Appunti per una vita mancata

Si resta soli solo per esistere meglio: nel dedalo di echi e chimere emergono le scorie, scarti di un’esistenza fin troppo consapevole per non ammettersi. 

Ogni libro nasce da una mancanza che riscatta l’esistenza. Ma ogni libro nasce soprattutto da un amore: quello per l’atto del leggere inteso come quesito ostinato ed incessante dinnanzi all’incompiutezza e illogicità del reale.

Leggere è un gesto che obbliga la mente ad uno stato tensivo iperbolico, un concentrato di vita immaginata, un sovrappiù di vita densificato, rattenuto nell’intimo, che compensa la stasi solo apparente cui il corpo è chiamato. Esiste un tempo in cui ci si protegge dagli strali del mondo facendo della Pagina letta la dimora di solitudine eletta. L’atto del leggere è sempre anche un riscrivere. Di questa vita sospesa ho raccolto gli Scarti: lasciavo i cocci sparsi ovunque, appuntavo Consapevolezze in singulti e frasi sibilline sulla Pagina, lentamente scoprivo, dietro e dentro la Pagina letta, qualcosa di me.

Serve tempo per raccogliere i cocci sparsi e tracciare la rotta. La Parola e la Vita lentamente si fondono: la Parola diventa un’arma per penetrare la Vita e si fa Voce.

Nessuno ci ha chiesto se volessimo nascere, eppure eccoci qui, gettati nella mischia. 

Non sempre è uno spasso. 

Mentre la tristezza si giustifica sia col ragionamento sia con l’osservazione, la gioia è basata su niente, partecipa del vaneggiare. Non si può essere gioiosi per il solo fatto di vivere; all’opposto si è tristi non appena aperti gli occhi”, dice Cioran. 

Come dargli torto? Veniamo al mondo piangendo, ce ne partiamo, sovente, nel più assoluto dei silenzi. Il che la dice lunga sulla vita. 

Ma se si imparano le regole del gioco, poi viene voglia di giocare, divertirsi.

“Ridere è una ragione sufficiente per andare avanti”, dice 𝙂𝙧𝙤𝙪𝙘𝙝𝙤 𝙈𝙖𝙧𝙭. Come dargli torto? Non che abbia ancora capito come si vive: perlopiù 𝙞𝙢𝙥𝙧𝙤𝙫𝙫𝙞𝙨𝙤.

E quando, vinti ma felici, si comincia a dialogare, oltre che con le Pagine dei Grandi, con i propri piccoli inutili Frantumi, lì inizia il gioco, il divertimento: si prende a tracciare segni fragili pensandoli eterni, miraggi nei quali esistere con onestà, sperando possano servire a qualcuno. 

Quegli appunti, quegli scarti, restituiscono dignità ad una mancanza

Le Parole sono la vita di chi ha mancato la Vita? Non può comunque dirsi vita una Parola? 

Ho scelto alcuni frammenti e li ho strappati al silenzio, alla solitudine in cui sono nati.

Perché solo scagliando la carne dei propri demoni sui tizzoni ardenti della Vita si può sperare di vincerli. Scrivere per Frammenti è portare sguardi fugaci ma attenti sulle cose: in un mondo disintegrato sotto il peso del paradosso, il Frammento si impone come un modo possibile di dire il reale restando fedeli a se stessi.

Si arriva così al Senso di questi Frammenti, che grida per ricomporne il Caos. 

E il Senso, lo scopo, non è offrire a qualcuno una risposta ma, ancora e sempre, una Domanda. L’insieme dei cocci costituisce una sorta di breviario di simboli e suggestioni: accade come la vita, senza un senso apparente. Eppure traccia un percorso invisibile ma intuibile nell’istante in cui si congiungono le tessere del mosaico: ogni tessera è una monade a sé stante e vale come tale, ma è unendo i frammenti che emerge una mappa verso la consapevolezza. Avrei potuto scegliere una forma diversa, ma non sarei stata onesta: la consapevolezza è giunta per lampi e strali ed è così che ho voluto restituirla. 

Chi legge potrà forse essere aiutato non già ad evitare le cadute ma ad intercettare l’istante che le precede, affrontare con consapevolezza il dolore di esistere, sapendo che ogni consapevolezza nasce come Ferita per trasformarsi in Possibilità. Nel mio caso la ferita era già aperta: l’atto del leggere le ha concesso di sanguinare, eliminare le scorie; dialogare e riscrivere i testi letti ha permesso di medicare, rimarginare. Scrivere è la nuova pelle vocata a metamorfosare se stessa ogni giorno, in un ciclo continuo ed inesausto di morte e rinascita.

Se anche chi legge resta ferito e trafitto è perchè, leggendo, ha scoperchiato il vaso di Pandora. 

Se mi concedo di dire “Io”, in questi scarti, non è per far la morale ma perché continuamente lancio strali contro me stessa: nonostante la forma imperiosa dell’aforisma, nessun intento moralizzatore, dunque (anzi, un onesto aforista conosce la contraddizione insita nel reale, e non fa la morale a nessuno. Vedi il solito Cioran, di cui sopra). 

Ma chi legge, in ogni momento, potrà dialogare con le Parole, riscriverle e dire “Io”

Perché, nonostante tutto, quel misero “Io” è la sola toppa che tiene insieme una stoffa lacera e consunta. La sola che abbiamo.

I miei cocci sono sparsi ovunque ma soprattutto qui:

https://morganachittariblog.wordpress.com/scrittura/massime-e-apoftegmi/

e qui: https://morganachittariblog.wordpress.com/frantumi/

In copertina: foto di Carmine Fotografie

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