per il titolo del suo libro. È il 1999 e ho 13 anni quando leggo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Leggo di Alex e Martino e mi viene il dubbio che morire sia un modo per uscire dalle cose.

Bologna, 1992. Alex D, diciassettenne figlio modello della buona borghesia, ci pensa ed esce anche lui dal gruppo, come John. Lui è Jack del titolo, cioè Jhon. Alex che rompe gli schemi – mi piace Alex, anche io voglio rompere le cose ma mi sento piccola e sciocca a desiderare cose del genere. Così mi limito a leggere. Alex pedala come un disperato sui colli, ascolta i Sex Pistols,  vede morire un amico, Martino. Io non sono Alex, penso. Sono Martino. Martino che non ce la fa più, Martino che si toglie la vita, Martino che scrive una lettera al suo migliore amico per dirgli cosa prova: anche lui voleva fare “un salto fuori dal cerchio”. Il salto più lungo è il per sempre del mai più. Alex fa una scelta diversa, continua a vivere e allora io sono come Alex: voglio vivere, penso che si possano rompere gli schemi pur restando vivi – aver letto aiuta – ma ancora non ho la stoffa di chi sa affermare la propria volontà, la propria personalità. Aver letto aiuta ma non è abbastanza.

1998. Vera, la professoressa di Italiano, mi regala il “Diario di Maja” di Nenad Velickovic, un libro rimasto con me per ventitre anni superando traslochi da sud a nord, da nord a sud nelle mie dodici – forse tredici, quindici, ho perso il conto – case.  Vagando, mi portavo dietro il romanzo di una sfollata. La guerra civile jugoslava e l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta raccontato attraverso gli occhi di un’adolescente. La sua famiglia, insieme ad altri sfollati, si rifugia in un Museo di cui il padre è direttore e lì, al riparo dalle granate, questi corpi restano rinchiusi, in gabbia.

“Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra”, dice Maja cercando le ragioni di un conflitto che non comprende, divenuto ormai la normalità. Comincio a intuire anch’io, chiusa “sotto”, dentro una stanza, che “sopra”, fuori, c’è la “guerra”. Comincio a intuire che gli esseri umani sono pazzi e cattivi ma Maja è brillante e ironica, scherza su tutto, anche sulla tragedia, con delicatezza. C’è posto per la speranza quando si può ancora raccontare una storia, penso.

Arriva il 2000. Ho 14 anni quando partecipo all’assemblea d’istituto più importante della mia vita. Il classico va allo scentifico ad ascoltare Miloud Oukili, il clown che ha salvato i ragazzini romeni dalle fogne e dalla droga. Miloud racconta di quando è arrivato a Bucarest, nel 1992, tramite un’associazione francese di volontariato: non arriva per restare. Però perde un treno – fatalità –  e resta – desiderio segreto che preme. Alla fine dell’assemblea compro un libriccino che racconta la storia di Miloud: “Randagi”, si chiama. Lo divoro in lacrime, decisa a cambiare le sorti del genere umano. Inizio a preoccuparmi dei “randagi” di tutto il mondo. Sogno di partire per la Romania ma non ho un soldo. Mi sento misera e inutile, come solo un adolescente può sentirsi.

Chi sono i “Randagi”?

I bambini senza futuro, gli adolescenti con la faccia di bambini e le mani impastate di colla. Bestie, per tutti. Reietti. Miloud è l’adulto rimasto bambino e i bimbi sperduti di Bucarest li ascolta, ascolta le loro storie, vive con loro nelle fogne, visita i loro orfanotrofi sozzi. Regala loro una possibilità, un senso, uno scopo. I senza amore-senza scopo-senza futuro diventano membri dell’Associazione Parada. La carovana di clown autodidatti guidata dal naso rosso e le scarpe gialle taglia 50 di Miloud parte dalla Romania e fa il giro del mondo. I bimbi sperduti fanno vorticare in aria palline e birilli, alcuni sono bravi persino con i trampoli. Chi può dire la differenza tra un mestiere, un gioco e lo scopo di tutta una vita?

Chissenefrega, i ragazzi hanno una ragione per vivere.

Miloud li toglie dai sotterranei e li porta in superficie, sulla strada ma non quella sporca e violenta. La strada degli artisti, la casa mondo di chi fa arte. “Randagi” parla di esseri umani perduti, di una città senza speranza e della speranza che arriva in città.

