Chimere

Dal greco Χίμαιρα, “capra”.

Un animale umile, richiamo allo stesso humus che genera il suo nutrimento.

Ma Chimera, lo sappiamo, è mostro. È cosa non vera.

Inesistendo, esiste nella misura in cui puoi immaginarla.

Può essere tutto ciò che immaginiamo che sia.

Nell’informità del corpo visibile quanto nella fantasticheria sta la sua essenza.

Tutto ciò che troverete qui è mostruoso.

Del mostro, almeno, ha la vocazione.

Rifugge le forme e i nomi.

É una “cosa”.

Il mostro, ricorda il latino monstrum, è un “prodigio”.

Cosa extra-ordinaria alla quale accostarsi con sospetto, dalla quale guardarsi, anche.

Le fa eco il verbo latino monere, “ammonire, avvertire”; da cui l’italiano monito.

Mostruose sono le parole, i mondi impossibili che hanno il potere di creare.

Chimera rifugge le etichette persino nella forma. È figlia di Tifone, potente e orribile Titano dalle cento teste di drago che sfidò Zeus, ed Echidna, creatura che al posto delle gambe ha coda di serpente. L’immagine più diffusa di Chimera è quella della creatura a tre teste.

Testa di leone innestata sul corpo dello stesso animale, testa di capra svettante sulla schiena, parte caudale con testa di serpente intenta nell’atto di vomitare fuoco.

La foto di famiglia è una chicca: dall’unione di Tifone e Echidna nacquero Idra, serpente a nove teste, e Cerbero, mastino a tre teste posto a guardia degli inferi. Una famiglia di freaks, perfetta per un film di Fellini. E non sorprende scoprire che, a quanto dice Esiodo, fu proprio Chimera a generare un altro prodigio, la Sfinge.

Chimera nasce sotto il segno di forze naturali distruttrici: vulcani e tempeste.

Cosa che nasce invoca distruzione. Vita chiama morte.

È nel linguaggio figurato che questa parola si fa aerea per indicare “un’idea priva di fondamento, una fantasticheria, un sogno, un’utopia”.

Il mostro è cosa vaga tanto quanto è corpo e fuoco.

Nella sua proteiformità non smette di sorprenderci.

Un pensiero su “Chimere

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