Il nonsenso del senso

La morte si pone come “no” estremo che chiude ogni porta, sbarra ogni accesso.

Proprio come il muro di una prigione invita l’occhio della mente a portarsi oltre, così la morte, per questo suo carattere di “gabbia”, è già un appello all’aldilà e spiega il bisogno dell’uomo di trattare l’oggetto metafisico.

Il silenzio della morte scivola nel mutismo: non è il silenzio ineffabile del divino, della notte, della libertà, dell’amore, di tutto ciò che muove a dire troppo, tanto da dover rinunciare a dire, bensì quello indicibile del nulla, dell’annichilamento di ogni possibile.

Se l’ineffabile racchiude in sé tutte le possibilità, le suggestioni, le parole che, strabocchevoli, s’affollano, e son tali e tante che ci sentiamo sopraffatti dalla loro dismisurata misura, sulla morte, invece, non vi è proprio nulla da dire.

Apoetica, senza relazioni, senza analogie, senza domani (dunque impossibile, per chiunque, farne l’apologo), senza emozioni a colorarla, la morte è sterile, ed è l’estremo fallimento dell’uomo.

Di più: il non senso del senso, il non essere dell’essere.

La morte è la fine della vita, non certo il fine: essa, infatti, ne annulla i fini.

Sia che s’intenda il “senso” come “significato”, sia che lo si intenda come “direzione”, la vita non ha senso.

Ciò che annulla la vita, ne sopprime il senso.

In copertina: foto di Carmine Fotografie

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