Cinquecento

Perché la lascio vincere? Vi starete chiedendo.

Perché la amo.

Perché la vita l’ha delusa, ed io non voglio farlo.

– Briscola a mazze – esclama, trionfante.

Io la vedo sorridere, e già mi vergogno di avere in mano l’asso di bastoni. Ogni volta che sfilo una carta dal mazzo, lei trattiene il respiro come se da quella mano dipendesse il suo destino. Una carta, un destino. A carte si vince o si perde, non ci sono mezze misure, né tempo per sognare troppo: questione di numeri. Però c’è anche la fortuna di avere la carta giusta al momento giusto, e la tensione dell’attesa.

A me, delle carte, le nostre siciliane, piacciono soprattutto le figure, i colori e i rabeschi. Le guardo come fossero tarocchi, simboli, e ogni sera mi racconto storie diverse, un po’ come nel Decamerone: c’è la storia del cavaliere di spade scortato nelle terre del re di coppe per ricevere in premio per il suo onore il Sacro Graal; o quella dell’umile fanciulla di bastoni rapita dal danaroso avido signorotto a cavallo. E, queste storie, le racconto ad alta voce, per farle ascoltare anche a lei, anche se so che qualche volta non mi ascolta: troppo intenta a scegliere la carta giusta, tutta tesa a non perdere il ritmo del gioco, niente la distrae.

Una volta, verso le dieci, una scossa di terremoto, lieve ma non breve, ha attraversato alcuni paesi del messinese, incluso il nostro: ce ne stavamo tranquilli a giocare, come al solito, e all’improvviso la terra trema!

Una mela rotolò giù dal tavolo schiantandosi per terra, il lampadario di cristallo tintinnò ma lei niente, non si accorse di nulla e continuò a giocare: era l’ultima mano dell’ultima partita, in quel caso decisiva per raggiungere l’agognato traguardo dei Cinquecento.

Se le cose non si mettono peggio e non rischiamo la vita – pensai tra me e me – non c’è motivo di avvisarla.

La scossa terminò sulla sua ultima giocata: anche il terremoto si inchinava di fronte al suo sorriso, facendosi da parte per non guastarle la festa.

È travolgente l’apnea eccitata con la quale Miriam assiste al mio gesto di scegliere una carta dal trittico e metterla a terra.  

Io so subito quale carta scegliere, quando pesco dal mazzo centrale, ma mi piace indugiare: a me le carte piace toccarle, sentirle consunte tra le dite, sentire che hanno una storia, la nostra storia, mia e di Miriam: una storia imperfetta, paga delle sue imperfezioni, come quell’angolino mancante del cavallo di spade che è un’imperfezione ma ci consente di ridere insieme tutte le volte che ce lo troviamo tra le mani ricordando come si è strappato, mentre ci contendevamo per gioco la carta pescata, la notte che fummo rapiti da un’insolita ebbrezza. In preda alle risa, quella volta, Miriam poco prima si era alzata e aveva preso la bottiglia di liquore al cioccolato versandone cinque dita ciascuno nei bicchieri di cristallo, “quelli buoni, quelli della zia”:

– festeggiamo, mi sento in vena oggi!

Andammo a letto ubriachi e felici.

Capite perché la faccio vincere? Lo capite?

Come potrei rinunciare allo spettacolo di gioia tripudiante che lei imbastisce per me?

Ogni volta è come fosse la prima. È abituata a vincere – a carte, dico – ma si stupisce ogni volta come fosse la prima volta.  Nella vita mia moglie ha perso molto: bambina, ha perso la casa; ragazza, ha perso i genitori; donna, ha perso un figlio.

Non posso restituirle ciò che ha perso, ma posso fare in modo che sorrida.

Col tempo, le carte si sono ispessite, indurite, ingiallite, un po’ come noi: la nostra pelle è ruvida e scabrosa; secca e tirata sulle dita della mano ormai disegna il contorno dello scheletro. Ma il nostro cuore è rimasto dolce: dopo ventiquattro anni, ci amiamo ancora. Anche il dolore, anche le ferite, tengono insieme un amore. E nonostante i nostri sorrisi siano meno smaglianti, i nostri denti più gialli, cadenti, ci piace guardarli, ci piace sorridere.

