Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

Per il mio trentacinquesimo compleanno ho salvato qualche ricordo dal ventre sfatto di case che non abiterò mai più. Chili di carta e oggetti tra i sommersi.

Tra i salvati, alla rinfusa: Il corvo e la sua colonna sonora, il diario di una sfollata a Sarajevo, It, Jack Frusciante che pedala tra i colli bolognesi, il naso rosso di Miloud Oukili e i Randagi di Bucarest, Eric Fromm, Il libro dei sogni, Christiane F e i ragazzi dello zoo di Berlino. E poi Bowie, i Sex Pistols, tutto dei Cure e quasi tutto che ricordi gli anni ’80. E poi Julien Sorel, la prima volta di ogni cosa, la letteratura francese, Mary Shelley, Jeckyll e Hide, Rocky I, Rocky II e Rocky III (passi anche il IV, per fanatismo).

Ho dieci anni la prima volta che guardo “Il corvo”. Non so cosa significhino parole come stupro e violenza però le scrivo. Scrivo che “dei delinquenti hanno stuprato e violentato” (ridondante ma per amor di efficacia) Shelly Webster nella Notte del diavolo, che il suo fidanzato Eric è tornato dal mondo dei morti per vendicarla. Eric mi piace – mi piace come si veste, mi piace che sia tornato dal mondo dei morti, mi piace che sia un giustiziere – e scopro che Eric è Brandon Lee, e scopro che Brandon Lee è morto a tre giorni dalla fine delle riprese ucciso da una pistola che non era – avrebbe dovuto essere – caricata a salve. La storia di Eric e quella di Brandon si fondono e confondono nella mia mente di bambina: comincio a credere che tra finzione e realtà ci siano slittamenti e oscillazioni degne di nota. Scivolo da un piano all’altro e guardo il film molte altre volte. Quel film mi ossessiona, mi fa capire delle cose per via di emozione. Ossessione è anche una cosa che piace e disturba, della quale non puoi fare a meno. Devo liberarmi, così scrivo. Scrivo il riassunto del film su un vecchio quaderno. È così che faccio con i film che mi ossessionano: li riguardo, scrivo i riassunti, li riguardo.

Un po’ di numeri.

Tra i dieci e i quattordici anni riguardo “Il corvo” ventiquattro volte, credo.

Ho la videocassetta, poi il dvd masterizzato, poi il cd della colonna sonora ma lo perdo, poi il dvd originale e lo perdo.

L’ossessione di bambino contiene il germe della passione adulta? Da bambini non sappiamo – quando ripetiamo un gesto, una parola – che quel ripetere, insistere, amare e non stancarsi mai di qualcosa è già destino.

A dieci anni leggo “It”.

Quel nome che senza nominare dice tutto, contiene tutto. Ma il pagliaccio non fa paura: mi piace e mi disturba. Mi ossessiona. Mi convinco che le avventure di bambini siano una faccenda terribilmente seria. Resto abbacinata dalle pagine che King scrive sul rituale dell’amplesso di gruppo. Le sento addosso, mi fanno pulsare il sesso. Questo sì, fa paura. Il film censura questo ed altri rituali contenuti nel libro. Mi sento quasi sollevata.  

È il 1992 quando John Frusciante lascia i Red Hot Chili Peppers all’apice della popolarità. Uno scrittore ruba il fatto per il titolo del suo libro. È il 1999 e ho 13 anni quando leggo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Leggo di Alex e Martino e mi viene il dubbio che morire sia un modo per uscire dalle cose.

Bologna, 1992. Alex D, diciassettenne figlio modello della buona borghesia, ci pensa ed esce anche lui dal gruppo, come John. Lui è Jack del titolo, cioè Jhon. Alex che rompe gli schemi – mi piace Alex, anche io voglio rompere le cose ma mi sento piccola e sciocca a desiderare cose del genere. Così mi limito a leggere. Alex pedala come un disperato sui colli, ascolta i Sex Pistols,  vede morire un amico, Martino. Io non sono Alex, penso. Sono Martino. Martino che non ce la fa più, Martino che si toglie la vita, Martino che scrive una lettera al suo migliore amico per dirgli cosa prova: anche lui voleva fare “un salto fuori dal cerchio”. Il salto più lungo è il per sempre del mai più. Alex fa una scelta diversa, continua a vivere e allora io sono come Alex: voglio vivere, penso che si possano rompere gli schemi pur restando vivi – aver letto aiuta – ma ancora non ho la stoffa di chi sa affermare la propria volontà, la propria personalità. Aver letto aiuta ma non è abbastanza.

