Abitare il confine. La rivoluzione androgina

“Eludere il paradigma è un’attività ardente, che brucia” Roland Barthes

Ho conosciuto molte persone androgine nella mia vita e ne sono sempre stata sedotta.

Non mi riferisco al solo dato estetico ma al modo di portare un corpo nel mondo che, in una società amante delle dicotomie, diventa politico e rivoluzionario.

L’essere umano che non riusciamo a identificare subito come certamente uomo o certamente donna ci disorienta e, al contempo, ci impone una riflessione necessaria. Con la propria esistenza immersa nell’ambiguità, l’androgino ci invita a porci domande sulla nostra identità (e non solo), a non dare nulla per scontato.

Essere completo, che non manca di nulla. Crasi di ogni possibile. Facendo dell’erranza uno stile di vita, l’androgino ci interroga con la sua sola esistenza. Esemplificare nel corpo il diritto alla fluttuazione e all’ambiguità rende libero non solo il portatore di quell’ambiguità ma anche chi lo guarda. Se guardare è un modo di comprendere l’altro e accoglierlo, allora l’androgino è necessario affinché ogni essere umano si interroghi – al di là dei vincoli e preconcetti imposti dal tràdito culturale e anche decidendo di restare fermo sulle proprie posizioni – sulla propria appartenenza di genere.

Questa terza forma di genere che trovo interessante e inclusiva – perché in grado di superare gli angusti confini del binomio uomo-donna – si pone come principio estetico, filosofico e culturale di una grande rivoluzione possibile. A prescindere dalle nostre scelte concrete sull’identità di genere, quanto sarebbe liberatorio imparare a giocare e osare di più, sul nostro aspetto e non solo. Dovremmo tutti sfidare la soglia, il confine.

L’androgino pone domande senza offrire risposte confortanti o definitive, perciò è quanto di più simile alla vita. È forma che sfugge, quindi incarnazione genuina della vita che interroga se stessa incessantemente.

Il mito ha nobili origini ma la figura perturbante dell’androgino entra nell’immaginario letterario e lo supera: da Platone e Ovidio alla Mademoiselle de Maupin di Theophile Gautier e Seraphita di Balzac, dall’Orlando di Virginia Woolf al Tadzio della Morte a Venezia di Mann, dalle memorie ottocentesche di Herculine Barbin scoperte e recuperate dall’oblio da Michel Foucault (ne parla anche Judith Butler in Gender Trouble) ai miti della musica e dello spettacolo Mick Jagger e David Bowie.

Eppure la società non sembra pronta per questa rivoluzione.

Ancora impegnata sul tema delle differenze e delle rivendicazioni, ciascuna delle fazioni non vede quale preziosa possibilità rappresenti la crasi degli opposti che si sottrae ad ogni etichetta. È nell’erranza e nell’ambiguità il futuro possibile di una società i cui confini appaiono slabbrati. Il “genere”, come termine nato negli USA negli anni ’70-’80, sembra aver perso la propria carica eversiva radicale diventando un mero esercizio di stile definitorio che appiattisce le differenze e legittima una distinzione binaria – terribilmente semplificatrice – tra uomini e donne. L’eterosessualità o l’omosessualità finiscono spesso per identificare uno dei possibili ruoli sociali piuttosto che rimandare ad una condizione dell’esistere. Un “ruolo” si configura come rappresentazione normata che riposa nella stasi immutabile della regola, una “condizione” rispecchia invece la mutevolezza tipica della vita di un essere umano.

Il genere è performativo, cioè costituisce il corpo come discorso e narrazione, come afferma Judith Butler. In questo senso, superare il paradigma della binarietà significa esplorare non un versante o l’altro del confine ma la soglia, il confine stesso.

Abitare il confine, restare in bilico.

Cosa significa, a livello simbolico, rendersi disponibili all’oscillazione e al mutamento? Perché è così facile pensare come “normale” qualsiasi trasformazione dell’essere umano – basti pensare ai gusti alimentari: da bambino non mangiavo il pesce, da grande lo adoro – mentre si fatica a pensare la fluidità o l’ambiguità come prospettiva di genere?

L’androgino si pone “visibilmente” come critica radicale contro ogni normatività e rigidità. Sfuggendo all’etichetta estetica, ci ricorda che nulla si può definire una volta e per sempre. Più di chiunque altro contiene moltitudini, ci insegna ad amare l’erranza, l’eccedenza di possibilità, l’oscillazione e a scegliere copioni inediti che ci obbligano a interrogarci continuamente.

L’androgino incarna anche l’ironia come figura retorica socraticamente intesa (il processo dialettico che mira a comprendere il reale, indagarlo). Accogliere l’androgino come possibilità legittima le nostre diverse vocazioni, la loro fluttuazione e trasformazione nel tempo ma, soprattutto, a livello sociale ci aiuta a comprendere e legittimare le narrazioni di sé che gli altri ci portano, a non etichettarle a priori.

Questa riflessione è debitrice del saggio di Barbara Mapelli, L’androgino tra noi, Ediesse Edizioni

(La citazione iniziale è tratta dalle lezioni di Roland Barthes al collegio di Francia intitolate “Neutre”)

Fonte dell’immagine di copertina: https://sisterfromanothermisterblog.wordpress.com/2012/10/13/lo-stile-androgino-nella-moda-come-ricerca-dellidentita/

12 pensieri su “Abitare il confine. La rivoluzione androgina

  1. “Abitare il confine, restare in bilico”: ho pensato a Camus. Ho molto apprezzato il concetto dell’oscillazione, anche perché, ad esempio, Jagger e Tazio non mi sembrano rientrare nell’androgino. Forse sbaglio. Poi ho letto un articolo sul genere (e i relativi studi), tra sesso e identità. Se ti interessa, cerco di recuperarlo.

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    1. Penso possa essere molto soggettivo il modo di percepire questi personaggi. Io ti dirò che trovo Tadzio molto perturbante, quel corpo e quel volto li vedo così ambigui e oscillanti tra le due dimensioni. Indefinibile, imprendibile. Il concetto di oscillazione nel tempo poi lo trovo essenziale, mi piace molto quando si parla di questo tema. Certo, mi fa piacere leggerlo, sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli sul tema, lo indago spesso ☺️

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