Siamo quello che Facebook ci fa ricordare?

Non serve un genio per capire con quanta acribia il team di Facebook sia impegnato nello studio del cervello umano e del suo funzionamento. La pagina dei “Ricordi”, a mio avviso, ne è la prova (una tra le tante).

(Ha qualcosa di perturbante il fatto di sapere che, mentre scrivo, Facebook mi spia e controlla se quello che scrivo potrà essere letto)

Non sono un’esperta di social media ma ho l’ambizione di abitare il presente in modo consapevole e, come forse molti di voi, per svariati motivi mi ritrovo a “stare” nei social (che del presente sono ormai non “espansione” ma “espressione”, in una identificazione quasi totalizzante: sarebbe sciocco negare questo dato di fatto).

Seguo da anni le evoluzioni delle neuroscienze, studio con occhio critico tutto ciò che mi aiuta a comprendere l’uomo e il modo in cui la mente umana funziona.

Riflettevo in questi giorni sulla relazione tra pensiero, ricordo ed emozione.

Guardo la foto di una ragazzina al concerto degli Ska P a Milano, una persona che “non so più” chi sia – sono davvero Io? Certo che no, quell’Io non esiste più, eppure – e provo quel misto di straniamento e stupore che Facebook “desidera” che io provi.

Perché Facebook sfrutta alla perfezione il modo in cui funzionano i nostri circuiti neurali secondo lo schema pensiero reiterato-ricordo installato-emozione memorizzata.

Facebook sa che rievocare quel ricordo significa suscitare, fisicamente, l’emozione ad esso legata.

Ha costruito un impero sul potere di appagare il bisogno primordiale dell’uomo di essere-restare-tornare “virtualmente” in un certo luogo, in un certo tempo.

Il solo fatto di guardare il “Ricordo” ci farà sentire esattamente come nell’istante in cui lo abbiamo postato, che ne siamo o no consapevoli (e spesso non lo siamo).

In qualche misura Facebook, “invitandoci” (per dirla garbatamente) a riguardare – e ripostare – i “Ricordi” – ossia il nostro passato – dirige la nostra mente e crea il nostro futuro.

Seguitemi un istante, vediamo insieme se il ragionamento fila: perché se c’è una logica magari c’è una soluzione, e se c’è consapevolezza della logica sottesa al funzionamemto delle cose significa che c’è ancora spazio per scegliere (poco, davvero poco).

1)Se guardiamo e ripostiamo un “Ricordo”, se facciamo quest’azione (lo so, è un gesto facile, veloce, ma si tratta pur sempre di un’azione precisa e, in quanto tale, ha delle conseguenze), stiamo affermando che desideriamo rievocare nel nostro corpo l’emozione ad esso legata: il corpo reagirà di conseguenza, positiva o negativa che sia l’emozione, secondo lo schema sopra: ripostare/ripetere/rievocare=radicare=memorizzare.

Se ci ancoriamo al “Ricordo” non solo con il “semplice” gesto del guardare ma anche con quello di livello superiore del “ripostare”, stiamo riaffermando la validità del passato nel presente e stiamo facendo un’azione fisica concreta: dire a noi stessi che l’Io di due-cinque-dieci-X anni fa in qualche misura ancora ci appartiene (anche se sappiamo che è diverso, distante; come diverso e distante è l’Io di ieri e di domani, perché da un istante all’altro non siamo già più, mai più, la stessa persona). Ecco che così dedichiamo una porzione del nostro tempo al passato ci ancoriamo ad esso emotivamente, o meglio a quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi, tra tanti passati possibili.

2)Se guardiamo il “Ricordo” ma non lo ripostiamo, cioè se guardiamo e passiamo oltre, affermiamo una maggior consapevolezza della distanza che ci separa da quell’Io che ha scritto/fotografato nel passato: lo attraversiamo, magari anche nostalgicamente, ma non sentiamo il bisogno di farlo riaggallare nel presente sulla pagina del nostro diario. Questo non significa che nel nostro corpo non sia accaduto nulla: “guardare”, come ho già avuto modo di riflettere qui e qui, è una delle azioni più potenti (spesso data per scontata nelle implicazioni proprio perché “naturale”).