1998. Vera, la professoressa di Italiano, mi regala il “Diario di Maja” di Nenad Velickovic, un libro rimasto con me per ventitre anni superando traslochi da sud a nord, da nord a sud nelle mie dodici – forse tredici, quindici, ho perso il conto – case.  Vagando, mi portavo dietro il romanzo di una sfollata. La guerra civile jugoslava e l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta raccontato attraverso gli occhi di un’adolescente. La sua famiglia, insieme ad altri sfollati, si rifugia in un Museo di cui il padre è direttore e lì, al riparo dalle granate, questi corpi restano rinchiusi, in gabbia.

“Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra”, dice Maja cercando le ragioni di un conflitto che non comprende, divenuto ormai la normalità. Comincio a intuire anch’io, chiusa “sotto”, dentro una stanza, che “sopra”, fuori, c’è la “guerra”. Comincio a intuire che gli esseri umani sono pazzi e cattivi ma Maja è brillante e ironica, scherza su tutto, anche sulla tragedia, con delicatezza. C’è posto per la speranza quando si può ancora raccontare una storia, penso.

Arriva il 2000. Ho 14 anni quando partecipo all’assemblea d’istituto più importante della mia vita. Il classico va allo scentifico ad ascoltare Miloud Oukili, il clown che ha salvato i ragazzini romeni dalle fogne e dalla droga. Miloud racconta di quando è arrivato a Bucarest, nel 1992, tramite un’associazione francese di volontariato: non arriva per restare. Però perde un treno – fatalità –  e resta – desiderio segreto che preme. Alla fine dell’assemblea compro un libriccino che racconta la storia di Miloud: “Randagi”, si chiama. Lo divoro in lacrime, decisa a cambiare le sorti del genere umano. Inizio a preoccuparmi dei “randagi” di tutto il mondo. Sogno di partire per la Romania ma non ho un soldo. Mi sento misera e inutile, come solo un adolescente può sentirsi.

Chi sono i “Randagi”?

I bambini senza futuro, gli adolescenti con la faccia di bambini e le mani impastate di colla. Bestie, per tutti. Reietti. Miloud è l’adulto rimasto bambino e i bimbi sperduti di Bucarest li ascolta, ascolta le loro storie, vive con loro nelle fogne, visita i loro orfanotrofi sozzi. Regala loro una possibilità, un senso, uno scopo. I senza amore-senza scopo-senza futuro diventano membri dell’Associazione Parada. La carovana di clown autodidatti guidata dal naso rosso e le scarpe gialle taglia 50 di Miloud parte dalla Romania e fa il giro del mondo. I bimbi sperduti fanno vorticare in aria palline e birilli, alcuni sono bravi persino con i trampoli. Chi può dire la differenza tra un mestiere, un gioco e lo scopo di tutta una vita?

Chissenefrega, i ragazzi hanno una ragione per vivere.

Miloud li toglie dai sotterranei e li porta in superficie, sulla strada ma non quella sporca e violenta. La strada degli artisti, la casa mondo di chi fa arte. “Randagi” parla di esseri umani perduti, di una città senza speranza e della speranza che arriva in città.

“E’ così brutta che finisce per piacerti. E’ così desolata da prenderla per mano e starla a coccolare. Bucarest, per quanto assomigli ad un vecchio cappotto che vorresti cambiare, è abitata da ragazze che sembrano pallide fate, di nebbia e cannella, chiare come mezze lune, sottili e divorate dal vento. Sulle sue strade camminano uomini che nascondono nelle tasche sogni così accartocciati da sembrare inesistenti, è calpestata da gambe pesanti che hanno sempre marciato come un militare, ed è toccata e accarezzata da mani che non le sanno ancora dare piacere. E’ malconcia, pure un po’ abbrutita, ma sulle sue strade, lungo i suoi marciapiedi, tra le sue case e i suoi balconi, c’è l’aria di un temporale che non vuole passare, come se la gente si fosse attaccata alle nuvole per non permettere che il sole caschi per terra.”

Ho 16 anni quando rubo di nascosto “L’arte di amare” di Erich Fromm dalla scarna libreria di casa. Accanto ci sono Freud, “Il libro dei sogni”, e Christiane F: prendo anche quelli.

Freud lo leggo alla luce del giorno, Fromm e Christiane F li sfoglio di nascosto.