“E’ così brutta che finisce per piacerti. E’ così desolata da prenderla per mano e starla a coccolare. Bucarest, per quanto assomigli ad un vecchio cappotto che vorresti cambiare, è abitata da ragazze che sembrano pallide fate, di nebbia e cannella, chiare come mezze lune, sottili e divorate dal vento. Sulle sue strade camminano uomini che nascondono nelle tasche sogni così accartocciati da sembrare inesistenti, è calpestata da gambe pesanti che hanno sempre marciato come un militare, ed è toccata e accarezzata da mani che non le sanno ancora dare piacere. E’ malconcia, pure un po’ abbrutita, ma sulle sue strade, lungo i suoi marciapiedi, tra le sue case e i suoi balconi, c’è l’aria di un temporale che non vuole passare, come se la gente si fosse attaccata alle nuvole per non permettere che il sole caschi per terra.”

Ho 16 anni quando rubo di nascosto “L’arte di amare” di Erich Fromm dalla scarna libreria di casa. Accanto ci sono Freud, “Il libro dei sogni”, e Christiane F: prendo anche quelli.

Freud lo leggo alla luce del giorno, Fromm e Christiane F li sfoglio di nascosto.

Leggo il libro e guardo il film sulla vita dei ragazzi dello zoo di Berlino. La colonna sonora di Bowie mi piace ma quel libro e quel film sono un pugno allo stomaco. Riascolto Bowie e divento fanatica degli anni ‘80.  Da allora e per sempre. Di nascosto da me stessa, la notte, apro qualche pagina a caso. Christiane F mi piace e mi disturba. Mi spaventa il potere e il fascino che quel libro esercita sulla mia mente. Le storie di Detlef, Babsi, Stella, Axel e gli altri mi sembra di conoscerle bene senza averle vissute. No, certo che le ho vissute. Potrei finire male, da un momento all’altro, se non sto attenta. Sempre vicina al collasso. Anche se non fumo e non tocco alcol, a differenza dei miei compagni, sono più prossima all’abisso di quanto loro potranno mai esserlo. Sono io, il mio buco nero. Mi spaventa l’idea di perdere il controllo. No, mi atterrisce la paura di essere scoperta e punita ma vorrei perdere il controllo. No, ho perso il controllo nell’istante in cui ho aperto quel libro. Non si torna indietro da certi libri.

Allora leggo Stendhal e finisco per perdere il controllo. Il rosso e il nero, un’idea precisa di amore, e da lì tutti i classici della letteratura francese. Balzac e la commedia umana per sempre, Hugo e l’uomo che ride, Hugo e i miserabili per sempre. Ma anche gli scapigliati, la dannazione di Fosca e ogni piccola cosa scritta da Tarchetti. Ambizioni, cinismo, ipocrisia. L’amore e l’amoralità di Julien Sorel mi rivelano tutta la verità nient’altro che la verità definitiva sugli esseri umani. Passione e morte. Rosso e nero. Ai tempi ero innamorata, senza speranza di essere ricambiata, di un milanista sfegatato. Ma questa è un’altra storia. Però c’entra, forse. Tutto è connesso. L’amore è passione e morte.

Per amare devo morire d’amore? Una vita difficile ma intensa. Entro nella mente di Julien Sorel. Je suis Julien Sorel. E sono anche Madame de Rênal, e Mathilde. Posso essere amante e amata, posso essere una cinica arrivista, una nobildonna innamorata, finire in prigione, essere uccisa.

Stendhal è un fiume in piena, non mi lascia il tempo di dormire.

Quando, poco dopo, incontro Mary Shelley piango per la creatura e capisco le ragioni del creatore, quando resto sola con Jekyll non gli dico quello che Hide mi confessa. Sotto sotto mi piace Hide e mi piace fingere di giocare a fare Dio. A chi non piace?

Capisco che la vita è dolore e quando me ne accorgo l’adolescenza è finita da un pezzo e forse è colpa dei libri se ho perso la verginità. Non parlo del sesso ma di aver letto parole che mi rivelavano con onestà quello che tutti gli esseri umani tentavano di nascondermi con ipocrisia.

L’ambiguità tra bene e male è la frattura che si consuma in ogni essere umano. Ogni persona si studiava di nascondermi la verità, i libri mi dicevano tutto ciò che avrei dovuto sapere, mi preparavano all’umano errore.

Poco dopo avrei iniziato a sperimentare tutto questo nella vita, nelle persone.

Decisi che non sarei rimasta sotto, non sarei rimasta dentro, non sarei affogata nel mio stesso buco nero. Avrei fatto come Alex, come Maja, come Il corvo col coraggio di chi fa parte da sempre del club dei perdenti e, quando il gioco si fa duro, non scappa e prova a uccidere il mostro.

Fonte immagine di copertina: https://leganerd.com/2018/06/04/il-corvo-jason-momoa-abbandona-il-progetto-e-si-scusa-con-i-fan/

Tutte le immagini sono attinte dal web.

Lo scrittore è un giullare che cade a pezzi. “Le Parole dei Libri” inizia dai cocci di Binari, Brama, Blu

Lo scrittore è un giullare e chiede al Mondo: “diteci, vostra maestà, cosa dovremmo raccontare?”

