Sul Guardare. Parte Prima

Esistono parole che hanno il privilegio di custodire l’essenza del loro significato.

Teatro”, deriva dal verbo greco ϑεάομαι «guardare». Recitare è, essenzialmente, agire (“attore”, dal verbo latino “agere”, è propriamente “colui che agisce”). La prima, peculiare azione dell’attore è “guardare”. Ciò che guarda, un attore dev’essere in grado di farlo vedere. Si torna all’essenza delle parole, e si trovano le “cose”.  

Potremmo dire che un attore è prima di tutto un “guardone”, o un fanatico dello sguardo: lo allena continuamente. Ma, soprattutto, è qualcuno che

guarda in modo preciso,

il cui sguardo ha sempre una direzione, uno scopo, un obiettivo.

Un esempio: mi trovo nella mia stanza e decido di fare un’azione semplice come “contare”; non mi metterò semplicemente a “contare” ma a contare quanti oggetti rossi ci sono, quante candele spente, quanti maglioni blu e quanti neri, quante penne, e via dicendo. Scelgo l’azione veicolata dal verbo “contare” perché la trovo efficace: essa racchiude già in sé qualcosa di preciso, quasi scientifico. Se per contare davvero devo decidere di “contare qualcosa” (e non genericamente “contare”), allo stesso modo per guardare davvero devo decidere dove dirigere lo sguardo. Ecco che ora afferro una penna: la guardo, dico di che materiale è fatta, di che colore, quanto è grande, eccetera.

“Contare” e “guardare” sono “verbi”: nell’allenamento di un attore è essenziale

trasformare qualsiasi idea o pensiero in un verbo

perché il verbo (diversamente del sostantivo, ad esempio) ci rimanda subito dall’idea al gesto concreto e rappresenta quindi un’indicazione molto efficace.

Per sintetizzare, in un esempio, quanto detto fin qui: se io dico “ho lo sguardo di chi è triste di fronte alla morte” do a me stessa un’indicazione meno efficace e più generica di “guardo mia madre morta”; in questa seconda frase non solo ho usato un verbo che rimanda all’azione (guardare) invece che al concetto racchiuso nel sostantivo (lo sguardo) ma ho anche indirizzato quest’azione ad un “oggetto” preciso (mia madre morta) invece che ad un’idea astratta (la morte).

Far vedere, cosa?

Un attore deve essere in grado di creare nella propria mente immagini precise che diano forza alle sue parole. Non bisognerebbe mai aprir bocca senza avere immagini in testa: è la prima regola della recitazione. Per farlo, dobbiamo prima di tutto studiare con attenzione gli oggetti della nostra quotidianità e comprendere che non sono banali.

Il Teatro ha il potere di rendere significativo e far uscire dall’anonimato ciò che nella quotidianità consideriamo scontato.

L’attrice Stella Adler parla di uno dei primissimi esercizi che fa fare ai suoi allievi: scegliere un oggetto della natura e descriverlo. Perché proprio un oggetto della natura? Perché, ci ricorda la Adler, la natura è eterna, prescinde da noi: ci preesiste ed esisterà, dopo e senza di noi.

Come attori dovete rendervi conto che ciò che vedete è un miracolo solamente perché esiste.

Dopo tutto, avete scelto questa professione perché vi sembrava impossibile vivere in un altro modo. Recitando vi sareste sentiti più vivi.

Se infondete vita alle cose che vi circondano, quando sarete in scena riuscirete a farle vedere.”

Descrivere un sasso o un fiore con precisione è un esercizio incredibilmente rivelatore, secondo la Adler: descriverlo non significa spiegarlo, bensì riviverlo, cioè ricreare attraverso i cinque sensi le sensazioni connesse all’esperienza che abbiamo fatto di quell’oggetto, e comunicarle a chi ascolta; ma se non siamo stati in grado di guardare un oggetto creando con esso un contatto reale, lasciandoci “toccare” da esso, quando lo rievocheremo attraverso il filtro delle parole chi ci ascolta non sarà toccato da quello che diciamo.

“Le parole sono solo la conseguenza di ciò che avete visto (…) arrivano soltanto dopo aver visto.”

Vedere qualcosa è prerogativa necessaria per comunicarla, cioè

farla vedere agli altri.

E così, ancora una volta, si torna all’essenza dell’arte teatrale.

Parlando dell’oggetto, dice la Adler ai suoi allievi:

Non spiegatelo.

Portateci lì. Mostrateci qualcosa che appartiene a voi, poi fatene dono. La descrizione è meno importante dei sentimenti suscitati dalle parole. (…) Riportare un fatto a cui si è assistito è una cosa,

vivere l’esperienza di assistervi è un’altra.

La prima la si fa sui giornali, la seconda sui palcoscenici.”

Ma, in pratica, come si agisce questo meraviglioso concetto?

Semplificando, potremmo dire: facendo davvero accadere qualcosa. In scena, l’attore non deve fingere che un fatto stia accadendo ma reagire nel modo in cui reagirebbe se accadesse in quell’istante. Concretamente: l’attore in scena sa che, da copione, il suo personaggio riceverà uno schiaffo dalla donna che ama; in questo senso, il fatto di sapere prima, per un attore, può non essere una risorsa ma un limite: suo compito sarà reagire “come se” e far vivere a chi lo guarda l’esperienza universale del dolore che si prova nel ricevere uno schiaffo dalla persona amata.

Ma dove attinge le esperienze e le immagini, l’attore? Potremmo dire che, oltre a essere il più grande guardone del mondo, l’attore è anche il più grande imitatore: non è l’accademia o la scuola la sua aula, ma l’universo intero.

Osserva e imita”

è il suo motto: un essere umano avido di vita, affamato, che continuamente va a caccia di stimoli sui quale lavorare durante il processo creativo. L’attore è lo stakanovista per eccellenza: mentre vive, lavora, indefessamente; più vive, più si sprofonda nella vita, meglio lavora.

Leggi Parte Seconda

(Soliloquio nato dal dialogo con Stella Adler, “L’arte della recitazione”)

(In copertina: “Autoritratto”, acrilico su tela, 50 x 60)

5 pensieri su “Sul Guardare. Parte Prima

  1. Pingback: Sul Guardare. Parte seconda. – Morgana

  2. è tutto quello che dici…ma l’attore deve accedere anche alla consapevolezza del “non essere” deve essere disponibile ad assentarsi da sé e ad assumere, a volte, lo “sguardo” sublime di un cieco…

    "Mi piace"

    1. Soprattutto quello che dici.
      L’attore – in quanto persona con un nome, un cognome ed un’identità specifica – deve letteralmente sparire dalla scena per lasciar posto alla vita del personaggio. Premesse la lucidità e l’estrema consapevolezza di sè, naturalmente.
      Quelli che mi hanno “insegnato” davvero qualcosa direbbero, con un francesismo “mandare a fanculo l’Ego”.
      Altro che vanità personale: il vero attore è un essere umano che, dopo essersi cercato a lungo, sale sul piancito e “si mette da parte” per esperire davvero le mille vite possibili della scena.
      Altrimenti, se non è disponibile ad “assentarsi da sé”, dovrebbe davvero fare un altro mestiere 😉
      In fondo, si fa Teatro anche perchè una vita – la propria – non basta.

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  3. Pingback: Siamo quello che Facebook ci fa ricordare? – Chimere

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