Leggo il libro e guardo il film sulla vita dei ragazzi dello zoo di Berlino. La colonna sonora di Bowie mi piace ma quel libro e quel film sono un pugno allo stomaco. Riascolto Bowie e divento fanatica degli anni ‘80.  Da allora e per sempre. Di nascosto da me stessa, la notte, apro qualche pagina a caso. Christiane F mi piace e mi disturba. Mi spaventa il potere e il fascino che quel libro esercita sulla mia mente. Le storie di Detlef, Babsi, Stella, Axel e gli altri mi sembra di conoscerle bene senza averle vissute. No, certo che le ho vissute. Potrei finire male, da un momento all’altro, se non sto attenta. Sempre vicina al collasso. Anche se non fumo e non tocco alcol, a differenza dei miei compagni, sono più prossima all’abisso di quanto loro potranno mai esserlo. Sono io, il mio buco nero. Mi spaventa l’idea di perdere il controllo. No, mi atterrisce la paura di essere scoperta e punita ma vorrei perdere il controllo. No, ho perso il controllo nell’istante in cui ho aperto quel libro. Non si torna indietro da certi libri.

Allora leggo Stendhal e finisco per perdere il controllo. Il rosso e il nero, un’idea precisa di amore, e da lì tutti i classici della letteratura francese. Balzac e la commedia umana per sempre, Hugo e l’uomo che ride, Hugo e i miserabili per sempre. Ma anche gli scapigliati, la dannazione di Fosca e ogni piccola cosa scritta da Tarchetti. Ambizioni, cinismo, ipocrisia. L’amore e l’amoralità di Julien Sorel mi rivelano tutta la verità nient’altro che la verità definitiva sugli esseri umani. Passione e morte. Rosso e nero. Ai tempi ero innamorata, senza speranza di essere ricambiata, di un milanista sfegatato. Ma questa è un’altra storia. Però c’entra, forse. Tutto è connesso. L’amore è passione e morte.

Per amare devo morire d’amore? Una vita difficile ma intensa. Entro nella mente di Julien Sorel. Je suis Julien Sorel. E sono anche Madame de Rênal, e Mathilde. Posso essere amante e amata, posso essere una cinica arrivista, una nobildonna innamorata, finire in prigione, essere uccisa.

Stendhal è un fiume in piena, non mi lascia il tempo di dormire.

Quando, poco dopo, incontro Mary Shelley piango per la creatura e capisco le ragioni del creatore, quando resto sola con Jekyll non gli dico quello che Hide mi confessa. Sotto sotto mi piace Hide e mi piace fingere di giocare a fare Dio. A chi non piace?

Capisco che la vita è dolore e quando me ne accorgo l’adolescenza è finita da un pezzo e forse è colpa dei libri se ho perso la verginità. Non parlo del sesso ma di aver letto parole che mi rivelavano con onestà quello che tutti gli esseri umani tentavano di nascondermi con ipocrisia.

L’ambiguità tra bene e male è la frattura che si consuma in ogni essere umano. Ogni persona si studiava di nascondermi la verità, i libri mi dicevano tutto ciò che avrei dovuto sapere, mi preparavano all’umano errore.

Poco dopo avrei iniziato a sperimentare tutto questo nella vita, nelle persone.

Decisi che non sarei rimasta sotto, non sarei rimasta dentro, non sarei affogata nel mio stesso buco nero. Avrei fatto come Alex, come Maja, come Il corvo col coraggio di chi fa parte da sempre del club dei perdenti e, quando il gioco si fa duro, non scappa e prova a uccidere il mostro.

Fonte immagine di copertina: https://leganerd.com/2018/06/04/il-corvo-jason-momoa-abbandona-il-progetto-e-si-scusa-con-i-fan/

Tutte le immagini sono attinte dal web.

17 pensieri su “Trentacinque. Chili di carta tra sommersi e salvati

    1. Grazie 🙂 Penso che questa interazione dell’arte, su tutti i livelli, con la nostra vita sia potentissima nella crescita di un essere umano. Posso chiederti, se ti va, quali sono le tue opere (film, serie tv, libri), quelle che parlano alla tua vita? Sono curiosissima di sapere, anche scoprire magari, nuovi mondi 🙂