In uno spazio-tempo slabbrato, che si frantuma, dove gli umani sono cocci, c’è ancora qualcuno che critica i libri che parlano di individui e mondi interiori – dateci le grandi imprese, dateci le grandi persone! – libri che pongono al centro della “storia” – ed è già sorprendente riuscire a imbastire sopra i cocci una “storia” con tanto di fine-svolgimento-inizio (no, scusate, al contrario) – l’intimità, le emozioni, il volto allo specchio.

Cioran li chiama “monadi impazzite”, questi individui che cadono a pezzi.

Come se ancora servisse ricordare che da Svevo e Pirandello in poi tutto è cambiato – all’incirca, non sono poi così sicura, non sono sicura di nulla di quello che dico, correggetemi se sbaglio – e per sempre. Può andare peggio, pensavamo. Ed è esattamente così che è andata.

Nella letteratura, oggi più di ieri, è l’individuo che conta, il modo in cui filtra il reale attraverso gli occhi gonfi di lacrime, le ferite e la propria storia personale.

Io amo i libri di carta ma spesso mi ritrovo a dover constatare che il racconto del nostro tempo non lo fanno i grandi romanzi ma gli adolescenti da milioni di followers su youtube: alcuni di loro – non tutti, per carità, non tutti, non datemi addosso (ehi, sono sempre quella che ama i libri di carta!) – parlano meglio di chiunque altro, attraverso la musica o le arti performative, di temi brucianti come il bullismo o l’identità di genere. E sì, parlano alla loro generazione ma è a me, alla mia generazione, agli adulti in generale, che hanno qualcosa da insegnare. Se volete capire di cosa parlo, guardate un video di Madame, la canzone “Voce” (non è il mio genere – sono una da Cure, Smiths, Queen, Black Sabbath, musicalmente sono ferma agli ’80-’90 – e non ho visto Sanremo: non posso farcela, è troppo anche per me che sono di larghe vedute, perciò ringrazio un’amica per la segnalazione).

La sola cosa che gli scrittori possono (e devono) fare meglio degli youtubbers (si scrive così? Scusate ma non sono una iutubber), in un tempo frantumato di umani che cadono a pezzi, è parlare di questi cocci, delle pulsioni sordide e inconfessabili che si agitano in ciascuno di noi – dentro, in fondo, nel buio, dove non si vede – e farlo con un feroce labor limae sul ritmo delle frasi e sulla scelta delle parole: che siano parole cercate, volute, scartate e ripescate. “Esiste una sola parola adatta per ciò che voglio dire”, dice Annie Ernaux in un’intervista al Corriere. Scegliere le parole, il ritmo giusto della frase, raccontare il “reale individuale”, le piccole storie di falliti e sognatori erranti, le relazioni tra esseri minimi che si percepiscono come insignificanti, ininfluenti nella Storia (e lo siamo, e lo abbiamo accettato, forse, dopo quest’anno) e farlo attraverso un filtro che amo definire “balzo oltre il reale” (questo esercizio di finzione, io credo, insieme alla scelta delle parole, è ciò che innalza al livello di arte la narrazione): il fantastico, il sogno e l’incubo, il surreale che accade, come quando guardi i rami di un albero e all’improvviso il tronco apre la bocca e ti fa entrare, o cadono i fiori arancioni dalla carta da parati e tu li afferri e li divori e sanno di cioccolato fondente o la nuvola mette i piedi per terra e comincia a rotolare e tu ci finisci dentro e sei nella tana del bianconiglio dove la regina digrigna i denti e ti morde il collo. Cose del genere. Ma va bene anche altro, anche cose migliori (erano le prime che mi venivano in mente, scusate). Ma che abbiano la forza dell’incubo, delle cose realmente inesistite, impossibili, che sfuggono al controllo degli esseri umani miseri e senza potere che siamo. Impossibili perciò necessarie.

La sola consolazione è che né le pandemie né il carcere forzato potrebbero togliere all’essere umano la capacità di immaginare. Quindi ogni scrittore che voglia dirsi umano e voglia parlare ai suoi sodali non dovrebbe mai smettere di fare la fatica che i suoi simili non fanno fino in fondo: guardarsi dentro, sprofondare e poi risalire con le lordure, uscire nel mondo e trasformare attraverso l’immaginazione. Capisco la difficoltà ma è un dovere “sociale”: nessuno chiede a nessuno di scrivere. Potresti benissimo fare l’allenatore di calcio della nazionale (potresti, giuro che potresti!) o la ballerina di burlesque (se avessi il corpo giusto, è quello che farei. Un sogno segreto. Ma non ce l’ho, il corpo giusto, perciò mi chiudo in camera e scrivo). La cosa più difficile potrebbe essere farlo nel quotidiano. Allora darsi una regola, una disciplina: una cosa tipo “immaginare/sognare per venti minuti, tre volte al giorno”. Guardare un film di Lynch o la sua intervista a una scimmia. Leggere un fumetto di Dylan Dog. Cose così. Guardare e forzare il reale ad essere altro da sé.