Riguardare un “Ricordo”, nel bene e nel male, significa dedicare del tempo ad abitare quel passato, riaffermarlo come emozione nella nostra mente (ma senza il gesto del “ripostare” quindi, potremmo dire, con minor forza) e di nuovo rievocare=radicare=memorizzare. Ancora una volta scegliamo di abitare nel passato, o meglio in quella porzione di passato che Facebook ha selezionato per noi.

3)Se invece siamo tra i pochissimi resistenti, totalmente disinteressati a questa funzione del social, se non guardiamo mai, o quasi mai, il “Ricordo” è molto probabile che siamo persone decisamente proiettate nel qui e ora o nel futuro, troppo impegnate a costruire una nuova identità e andare avanti per dedicare anche solo un istante della giornata a guardare il passato.

Pensiamo a quanto sia potente la dicitura “Accadde oggi”, dove il peso dell’avverbio di tempo, posto in chiusura, neutralizza il passato remoto. Il tuo ieri è il tuo “oggi”: te lo mostro affinché Tu torni (e resti?) lì, radicato nel passato.

Facebook non si è limitato a neutralizzare la fruizione del qui e ora inducendoci a immortalare il presente invece di viverlo, con la funzione “Ricordi” & simili ha fatto di più: ci immobilizza in quel presente non vissuto e, riproponendocelo, tenta di cristallizzare la nostra identità modellando anche la nostra memoria, decidendo per noi quali ricordi valga la pena di trattenere e quali no (con quale criterio, mi piacerebbe sapere dagli esperti del settore).

Ho escluso dalla casisitica una quarta possibilità ma poniamo il caso

4) di chi riposti un “Ricordo” e lo neghi, dichiarandosi distante e affermando di non appartenere più a quella parola/immagine. Da quello che so, il nostro cervello non capisce la differenza: riguardare e ripostare il contenuto significa comunque riaffermarlo e dargli potere sulla nostra mente.

Un po’ come se dicessimo in continuazione “non penso mai a X”. Ecco, il solo fatto di dirlo, o anche di pensarlo, riattiva l’immagine di X e le emozini ad essa collegate.

Senza trarre conclusioni, non ho le competenze per farlo, ma solo per porre qualche domanda: che conseguenze a lungo termine può avere questa routine nella nostra vita?

Il Donatore

Lo psicoterapeuta: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Fa scorrere l’indice sinistro lungo la fronte.

Il medico chirurgo: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Indice puntato sulla fronte.

Lo sconosciuto sulla panchina del parco: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Come sopra.

Parliamo di questa singolare specie di “malattia” moderna: l’emotività.

Conseguenze: disturbi alimentari, gravi disturbi intestinali, frequenti stati d’ansia, crisi depressive.

Cosa mi sono persa? Quand’è che il mondo è diventato un posto in cui l’emotivo, l’empatico, ha iniziato ad essere etichettato come disturbato, un problema, qualcuno da guarire?

Quando?

Devi imparare a proteggerti, dice. Non sono gli altri, sei tu. Sei sempre tu. A sbagliare sei tu che ti lasci ferire. Tu che ti lasci invadere.

Per rendere onore a questo Tu martoriato lo chiameremo, da qui in avanti, il “Donatore”.

Sto raccogliendo storie di esseri umani, molto spesso donne, che condividono questo disturbo di emotività, altrimenti detto: amare senza preoccuparsi delle conseguenze, aderire carne e spirito alle cose del mondo, lasciarsi penetrare, lasciarsi attraversare a tal segno da “farsi venire” i crampi allo stomaco, soli nella stanza, quando nessuno vi vede. Perché sì, nel momento in cui ci si fa male si è sempre soli.

Non so se sia sempre stato così, il mondo. Non lo so davvero. Attendo che qualcuno mi illumini e lo dica. Nella mia ingenuità dico che no, ci deve essere stato un tempo in cui nessun medico diceva “devi guarire” se ammettevi “sono una persona sensibile. Come dice lei, emotiva”.

