Gli Ultimi

L’Essere umano più ‘riuscito’, il più compiutamente umano,
è il fallito.
Il solo che abbia avuto il coraggio di dialogare con le proprie sconfitte.
Del resto, un Uomo che abbia speso il proprio tempo a cercarsi,
che abbia dolorosamente espugnato i fondi abissi della propria anima,
faticosamente conquistato se stesso

solo quel misero se stesso

non varrà poi molto agli occhi distratti del mondo che, frattanto, intento nel suo corso, avrà già proceduto oltre, portando seco,
forse, appena l’ombra di Colui.

1999, terza media, tesina finale. Non ho dubbi.

2004, ultimo anno di liceo, tesina finale. Non ho dubbi.

Seduta davanti al foglio bianco, non ho dubbi.  

Titolo, sempre lo stesso: “Gli emarginati”.

Dentro, infilo tutti gli ultimi, i respinti, i negletti, quelli che stanno ai margini, gli odiati o maltollerati dal loro tempo e dalle loro genti.

2013, rileggo le mie parole, e la mia vita.

Milano, agosto, caldo torrido, sono allegra, è una buona giornata: mi fermo ad un angolo di strada e parlo con un senzatetto perché mi racconti la sua storia, per ore.

Abbiamo tutti un’ossessione.

Parigi, ho pochi spiccioli in tasca. Bevo un pessimo caffè senza zucchero (io adoro lo zucchero, e chi non lo adora?) in un bar anonimo e guardo una prostituta: è bellissima. Vorrei sedurla, invitarla a fare una passeggiata con me.

Sono timida, in questo genere di cose.

Affondo il naso tra le pagine di un libro, di tanto in tanto le lancio qualche occhiata furtiva.

Il libro: “L’uomo che ride” di Victor Hugo. Vita e morte di un uomo straordinario, disperato, deriso, vinto.

2012, mi innamoro. 2018, fallisco.

Capisco.

La storia che amo oltre misura è quella dell’Uomo distrutto, fallito, escluso, deriso e abbandonato che cade e, dal fondo della sua ultima e più terribile sconfitta, leva il capo, afferra il destino e lo ribalta in suo favore.

Il riscatto – possibilità inestinguibile e speranza – è la mia ossessione.

Ciò che amo sopra ogni cosa sono le storie di uomini che non avevano nulla, o che hanno perduto tutto, e che, da quel nulla, sono rinati a nuova vita con la sola forza del proprio respiro, dei propri talenti.

2019, mi rialzo.

e penso: il giorno in cui non sarò più in grado di rialzarmi, sarà quello in cui dimostrerò non che il mondo è stato crudele con me ma che io non sono stata capace di aderire ai miei pensieri, che non sono stata all’altezza dell’immagine sognata di me.

2020, vacillo.

Non ho mai pensato che sarebbe stato facile. O definitivo.

In copertina: “L’uomo che ride” (pastelli morbidi su carta, 24 x 33)

11 pensieri su “Gli Ultimi

    1. Non ho mai amato la parola “eroe” ma se proprio dovessi adoperarla sceglierei forse l’aggettivo che le si lega: “eroico”, per me, è l’Uomo che, vinto, battuto, si rialza. E si riscatta. Come anche l’uomo che, “sconfitto” agli occhi del Mondo, non perde la dignità, la consapevolezza e la lucidità su se stesso: la società lo considera un “fallito” (quando non “invisibile”, quindi nemmeno degno di considerazione) ma per me resta un vincente. Sovente, la mente va a coloro che restano ai margini e avrebbero molto da raccontare ma non hanno voce; come agli obliati, sommersi e cancellati dal Tempo, a tutte le pagine che non avremo la fortuna di leggere perché, di quell’autore, nessuno ha raccolto le sudate carte. Mi dai l’occasione per riflettere, mentre scrivo: forse, la mia ossessione è, più in generale, quella di riconoscere una traccia del fatto che si è esistiti. Penso sempre che non ho chiesto io di nascere, che non sempre è stato amabile questo “esistere”: ma so che, da un certo momento in poi (non ricordo bene quando) ho iniziato a giocare, e prenderci gusto. Da allora, non ho mai più preso bene questa questione dell’essere “mortale”: insomma, ti fanno nascere, e appena inizi a capire come funziona ti accorgi che hai il tempo contato, misurato e, magari, dico magari, vuoi di più che il solo respirare, dormire, mangiare. Non per forza, non tutti. Ma sto divagando, perdonami! Qui dialogare è così simile ad incontrarsi che viene voglia di perdersi, nel dialogo 🙂

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      1. Alessandro Gianesini

        E’ il bello di questi spazi: poter parlare senza problemi di cosa si pensa e anche di cosa si è, se si vuole.

        Collegandomi al testo e alla tua risposta, mi vien da fare un collegamento con un libro (una coppia di libri, più precisamente) di un’autrice che ha sempre visto come uomini veri quelli che mettono la vita prima di qualsiasi altra scelta, anche fuori dalla moralità. Magari mi sbaglio io, nella postfazione del romanzo sento un’attinenza con le tue considerazioni. Forse il termine “eroi” l’ho presa da là, perché l’autrice ha un’ammirazione smodata per gli sconfitti, e da sconfitti a falliti il passo è breve, sempre che ce ne sia uno da fare e non stiamo parlando della stessa cosa…
        Se ti interessa sapere il titolo è “Malaspada. Storia di due bastardi” (in due volumi, come ti dicevo). 😉

        Ok, forse ho divagato… ma tanto non si paga lo spazio occupato, giusto? 😛

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      2. Quanto al divagare, ammetto fin da subito la sconfitta: non riesco ad evitare di perdermi in ciò che amo; e le Parole, labirintiche, sono seduttive proprio per le mille vite possibili che aprono. Smarrirsi insieme è la possibilità di scoprire nuove strade: infatti, non a caso, Tu mi regali un libro – che non conosco e andrò subito a scoprire – ed io ti faccio dono di un film, anche se non ha nulla a che vedere con la sconfitta ma forse parla di “eroismo”: quello, inesausto, di chi ha un sogno, persevera in ciò che ama, e vince: il film è “Whiplash”, che già solo per la colonna sonora vale tutta l’ora e quarantasei minuti di eternità, beatitudine e tormento che ti regala.
        E sì, per fortuna gentilezza e bellezza qui trovano spazi di pura liberalità 🙂

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