Gli adolescenti non stanno bene ma sono migliori degli adulti e hanno qualcosa da insegnare agli scrittori quando trovano un modo alternativo, fuori dagli schemi, per gridare il loro dolore e comunicare, condividere delle emozioni. Lo scrittore migliore, per me, è un bambino e insieme un adolescente che porta addosso il peso e la consapevolezza dei suoi cento anni. Non ha mai l’età che dichiara di avere – non guardate le biografie degli scrittori prima di leggerli, non fate loro questo torto: leggete le loro parole! – e sa troppe cose, pensa troppo, ne ha viste troppe (spesso solo nella propria mente) cose che voi umani – l’orrore! L’orrore! L’orrore! – e quindi le può raccontare. Le deve raccontare. Quantomeno per liberarsene.

È così che, senza la pretesa di influire sulla Storia, influisce sulla vita di una persona, una o due al massimo magari, specie se non è famoso e non è pubblicato da colossi del mercato editoriale. Ma è grazie a questo dono che ha cambiato la storia, e la vita, di uno o due persone (dai, facciamo che siano tre, dieci, cento, mille…aiutiamo gli scrittori che se lo meritano, ricordando che la maggior parte di loro non ha le doti comunicative di uno iutubber).

Ho inaugurato per il progetto La Lupa l’iniziativa Le Parole dei Libri proprio con questo scopo: raccontare in maniera istintiva e labirintica (diversamente non so fare, e credo questo articolo ne sia la dimostrazione) i libri degli scrittori del mio tempo che, con le loro parole, hanno influito come forse mai avrebbero immaginato sulla mia storia personale. E raccontare le loro pagine attraversando le parole che ritornano ossessivamente nella loro Voce.

Anche per dire loro Grazie. Nessuno dice Grazie a chi scrive mentre scrive. Bisogna dire loro Grazie non tanto per i libri che hanno già scritto ma per quelli che stanno scrivendo in questo momento. Sperando che continuino a scrivere. Perché trovare una Voce, ad ogni livello (non solo nella scrittura) è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere nella vita di un essere umano. E il fatto che loro ci siano riusciti proprio mentre cadevano a pezzi, come tutti noi, è una dimostrazione di coraggio che fa ben sperare. I loro libri sfondano spesso il muro del reale, non sono mai banali e sono scritti bene, con rigore e amore per le parole.

Il primo appuntamento dell’iniziativa è stato una diretta sgangherata dedicata a tre scrittrici Monica Pezzella, Ilaria Palomba, Giorgia Tribuiani. I libri: Binari, Terrarossa edizioni; Brama, Giulio Perrone Editore; Blu, Fazi Editore.

Perlopiù improvviso. Spero di migliorare col tempo. Ma sono felice di aver iniziato con queste tre Voci straordinarie. Sapevo che la forza dei loro Libri avrebbe compensato la mia inettitudine ai social.

Le recensioni e le interviste ai libri le trovate online. Qui ne linko tre per chi volesse approfondire:

Monica Pezzella, Binari

Ilaria Palomba, Brama

Giorgia Tribuiani, Blu

P.S. Quasi sempre dico “scrittore” come direi “poeta”, quando non mi riferisco a persone specifiche.

Chi mi conosce sa perché non sento il bisogno di specificare. Ci siamo intesi. Gli altri possono sempre chiedere o leggere qui.

Voce del Verbo Rileggere_Demolire_Non Finire

Dopo aver comprato dal Signor Pescebanana il Genji monogatari, romanzo colossale della letteratura giapponese scritto nell’XI secolo dalla dama di corte Murasaki Shikibu, dovrò affrontare un duro periodo di astinenza dall’acquisto compulsivo di libri.

Per mia fortuna sono una rilettrice, una che legge e viviseziona le parole, e negli anni ho accumulato milletrecentocinquantadue libri – in fondo, chi accumula libri è uno che si porta avanti, un pò pazzo e un pò profeta, uno che ha già e sempre previsto catastrofi e pandemie – milletrecentocinquantadue libri che aspettano solo di essere riletti o completati.

Non è per il cibo che ora devo risparmiare, a quel punto non siamo ancora arrivati, ma per i medicinali. Il mio corpo, come annidato qui Sulla Quarta Corda tra le righe, ha bisogno di cure e riguardi quotidiani, oggi più che mai.

Non è star male che dispiace, e nemmeno finire, ma vivere senza vigore, senza poter leggere e scrivere.

Quelli che rileggerò sono testi scritti perlopiù tra Settecento, Ottocento e prima metà del Novecento.