Vivere in un mondo in cui essere empatici, sentire l’altro, è l’errore. Un difetto di fabbrica.

Hai voglia a leggere manuali di self-help e neuroscienze, fare yoga e imparare le migliori tecniche di respirazione mutuate dalla meditazione. Hai voglia a dire “rilassati, respira” e “andrà tutto bene”. Ci si può lavorare ma no, non si può trovare una “cura”. O meglio, si può. Però ci vogliono anni, allenamento quotidiano, sacrifici immani del corpo e della mente. Se si è “Donatori” nel modo in cui ho descritto si rischia piuttosto d’essere tentati di passare direttamente dalla porte opposta della barricata, al Lato Oscuro della Forza. Troppa fatica. Passare da “donatore” a “carnefice” è più facile. Lo sappiamo che i poli opposti si toccano. Lo sappiamo. Trovare l’equilibrio è una lotta quotidiana, un lavoro di anni, un risultato mai definitivo, sempre da riguadagnare, e può essere complicato. E doloroso. Come le neuroscienze ci insegnano, il nostro cervello allenato a pensare determinati pensieri, anche se deleteri, si sente confortato dalla “familiarità” con essi e tende a restare nella zona di comfort piuttosto che cambiare.

Attenzione: il “Donatore” è, come tutti gli esseri umani, un egoista. Non sopporta di scontentare o ferire gli altri perché non sa sostenere il loro volto contrariato o rabbuiato dalla delusione. Perché una delle caratteristiche del “Donatore” è di farsi contagiare. Uso il termine “contagiare” non a caso. La malattia più pericolosa per il “Donatore” è proprio il dolore dell’altro. Causarlo è la sua peggiore paura. Vedere l’altro felice lo rende davvero felice. Vale con tutta la complessa gamma di sentimenti. È la sua droga, non sa farne a meno.

Hanno ragione i medici, allora? Bisogna curarlo?

Quello che sto imparando facendo ricerche sul campo è che si può imparare ad essere, per così dire, “Donatori selettivi”.

Il Donatore selettivo è qualcuno che non si libera di sé stesso ma comprende il valore del proprio dono e impara – col tempo, a costo di immani sacrifici – a non svenderlo a chiunque (a differenza di quel che si va dicendo, le cose “in saldo”, le cose “a prezzo stracciato” non piacciono a nessuno, non fanno venire l’acquolina in bocca. Certo che la gente le compra, le prende ma subito se ne dimentica. Sono le cose costose, esclusive e prestigiose che segretamente desidera proprio perché non è facile averle).

Il Donatore selettivo è qualcuno che ha imparato a donare a coloro che:

  1. Non possiedono un ego smisurato, forti tendenze al narcisismo e alla manipolazione dell’altro (capiamoli, i narcisisti manipolatori: anche loro hanno un “problema”. Qualche volta nemmeno se ne rendono conto ma, in ogni caso, non è affar nostro. Quella tra donatore e narcisista è una relazione destinata alla distruzione. Del Donatore, è chiaro)
  2. Sono disposti a donare almeno con la stessa intensità. Meglio se maggiore, per compensare le scudisciate del passato.
  3. Sono capaci di ringraziare. Alle volte basta dire “grazie” e capire quando smettere di prendere da qualcuno che è portato a dare compulsivamente.
  4. Si impegnano solennemente a non usare la sua sensibilità come arma per ferirlo, umiliarlo, offenderlo. E dico “si impegnano” perché non si può pretendere troppo dall’animale umano, naturalmente polemico (“polemos”, guerra), votato al conflitto e al saccheggio. “Homo homini lupus” è la regola nell’ingaggio sociale e vale da sempre e per sempre, che piaccia o meno.

Quello che sto imparando raccogliendo storie e umanità ferite è, sopra ogni cosa, che esiste una comunità di anime affini. È un impegno, un lavoro a tempo pieno, questa annosa ricerca, ma si può fare. Ed è di queste anime che il Donatore deve imparare a circondarsi.