Il Donatore

Lo psicoterapeuta: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Fa scorrere l’indice sinistro lungo la fronte.

Il medico chirurgo: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Indice puntato sulla fronte.

Lo sconosciuto sulla panchina del parco: si vede che è una persona emotiva, ce l’ha scritto qui.

Come sopra.

Parliamo di questa singolare specie di “malattia” moderna: l’emotività.

Conseguenze: disturbi alimentari, gravi disturbi intestinali, frequenti stati d’ansia, crisi depressive.

Cosa mi sono persa? Quand’è che il mondo è diventato un posto in cui l’emotivo, l’empatico, ha iniziato ad essere etichettato come disturbato, un problema, qualcuno da guarire?

Quando?

Devi imparare a proteggerti, dice. Non sono gli altri, sei tu. Sei sempre tu. A sbagliare sei tu che ti lasci ferire. Tu che ti lasci invadere.

Per rendere onore a questo Tu martoriato lo chiameremo, da qui in avanti, il “Donatore”.

Sto raccogliendo storie di esseri umani, molto spesso donne, che condividono questo disturbo di emotività, altrimenti detto: amare senza preoccuparsi delle conseguenze, aderire carne e spirito alle cose del mondo, lasciarsi penetrare, lasciarsi attraversare a tal segno da “farsi venire” i crampi allo stomaco, soli nella stanza, quando nessuno vi vede. Perché sì, nel momento in cui ci si fa male si è sempre soli.

Non so se sia sempre stato così, il mondo. Non lo so davvero. Attendo che qualcuno mi illumini e lo dica. Nella mia ingenuità dico che no, ci deve essere stato un tempo in cui nessun medico diceva “devi guarire” se ammettevi “sono una persona sensibile. Come dice lei, emotiva”.

Vivere in un mondo in cui essere empatici, sentire l’altro, è l’errore. Un difetto di fabbrica.

Hai voglia a leggere manuali di self-help e neuroscienze, fare yoga e imparare le migliori tecniche di respirazione mutuate dalla meditazione. Hai voglia a dire “rilassati, respira” e “andrà tutto bene”. Ci si può lavorare ma no, non si può trovare una “cura”. O meglio, si può. Però ci vogliono anni, allenamento quotidiano, sacrifici immani del corpo e della mente. Se si è “Donatori” nel modo in cui ho descritto si rischia piuttosto d’essere tentati di passare direttamente dalla porte opposta della barricata, al Lato Oscuro della Forza. Troppa fatica. Passare da “donatore” a “carnefice” è più facile. Lo sappiamo che i poli opposti si toccano. Lo sappiamo. Trovare l’equilibrio è una lotta quotidiana, un lavoro di anni, un risultato mai definitivo, sempre da riguadagnare, e può essere complicato. E doloroso. Come le neuroscienze ci insegnano, il nostro cervello allenato a pensare determinati pensieri, anche se deleteri, si sente confortato dalla “familiarità” con essi e tende a restare nella zona di comfort piuttosto che cambiare.

Attenzione: il “Donatore” è, come tutti gli esseri umani, un egoista. Non sopporta di scontentare o ferire gli altri perché non sa sostenere il loro volto contrariato o rabbuiato dalla delusione. Perché una delle caratteristiche del “Donatore” è di farsi contagiare. Uso il termine “contagiare” non a caso. La malattia più pericolosa per il “Donatore” è proprio il dolore dell’altro. Causarlo è la sua peggiore paura. Vedere l’altro felice lo rende davvero felice. Vale con tutta la complessa gamma di sentimenti. È la sua droga, non sa farne a meno.

Hanno ragione i medici, allora? Bisogna curarlo?

Quello che sto imparando facendo ricerche sul campo è che si può imparare ad essere, per così dire, “Donatori selettivi”.

Il Donatore selettivo è qualcuno che non si libera di sé stesso ma comprende il valore del proprio dono e impara – col tempo, a costo di immani sacrifici – a non svenderlo a chiunque (a differenza di quel che si va dicendo, le cose “in saldo”, le cose “a prezzo stracciato” non piacciono a nessuno, non fanno venire l’acquolina in bocca. Certo che la gente le compra, le prende ma subito se ne dimentica. Sono le cose costose, esclusive e prestigiose che segretamente desidera proprio perché non è facile averle).

Il Donatore selettivo è qualcuno che ha imparato a donare a coloro che:

  1. Non possiedono un ego smisurato, forti tendenze al narcisismo e alla manipolazione dell’altro (capiamoli, i narcisisti manipolatori: anche loro hanno un “problema”. Qualche volta nemmeno se ne rendono conto ma, in ogni caso, non è affar nostro. Quella tra donatore e narcisista è una relazione destinata alla distruzione. Del Donatore, è chiaro)
  2. Sono disposti a donare almeno con la stessa intensità. Meglio se maggiore, per compensare le scudisciate del passato.
  3. Sono capaci di ringraziare. Alle volte basta dire “grazie” e capire quando smettere di prendere da qualcuno che è portato a dare compulsivamente.
  4. Si impegnano solennemente a non usare la sua sensibilità come arma per ferirlo, umiliarlo, offenderlo. E dico “si impegnano” perché non si può pretendere troppo dall’animale umano, naturalmente polemico (“polemos”, guerra), votato al conflitto e al saccheggio. “Homo homini lupus” è la regola nell’ingaggio sociale e vale da sempre e per sempre, che piaccia o meno.

Quello che sto imparando raccogliendo storie e umanità ferite è, sopra ogni cosa, che esiste una comunità di anime affini. È un impegno, un lavoro a tempo pieno, questa annosa ricerca, ma si può fare. Ed è di queste anime che il Donatore deve imparare a circondarsi.

8 pensieri su “Il Donatore

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