Ho bisogno di recuperare uno scarto tra il linguaggio stantio, trito e consunto che la gente quasi sempre parlando – sui social, nella vita, cioè ancora sui social – si ostina a usare e l’eufonia della parola cercata, scelta per il suono, accostata ad un’altra per le seduzioni che essa dischiude.

Appena potrò tornare a spendere per i libri c’è una lista speciale da esaudire. Gli autori dei libri in questione sono tutti vivi, per nostra fortuna li si può leggere anche online o in riviste da loro fondate, eppure si collocano oltre il confine angusto di questo spazio e di questo tempo. Sono grata a loro che scrivono, sono grata agli editori che li pubblicano. Accanto ai titoli riporto le case editrici perché ne verrà fuori una mappa (minima, incompleta) della vera letteratura, quella che fa un balzo oltre il consueto, che oggi sono rimasti in pochi a fare.

Ilaria Palomba, Città metafisiche, Ensemble

Anne Carson, Economia dell’imperduto, Utopia

Giordano Tedoldi, I segnalati, Fazi

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland

Ezio Sinigaglia, L’imitazion del vero, Terrarossa

Graziano Graziani, Taccuino delle piccole occupazioni, Tunuè

Giulio Mozzi, Le ripetizioni, Marsilio

Cataldo Dino Meo, Vandalica

Giulia Maturani, Sogni d’amianto, Eretica

Stefani Redaelli, Beati gli inquieti, Neo

Filippo Tuena, Stranieri alla terra, Nutrimenti

Ce ne sarebbero altri ma mi limito ai più urgenti. Non aggiungo alla lista, perché già sul mio scaffale, letto, riletto senza regole, l’inizio dalla fine, Binari di Monica Pezzella, ancora Terrarossa Edizioni, una delle scrittrici viventi che se ne fotte di strizzare l’occhio al lettore e ti fa venire voglia di leccare e mordere le sue parole.

Premetto che scrivo questo post anche perché vorrei che la mia lista si arricchisse, in questi mesi.

Lo stile e l’umore dei libri che cerco ha avuto illustri precedenti per delinearsi.

Se avete suggestioni, sarò felice di accoglierle.

Intanto, c’è un altro libro che dovrò rileggere, ed è il mio.

Il manoscritto è nato pronto, dice l’Editore – che è Uno, anzi UnA, anzi Due, Una e Trino – che non ha paura di dire le cose in faccia per come le vede, dure e crude, e lodarti quando sono belle, le tue parole.

Scritto in pochi mesi, questo libro ha avuto bisogno della vita vissuta e mancata, dei sogni e degli incubi dei dieci anni precedenti per farsi Corpo.

Ha avuto bisogno di quel dilettevole gioco di “imitazione”, smontaggio e assemblaggio, previe scosse di assestamento, che chiamo “rifare i grandi”: quel gioco per cui si scrive senza dimenticare le parole che ti hanno nutrito e, mentre si scrive, si demolisce un universo ideale, si fa a pezzi se stessi, monadi impazzite ricomposte dalla brama di stupore, per edificare un mondo che sia nuovo, un mondo nel quale sentirsi, per la prima volta, la persona giusta nel posto giusto.

È una cosa piccola e imperfetta, per questo la amo. Ma grande nella sua onestà, che è verità privata del patetismo e copiosamente ironica.

È solo un inizio che non finisce, e ha il sapore della prima volta. Perciò, quando sarà fatta, mi mancherà per sempre.

Per il momento non dico di più, è già troppo presto e ancora troppo tardi per parlare.

Perché abbiamo ancora bisogno degli Amori difficili

L’avventura è sempre un viaggio, fisico o mentale, verso l’oggetto del desiderio.

Avventura è un avvenimento straordinario, un’impresa singolare.

Avventura è anche quella relazione amorosa nella quale non ti vuoi impegnare.

Per non parlare poi della radice etimologica, ad-ventura: “le cose che accadranno”.

Con la parola avventura e i suoi molti significati Calvino si diletta a giocare.

Acciuffa dalla vita un dettaglio banale e lo tira e lo tende fino a renderlo paradossale.

I titoli dei racconti della raccolta Gli amori difficili sono potentemente ironici in relazione al contenuto: vite semplici e routinarie nelle quali i veri protagonisti sono non tanto i personaggi ma i loro movimenti e le loro rivoluzioni interiori.

La storia di ciascuno èla storia d’uno stato d’animo, un itinerario verso il silenzio”.

Generalizzando, potremmo dire che l’avventura è il modo in cui le cose ci cadono addosso. E questa definizione veste meravigliosamente bene su qualunque personaggio de Gli amori difficili. E su di noi.

Perché la vita è davvero quella cosa che ti cade addosso mentre non te ne accorgi, anche quando resti (apparentemente) immobile nel grigiore di una nuvola di smog o in quella stanza da un anno di pandemia sempre identica a se stessa.

