I signori dell’Apocalisse. Parte Seconda

Continua da I signori dell’Apocalisse Parte Prima

La simulazione permette allo scienziato di sintetizzare la realtà che egli vuole indagare e comprendere. Studiare il possibile per comprendere il reale. Come? Attraverso la programmazione, naturalmente. Il vantaggio è enorme, rivoluzionario: le teorie scientifiche si possono testare, non esiste esperimento inverificabile. 

In questo nuova concezione, il computer non è più l’inefficace termine di paragone della mente (inefficace dal momento che ne esclude la base materiale) ma l’utilissimo strumento di studio e analisi della mente, una mente non separata dalla realtà. Questa è la strada intrapresa a fine anni ottanta dai modelli simulativi computerizzati chiamati “reti neurali”: modelli che “simulano la nostra architettura cerebrale, il nostro sistema nervoso congiuntamente alla simulazione della nostra vita mentale”.

È fatta. L’homo faber è pronto a rendere il mondo un posto migliore. Si celebra festanti la fine di secoli di dualismo mente-corpo, supportato dall’informatica e poi messo in discussione da modelli rivoluzionari quali le reti neurali, la Vita Artificiale e la Mente Estesa, “modelli che lo rifiutano adottando concetti applicabili ugualmente a fenomeni biologici, alla vita mentale e ai fenomeni culturali umani”.

Il modello della Mens Extensa che dà il titolo al libro vede la mente immersa nel (e in relazione col) mondo esterno, un mondo reso più “intelligente” perché popolato da artefatti sempre più sofisticati creati dall’uomo (che modifica ed è a sua volta modificato da tali artefatti tramandati culturalmente). L’uomo, armato del suo prometeico orgoglio, si trova dinnanzi ad un’estensione incalcolabile degli orizzonti dei processi cognitivi. 

Il punto è: qual è il confine tra Mente e Mondo? 

Giunti a simili vette, sulle quali il libro ci conduce, per procedere bisognerà essere disposti a guardare l’abisso armandosi di luce, tutta la luce possibile.

Nel suo “Natural Born Cyborg”, Andy Clark sostiene che “l’estensione mentale attraverso la tecnologia sia il naturale completamento delle nostre potenzialità di cyborg per natura”.

L’essere umano è, secondo il filosofo Andy Clark, un natural born cyborg: siamo biologia ma anche insieme di elementi culturali tramandati dal mondo nel quale siamo immersi e dal quale dipendiamo. Basti pensare al linguaggio, il primo artefatto prodotto dall’uomo. Nei secoli, l’essere umano ha affinato la capacità di creare mondi artificiali intelligenti, riproducendo questa sua facoltà peculiare – l’intelligenza, appunto – in artefatti svincolati dal corpo biologico: i cyborg artificiali

Popolandolo di artefatti intelligenti, l’uomo ha forgiato un mondo a sua immagine e somiglianza. Per alcuni, questa sarebbe “semplicemente” la naturale evoluzione dell’uomo, titolare di una Mente Estesa nello spazio. Per altri, abbiamo a che fare con gli eccessi prometeici di un homo faber che, credendosi dio, è riuscito ad assurgere al rango di homo creator

Siamo diventati onnipotenti, il dio creatore che idolatravamo. 

Se poi si uniscono le potenzialità degli artefatti cognitivi informatici al pericolo insito nell’uso di ordigni atomici, si comprende come l’uomo abbia già di fatto conquistato il potere, un tempo prerogativa divina, di distruggere non il singolo uomo ma l’intera umanità

“Siamo signori della nostra fine, signori dell’Apocalisse”, dichiara Anders. Della bomba si può migliorare raggio d’azione e calibro ma non effetto: “la potenza virtuale delle scorte odierne di ordigni è già assoluta, l’umanità è divenuta eliminabile”. 

Cos’altro dovrebbe esserci dopo una cosa del genere? 

Secondo Anders l’atomica, ponendo l’uomo nella condizione di produrre la propria distruzione, assurge a tutti gli effetti a simbolo della terza (e ultima) rivoluzione, non più passibile di ulteriore espansione

Perché l’atomica sancirebbe la trasformazione dell’homo faber in homo creator?

Un uomo capace di produrre enti inediti, non esistenti in natura – gli elementi chimici 93 e 94 della Tavola Periodica, Uranio e Plutonio – è un uomo davvero simile a Dio. 

Non possiamo tornare sui nostri passi, gli effetti di ciò che abbiamo creato ci trascendono: se anche per un certo tempo non disponessimo della testata atomica, resterebbe il know how. L’idea è indistruttibile, Platone docet.

Giunti fin qui, cosa resta della luce, nell’abisso?

Ho letto le ultime pagine di questo libro trattenendo il respiro, come se avessi le gemelline di Shining alle calcagna, solo per sapere:

d’accordo, abbiamo giocato a fare dio, quindi come va a finire? La domanda sembra retorica eppure sono convinta che non lo sia.

Se è vero che la tecnologia può salvare, migliorare e prolungare la vita, resta aperta anche la possibilità opposta, suggerisce Mens Extensa.

Mentre chiudo il libro già mi sento, al contempo, euforica e demoralizzata in quanto rappresentante degli Ultimi, di quelli che spariranno, dopo i quali non ci sarà più nulla. Ma dura poco: l’emozione conta, certo, ma non è il punto. Lascia subito il passo alla consapevolezza, al desiderio di riflettere, accendere il dialogo sul tema. Ecco cosa fa un buon libro: infiamma. Mi piace questa parola.

Quello che conta davvero è la possibilità che un testo apre di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo sapendo da dove veniamo e a che punto siamo arrivati. Il difficile è storicizzare il contemporaneo, leggere il presente con gli occhi di chi sa: a certi livelli, su certi argomenti, non si può sapere, quando si vive immersi nel proprio Tempo, solo intuire.

“In tueri” (radice del verbo intuire) è guardare dentro, penetrare le cose, provare la vertigine della visione e a partire dai cocci sparsi costruire un senso per poi farne dono a chi, quel senso, non è in grado di coglierlo.

Libri come Mens Extensa nascono nel presente e leggono il presente proprio perché sanno unire a intuizione e visione lo studio innamorato del passato.

Il nostro privilegio di Ultimi, signori dell’Apocalisse, è che di cose ne sono successe, di tempo per capire ne abbiamo avuto perciò, almeno sulla carta, abbiamo tutti gli strumenti per scegliere cosa fare, come andare avanti. Soprattutto ora che l’andare avanti, pare, dipenderebbe da noi. In tempi di pandemia, poi, questa verità sembra ineluttabile.

Citando una splendida battuta di Cecchi Paone (che a sua volta cita Eco): “tra apocalittici e integrati, va bene, restiamo integrati. Ma almeno con consapevolezza”.

Libro recensito: Simone Belvedere, Mens Extensa (Lekton Edizioni, 2019 – Collana Skepsis)

Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro o dagli autori in esso citati

In copertina: foto di Carmine Fotografie

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