Guarire non è la soluzione

Per anni ho ascoltato le parole di chi dà buoni consigli perché non può dare il cattivo esempio.

Poi capisci, e smetti di dar credito a chi finge di interessarsi alla tua sorte quando nei fatti, guardandoti, non riesce ad accettare il mondo che porti. Avida di capire le cose del mondo, disimparavo la mia verità. Ma tutto è stato necessario per arrivar fin qui. Semplificando moltissimo, guru e santoni dicono che ci si ammala per attirare l’attenzione, perché si cerca amore. Sono d’accordo con guru e santoni. Poi però bisognerebbe indagare, capire cosa significhi per il singolo individuo la parola “amore”. Perché quando usiamo una parola come “amore” – ormai trita per il suo esser abusata, ormai così generica – non intendiamo tutti la stessa cosa. Rispetto? Accettazione? Cura? Gratificazione? E via di seguito. La lista di possibili potrebbe estendersi all’infinito. E poi, accettazione e rispetto da chi? Dal partner? Dalla madre e dal padre? Dal mondo intero? Da chi si vuole ottenere ciò che si desidera con tanto ardore?

Cosa intendo io per amore? Quando, a diciannove anni, una notte di luglio alle colonne di San Lorenzo, il mio compagno di allora – quello degli amori romantici che ti pugnalano alle spalle e servono a soffrire come si deve e farsi lo scudo – me lo chiese: “rispetto”, risposi. Quindici anni dopo, la mia risposta non è cambiata. Rispetto è un composto di re- “indietro” e spicio, verbo che in latino significa “osservare”, “guardare”. Ed è questo sguardo che sa penetrare il valore, uno sguardo che senza sapere il prima e il dopo di un’anima sa intuirlo, non insozzarne il colore. Il rispetto di cui parlo – quello che non bisognerebbe chiedere, ché il doverlo chiedere già ne avvilisce il senso – è la capacità dell’altro di accogliere l’immagine che io gli offro, non quella che l’altro sceglie per me. Non si può pretendere da chiunque lo stesso grado di sensibilità e acutezza. Così ci si stanca della pantomima e si sceglie di non offrirsi alle persone. E si è anche abbastanza intelligenti e consapevoli da non fargliene una colpa. Quello che vedete di una persona quando vi si para innanzi, corpo e respiro, è solo una presenza simulacrale, una forma possibile, una proiezione che costruite addosso a quell’essere umano filtrandola sulla base del vostro vissuto: quello che vedete di una persona è quello che siete, non ciò che quella persona è. Specialmente quando notate, di quella persona, qualcosa che non vi garba o addirittura vi infastidisce. Bisognerebbe chiedersi sempre: cosa c’è che non vedo?

Questa incomprensione di fondo nelle relazioni umane per me è disumana e mi fa soffrire.

Ciò che io sono non è ciò che sono e di cui non posso liberarmi – questo corpo questi occhi questo respiro – tutto ciò che vi si para innanzi quando mi guardate. Ciò che sono è il modo in cui io scelgo liberamente di proiettarmi, anche mentendo, nelle mie parole, nei miei disegni, nei miei sogni e nei miei incubi. Ma come puoi far comprendere una frase del genere a chi sgrana gli occhi e non capisce il senso di queste parole? L’arte per la quale una persona sputa sangue all’angolo dei perdenti, spesso alle corde, senza mai gettare la spugna è la vita della quale quella persona non può fare a meno: una vita che continuamente si esprime nel balzo oltre il reale ed esiste SOLO nella misura in cui lo trasfigura, questo reale. Il punto è che per certe persone tutto questo è futile, inessenziale, ridicolo, vale meno di zero, e a parlarne come di vita vera si fa la figura del giullare a corte. Mentre per me questa trasfigurazione, questa tana del bianconiglio non è una menzogna, non è un divertissement bensì la sola realtà cui riesco ancora a dare credito. Ed è la sola realtà perché è quella che scelgo. Perché ciò su cui, di me, non ho avuto alcuna voce in capitolo non è la mia verità. Io esisto nella misura in cui mi sogno e mi desidero, e solo in quella forma di sogno e desiderio.

Nascere è solo un accidente, qualcosa che capita e tu non puoi farci niente. E non è detto che la cosa ti piaccia. Magari non è l’abito che avresti scelto per te. Certo che esisto per come mi vedete camminare per strada o mangiare un piatto di pasta al sugo, mio malgrado. Ma lì mi sento inadatta e per me quell’azione vale meno di zero. Se volete sapere chi sono leggete le mie parole, guardate i miei disegni, fidatevi del balzo oltre il reale che vi propongo. Tutto il resto è artificio. Non dico che non ci sia del vero: con l’esperienza del vivere, con la pratica obbligata, qualcosa si riesce sempre ad apprendere e salvaguardare. Ma tutte le volte che si apre la porta della stanza e si esce da se stessi si perde in onestà e libertà. Siamo quello che siamo nelle nostre solitudini.

Quando si prova a tradurre in vita, al cospetto degli altri, l’integrità di questa verità che si nutre di silenzi non si può che fare una triste figura. Dovendo scegliere, scelgo di aderire ai miei simulacri, alle proiezioni che io creo di me stessa, non a quelle degli altri. Se le ho create, queste immagini di sogno, se le ho fatte esistere, significa che per me hanno valore. Ma se queste immagini che io propongo non vengono accettate, se vengono derise, respinte o ignorate, è naturale che, tornando al punto iniziale, la guarigione non può esistere. La malattia diventa cronica e bisogna limitare i danni restando a contatto con quei pochi esseri umani che mostrano di capire, e rispettare. In ciò che scrivo, nell’arte che creo si consuma tutto ciò che, di me, ai miei occhi ha peso e valore. Questa è la mia malattia. E non sono di quei malati che non vogliono guarire. Ce l’ho messa tutta. Ma, alle volte, questo gioco non vale la candela.

Guarire non sempre è la soluzione.

Alle volte, bisogna convivere con la propria malattia. E accettare che in questo essere in lotta con se stessi non c’è nulla di male.

Ph. Carmine Prestipino

5 pensieri su “Guarire non è la soluzione

    1. Grazie, caro Filippo. C’è un diffuso elogio della guarigione che può far paura, specie in tempi nei quali esistere è così faticoso. Legittimare la malattia o qualsiasi cosa le somigli può essere una nuova via. Una buona serata e buona domenica a te.

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      1. Ti ringrazio, Martina :-). Verissimo quello che dici: questo “lavoro-lavorìo interiore” ha bisogno ogni giorno di essere rinovellato; ha bisogno di grande fermezza, costanza e capacità di restare saldi su se stessi, al contempo senza smettere di guardare l’altro e capire come la relazione con il “fuori” può aiutare a vivere meglio, invece che distruggere.

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