Ho trovato un dialogo sottile tra la parola e la fotografia che rende bene l’idea.

Calvino aveva letto Roland Barthes e il suo libro sulla fotografia La camera chiara.

Ecco cosa scrive Barthes aprendo una nuova possibilità alla parola avventura

mi pareva così che la parola più giusta per designare (provvisoriamente) l’attrattiva che certe foto esercitano su di me fosse la parola avventura.  La tale foto mi avviene, la talaltra no. Il principio di avventura mi permette di far esistere la Fotografia […]. In questo deprimente deserto, tutt’a un tratto la tale foto mi avviene; essa mi anima e io la animo. Ecco dunque come devo chiamare l’attrattiva che la fa esistere: una animazione. In sé, la foto non è affatto animata (io non credo alle foto «vive»), però essa mi anima, e questo è appunto ciò che fa ogni avventura.

Nel grigiore della vita quotidiana cercare ciò che, accadendo dentro ancor prima che fuori di noi, ci anima: eccola, la vera rivoluzione.

L’ironia è la cifra stilistica con cui Calvino rende godibile ogni parola donandole un colore, un umore: la descrizione delle debolezze e delle incongruenze umane è intensa ma priva di giudizio o inutili patetismi. Calvino sa che per scendere in profondità non serve drammatizzare, anche se il dramma è ineluttabile quando si indaga l’atro fondo dell’animo umano.

Diciamo pure che Calvino lascia affiorare il dramma naturalmente, con garbo e (apparente) leggerezza.

In realtà, mentre ci fa sorridere ci dà la stilettata: in molte storie riusciamo a vedere noi stessi, le nostre tare e le nostre idiosincrasie. Ce ne stiamo seduti a leggere, prendiamo le distanze da queste figurine sottili che si agitano, talvolta ridicolmente, sulla pagina eppure non riusciamo mai a restare davvero indifferenti, anche quando ci sembrano assurde e patetiche. Anzi, soprattutto in quel caso. Le loro sconfitte e le loro fragili gioie sono le nostre, sorridiamo delle loro stranezze ma la loro nudità li avvicina a noi.

Ricordate il meraviglioso saggio di Pirandello sull’umorismo? L’esempio della vecchia imbellettata che suscita il riso e immediatamente dopo fa riflettere e immalinconisce?

La risata e il dolore. Il potere della contraddizione insito in ogni pagina che, mentre la si legge, si fa subito vita.

DUNQUE, PERCHE’ ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEGLI “AMORI DIFFICILI”?

Uno dei molti talenti di Calvino è la capacità di elevare cose semplici al livello di simbolo, Trasfigurarle, animarle: letteralmente, dotarle di anima.

La sua attitudine a strappare il quotidiano dalla banalità e immergerlo nella dimensione della favola – fin dal titolo programmatico, accadimenti comuni che diventano avventure – è una medicina potentissima in tempi che ci obbligano alla fissità di una routine ristretta in spazi e gesti minimi.

Il movimento e la rivoluzione interiore, e aggiungerei un pizzico di fantasia, sono la risorsa migliore che abbiamo.

E poi il corpo, e il perimetro più prossimo intorno ad esso, che rappresenta il primo vero “spazio” col quale ci relazioniamo, quello che diamo sovente per scontato. La nostra ansia di essere sempre in qualche luogo fuori di noi dimenticando la nostra verità prima fatta della nostra carne, del nostro respiro. Questo concetto ci riguarda ed è anche il punto fermo da cui muove ogni racconto di Calvino che, sullo sfondo da cartolina di uno spazio urbano o naturale, indaga prima di tutto la relazione del singolo personaggio con il proprio corpo e con il corpo dell’Altro: lo spazio tra “me” e “te”, per quanto minimo, è forse il secondo luogo più interessante da indagare. Di cosa è fatto questo terzo includente che tutto include?

L’assenza, il silenzio, l’attesa, il “correre verso” che è l’essenza stessa dell’amore, e poi un sentimento di incomunicabilità che racconta da vicino la nostra quotidianità. La nostra comunicazione eccessiva, sovrabbondante per via della miriade di mezzi a disposizione, è diventata, paradossalmente e proprio per questo, difficile. Ecco un’altra parola chiave per Calvino, e per noi. Calvino gioca sempre e comunque con gli universali: sa bene che i problemi e le questioni essenziali per ogni essere umano sono da sempre e per sempre le medesime. E anche la difficoltà (come il corpo e la comunicazione) è un tema eternamente familiare, soprattutto in un mondo fatto di iper-comunicazione: il troppo rumore diventa suono indistinto e assenza di senso, una chiazza di voci nella quale sembra impossibile non tanto dire qualcosa quanto dialogarla, capirsi e incontrarsi.