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      1. Che parlano della mia vita non saprei dirti. A libro letterario sono molto legato a Dune di Frank Herbert, Frankenstein di Mary Shelley, La Storia Infinita e Momo di Michael Ende, Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, Jerusalem di Alan Moore ecc…
        Ce ne sono veramente tante. A livello cinematografico sono innamorato di Balde Runner, Alien e Aliens, La maschera del demonio, Martyrs, Frankenstein e La moglie di Frankenstein, Léon, Taxi Driver, Babadook, I tre volti della paura e tanti altri. Sono tutte opere che mi hanno colpito a livello emotivo e artistico e non posso fare a meno di adorarle. Forse però uno dei film che continuo ad apprezzare di più e che mi porto dietro con più amore è Lasciami Entrare. Una storia affascinante e originale nel modo in cui narra la figura del vampiro e di un amore tra due ragazzini molto puro e innocente nonostante gli orrori che accadono. Se ti interessa, ti invito a leggere la recensione che feci tempo addietro: https://mymadreams.com/2019/10/31/lasciami-entrare-film/
        Ti consiglio sia il film che il libro da cui è tratto. Un’opera davvero impressionante.

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      2. Blade Runner, Alien e Aliens li ho rivisti di recente, ti capita mai di sentire come l’effetto del tempo sia palpabile su certi film? Nel senso che vedere quelle immagini è straniante e affascinante, vederle oggi intendo, perché hanno una grana totalmente diversa, così poco patinata, e questa cosa mi porta altrove. E’ bellissima come sensazione. Guarderò Lasciami entrare e gli altri film che hai citato e non conosco, sono molto curiosa, specialmente di Babadook. Intanto, ti leggo. Grazie delle molte suggestioni.

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      3. Penso sia dovuto da tanti fattori. Le pellicole vecchie erano molto più “sporche” e quel tipo di effetto è andato perduto con l’avvento delle nuove tecnologie. L’esempio perfetto è Mad Max. I primi tre capitoli avevano una fotografia molto sporca mentre Fury Road era molto più pulita nonostante il mondo in cui vivevano (però ho apprezzato come abbiano cambiato la fotografia, rendendola qualcosa di straordinario). Babadok è un signor film. Spero tanto che ti piaccia!

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      4. Intanto, ieri ho rivisto Il corvo. Incredibile riguardare quel film con occhi adulti e dopo tutte le immagini che abbiamo visto passare sotto i nostri occhi. Per me resta una perla: le atmosfere, le musiche, i significati simbolici, la cupezza di ogni cosa e su ogni cosa e al contempo una delicatezza nella violenza assoluta che arriva come una stilettata al cuore. Bello Mad Max! Mi sa che ci capiamo 😉

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  1. Sei stata una lettrice precoce di opere importanti… e anche una spettatrice di film importanti. Avevo un alunno una volta che era fissato col Corvo, portava sempre un impermeabile nero lungo fino ai piedi. Disegnava, scriveva poesie. La sua vita, purtroppo, non è durata a lungo.

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    1. Quello che dici mi fa pensare ad un tema sul quale mi trovo a riflettere spesso: non credo che l’arte generi solo vita; alle volte ci rivolgiamo a opere (film, libri, persino videogiochi, volendo guardare anche al contemporaneo con consapevolezza) dalle quali possiamo essere ossessionati perché non fanno altro che far circuitare i nostri pensieri su sé stessi se poi non siamo in grado di tornare al reale, se il reale ci sembra meno palpabile dell’arte, più lontano e intattingibile di ciò che immaginiamo. Non so quale sia la storia di questo ragazzo ma quel film mette in scena e legittima zone buie dell’anima, parla della giustizia che si compie nel sangue, con la vendetta, una vendetta giusta. Non è raro che chi scrive, disegna, legge, si trovi a dimorare in quelle regioni più del “giusto tempo”, più di quanto sia sopportabile prima di valicare un confine seducente tra vita-sogno-morte.

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    1. Fa male sentire che sia così, anche a me che non lo conosco. Anche se non lo conosco, è un modo di stare nelle cose che comprendo e sento con ogni fibra. Mi è capitato di fare lezioni di letteratura ad una adolescente che guardava Memento di Nolan con ammirazione: lo abbiamo guardato insieme, ho provato con lei ad analizzarlo come “opera”, vivisezionare la struttura e le tecniche di narrazione usate, e abbiamo così disinnescato insieme il meccanismo emotivo che la portava ad empatizzare fin troppo con il protagonista del film. Anche lei, era in un momento di grande fragilità ma la sua è una storia che ha preso una direzione diversa e, sapendo quello che so di lei e di persone come lei, sono felice di esserle stata accanto, aver fatto qualcosa per lei.

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