Delle carte, amo anche l’odore: come di carta da parati inumidita, logora sotto il peso del tempo, ma anche un po’ legnoso. Sì, come di legno bagnato. E mi piace vedere come le dita di lei le sostengono e le sfilano elegantemente dal mazzo. Anche se so perfettamente fin da principio come andrà a finire – lo confesso, sono uno di quelli che conta le carte, le memorizza – mi piace sempre l’adrenalina del momento in cui si pesca, e poi sbirciare di sottecchi l’espressione ansiosa del suo volto. Il momento dell’azzardo, il suo azzardo, mi piace: vedere come l’euforia del rischio rende brillante e vivido il suo sguardo.

A lei, delle carte, del gioco, piace la sfida: e vincere. Vincere la rende felice. Io mi godo il viaggio per come ho detto: altro non potrei, visto che so già come andrà a finire. Lei, che non sa, vive l’intera partita come una corsa a perdifiato verso il traguardo. E quando taglia il nastro, dovreste vedere i suoi occhi!

Eccola che scarta un due di spade, nessun punto; su quella carta mi gioco l’asso di mazzo e prendo: levo di torno così il briscolone – simulando in un mugugno un rammarico in cui lei crede – schivando il rischio di prendere più punti di quelli che non posso evitare di prendere. Per lei, mi son fatto anche attore, e bravo davvero.

Di tanto in tanto vinco qualche partita: devo pur piazzare qualche ostacolo sul percorso, per non insospettirla.

Ma al traguardo dei “Cinquecento” arriva sempre e solo lei.

Intanto, io approfitto di questi momenti per indugiare sulle sue mani, visto che di solito le ha sempre indaffarate: scorgo le crepe che solcano quelle esili dita e penso a tutto ciò che quelle mani hanno vissuto.

Da ragazzina aiutava il padre a coltivare la terra e la madre a cucire; da donna, ha allevato un figlio e costruito una casa, piantando chiodi, fissando assi in legno e dipingendo pareti. La nostra casa l’abbiamo costruita insieme, dalle fondamenta.

Sono così piccole, così piccole, quelle mani: come hanno fatto, così piccole, a sostenere tutto il peso e la fatica di una vita storta?

È l’ultima mano, faccio in modo che prenda tutte le carte a terra. Briscola a mazze. Con un misero due di mazze prende il mio asso di coppe. Undici punti secchi. Glielo avevo lasciato apposta per ultimo, il carico. Le cose migliori, alla fine.

Gode particolarmente nel prendere le carte per ultima: solleva il braccio, allarga le dita della mano destra come dovesse battere il cinque, la atterra sul tavolo da cucina e spazzola via in un baleno tutte le carte rimaste a terra, sorridendo. Mi chiedo come possa una donna essere così grande, grande, grande…e avere un sorriso bambino.

  • Cinquecento! Ho vinto!

dichiara trionfante, lanciando lo sguardo alla piccola lavagna che ha piazzato in cucina. Si alza dalla sedia, mi stringe la guancia in un pizzicotto e se ne va saltellando a segnare i punti col gessetto bianco.

Un mese fa Miriam ha sconfitto un tumore: appena ci hanno dato la notizia, sono andato sulla lavagna e le ho aggiunto cento punti.

La sera stessa, quando mi chiese:

– Come ho preso tutti questi punti?

risposi che forse aveva dimenticato una partita.

Mi guardò dubbiosa ma non protestò, in fondo le faceva piacere essere in vantaggio:

– ahi ahi ahi, comincio a perdere colpi con la memoria! Meno male che a carte me la cavo ancora piuttosto bene!

esclamò, facendomi l’occhiolino.

Io contro il destino non posso nulla, ma mi assicuro sempre che sulla lavagna abbia qualche punto di vantaggio: non si sa mai, per sicurezza. Si sa che alla vita, qualche volta, piace barare.

In copertina: Miriam (pastelli morbidi su carta 24 x 33)

7 pensieri su “Cinquecento

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