Appendice. Un sognatore con i piedi fortemente radicati sulle nuvole

Quella di Calvino – il poeta, il favolista, il cantastorie di città invisibili e visconti dimezzati – fu una vita piena d’azione. Sperimentò la fuga, la galera, il pericolo di morte. Renitente alla leva della Repubblica di Salò, dopo l’8 settembre dovette nascondersi: immerso nella solitudine a vent’anni, durante la reclusione forzata ne approfittò per leggere moltissimo; per sua stessa ammissione fu questo di letture instancabili un periodo essenziale nella sua vita di scrittore.

Non disdegnò l’impegno politico attivo e ribadì sempre l’importanza delle condizioni materiali nella sua vita di letterato e scrittore. Figlio di scienziati divenne poeta senza dimenticare mai il gusto per il dettaglio concreto e per la natura che fu sempre materia prediletta per la creazione artistica.

Contaminazioni

Calvino divorava la vita e l’arte in tutte le sue forme con pari fervore.

Ci fu un periodo della sua vita, da adolescente, in cui andava al cinema due volte al giorno.

Fra il 1968 e il 1972 progettò una rivista che non riuscì mai a realizzare, una sorta di Linus ma senza fumetti: la immaginava come una rivista di romanzi a puntate con illustrazioni, insieme a rubriche specifiche sulle tecniche della narrazione.

Scrisse testi per canzoni e per il teatro e molti dei suoi racconti furono d’ispirazione per il teatro e il cinema.

Per la serie radiofonica della Rai Le interviste impossibili scrisse i dialoghi Montezuma e L’uomo di Neanderthal. Il programma della Rai andò in onda dal 1973 al 1975: protagonisti della cultura contemporanea reali fingevano di trovarsi a intervistare fantasmi redivivi di persone appartenenti a un’altra epoca.

Un frammento nel quale Italo Calvino incontra Montezuma (la voce è di Carmelo Bene)

In copertina: MC, Un amore (acrilico su tela)

La Fine dall’Inizio, senza finire

Quanto spazio c’è in settantatré pagine che finiscono senza pause, senza finire?

Quanto spazio, intendo, per respirare?

Annaspare tra le parole è come un dondolio, un lasciarsi cullare. Come quando fai l’amore con la bocca tappata e godi nel non poterti divincolare. Sapendo che dall’altra parte qualcuno ti guarda e che quel guardarti è già amore.

ammettere che non si ha la forza di stare in piedi lasciarsi lasciar andare e che quella sbiadita idea di resistenza stasera pure lei se ne vada al diavolo

Ci ho messo giorni a leggere e finire ma questo finire non c’è mai stato. Questo libro lo sto ancora e sempre leggendo. E ogni volta che lo apro mi manca l’aria. Non c’è tempo per respirare tra tutti questi troppi spazi bianchi senza virgole – io che all’altare delle virgole e dei fugaci silenzi necessari m’ero votata prima di sapere che non so votarmi a niente – non c’è tempo per fermarsi pensare mi sento mancare non mi dispiace l’idea di svenire di sparire senza corpo dentro le macchie nere. Venire travolti, lasciarsi affogare. Altrimenti, meglio lasciar perdere. Il punto è che il libro parte dalla Fine quindi prima ancora di dire “Inizio” non riesci a fermarti mentre pensi che rischi di annegare.

nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino

Invece che mettere ordine tra le cose, la Voce che muove i fili, e da essi si lascia muovere, non aiuta a ricomporre i pezzi, ci lascia soli, lascia a noi la libertà, la responsabilità e la fatica di scegliere o non scegliere quando chiudere, dire basta, fermarci, respirare e provare a capire là dove ci sarebbe da arrendersi e soltanto continuare, vorticosamente sentire vibrare.

Adesso cos’è adesso è smarrirsi la sera nel letto nel riconoscere nei gesti di Ale un’attenzione in più nel sentirsi voluto diversamente per avere addosso i segni della malattia.

Cosa vorrei fare mentre leggo questo libro? Ogni tanto gridare, segnare il tempo battendo i pugni, scagliare un suono. Ricordarmi di ricordare. Tanto so già che appena sarà finito mi verrà voglia di ricominciare. Perché una parte di noi umani non può arrendersi ai cocci, a non capire, a non fare ordine nel caos, a questa eterna altalena di umori e colori che ci condanna al paradosso e all’assenza. Togliersi almeno lo sfizio di far rumore.

Era bellissimo non sapere il motivo c’era in quel non sapere il motivo nell’assenza di motivo il senso di tutto. Di Marcel.

Su questo libro non potrei mai scrivere una recensione. Non voglio imbastire un discorso di senso sui segni e sui suoni dai quali mi lascio soffocare. Queste parole meritano di essere prese in braccio leccate tatuate su una foglia secca e strappate sbattute dipinte col sangue sul muro schizzate nel vento accarezzate e tenute strette sulla pelle sulla lingua sul cuore.

Certo che c’è una trama. Ma non saprei che farmene della storia di Ale e Marcel senza quelle parole. Non so che farmene di una storia d’amore se ogni segno che la dipinge non sa penetrare, consumare.

o è davvero tale la portata di un altro, imprevedibile, inconoscibile? Un altro che è davvero un altro se può farti davvero male

tra amanti e perdenti c’è poca differenza

e cercava gli altri, nella maniera in cui dagli altri si va per prendere qualcosa che essi hanno e da cui si trae piacere

Vorrei che si leggessero molti libri dei quali è difficile parlare, di quelli che ti si strozza la voce in gola al solo pensare di mettere ordine tra i suoni e i segni delle parole.

Vorrei che a leggerli fosse chi crede che il solo modo per trovare armonia e ordine sia spiegarsi, spiegare, fare la morale.

Un libro che ti lascia la libertà di credere o non credere, di cadere. Dove chi parla si prende la briga di morire e ricominciare.

Voglio essere parziale su questo libro, voglio dire solo ciò che mi pare.

Cose inutili che chi non lo ha letto non capirà. Cose come

treno cattedrale stanza vuota dal dottore odore di ferro la pelle la febbre

la prima sigaretta dormire caffè bollente con panna e scorze d’arancia sessantametriquadri

il vizio di scomparire fare l’amore tornare il tempo cicatrice il rantolo l’attesa

essere toccati un’equazione matematica un motel venire tornare amare leccare la città

la strada le puttane le cliniche rivoluzioni di Shostakovich tra le scapole

tra le gambe la resa la voce

si concede per sfinimento

E se non bastano, proprio non so che dire.

Appena ho finito di leggere ho avuto paura di finire, ho raccolto i cocci e sono tornata indietro, perché è così che noi esseri umani condannati al binario facciamo da sempre.

Ho dovuto ricominciare.

Dalla “Fine”, naturalmente.

Sapere perché, oltre ai treni, c’è sabbia ovunque, e non sapere perché c’è sempre il ritorno ma non c’è mai quello che sta in mezzo.

Il libro del quale non ho fatto la recensione è Binari di Monica Pezzella, edito da Terrarossa Edizioni

In copertina: ore 15.30, stazione di Lambrate, Milano, non pochi anni fa, in un giorno di fuga.

Mens Extensa. Conversazioni con l’Editore

Come nasce e lavora una 𝒄𝒂𝒔𝒂 𝒆𝒅𝒊𝒕𝒓𝒊𝒄𝒆 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒑𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆?
Quali competenze e sensibilità sono indispensabili per realizzare il sogno di unire 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒓𝒆𝒏𝒅𝒊𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂?
Come si nutre la relazione con gli 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐𝒓𝒊?
Come ci si prende cura dell’oggetto 𝒍𝒊𝒃𝒓𝒐 in ogni delicata fase della sua vita?

A raccontarlo davanti ad un bicchiere di vino sono due giovani protagonisti del mondo dell’editoria indipendente: 𝑬𝒎𝒂𝒏𝒖𝒆𝒍𝒂 𝑪𝒂𝒍𝒊̀, 𝑷𝒓𝒐𝒇𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝑬𝒅𝒊𝒕𝒐𝒓𝒆 e 𝑺𝒊𝒎𝒐𝒏𝒆 𝑩𝒆𝒍𝒗𝒆𝒅𝒆𝒓𝒆, 𝒓𝒆𝒅𝒂𝒕𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒆 𝒄𝒖𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒂𝒏𝒂. Sono loro le colonne portanti della Lekton Edizioni

Hanno intrapreso quest’avventura nel 2019, nel segno del lockdown, e da allora non si sono fermati mai. A Catania hanno la loro base ma il team è sparso in vari luoghi d’Italia. Dalla nostra maledetta e bellissima terra di Sicilia, guardano già all’Europa.
Li ho intervistato per la Rubrica Ritratti del podcast La Lupa Conversazioni con l’Editore_Lekton Edizioni

“Siamo signori della nostra fine. L’infinito siamo noi”, dice il filoso Gunther Anders.

Su La Lupa trovate la lettura di un frammento del libro di Simone Belvedere, Mens Extensa che, attraversando i secoli, ci fa fare un giro di giostra su concetti filosofici come mente, anima e corpo per condurci a volo radente sulle principali evoluzioni tecnologiche, dalla macchina di Turing alle intelligenze artificiali.

Qui trovate una recensione perché, quando ho finito di leggere, ho capito che volevo ancora capire. Così ho scritto.

Approfittiamo della zona rossa per arricchire la materia grigia.

Buona domenica Amici Invisibili!