Marosi

In riva al mare, con la morte nel cuore, per mescere le mie lacrime ai marosi, sale nel sale, sentir vibrare il mio corpo nel vento del mattino, e ricongiungermi al sole.

La sabbia, la stringo fra le dita, la sento scivolare.

Com’è facile perdere le cose.

Per non lasciarla andare, le sputo addosso con violenza inaudita; e mi eccita vederla prender forma tra le mie dita, ora che non mi sfugge più, ora che posso tenerla con me, e farla mia:

per sempre.

La bava, generata dal niente che siamo per rammentarci il fluido dal quale veniamo. Per ricordarci che veniamo al mondo fluttuando, e che vivere significa

fluttuare, scivolare, dondolarsi e barcollare

sull’inconsistenza fragile delle cose, dentro le cose, l’uno nel corpo dell’altro, nel corpo delle cose del mondo.

Ma, forse, per quanto fragile, anche la bava è un modo per tenere insieme i pezzi. Per unirli, amalgamarli, fonderli.

Per fare, di due, un’anima sola.

Penso ai baci, quelli appassionati, che ci ricongiungono all’essenza del nostro “essere al mondo”: scambiarsi le vite, come la saliva, compromette la nostra integrità, mette in discussione la nostra forza, la nostra solidità; sciogliere il nostro Io nelle profondità del Tu, scivolare e perdersi nel corpo dell’Altro è dimettere la maschera e ritornare alle origini.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Non a caso la gola, in cui la lingua dell’amante si tuffa voracemente, sia un antro atro e fondo: io mi getto nell’Altro, faccio un salto nel buio – il suo buio – e, al contempo, gli chiedo di fidarsi, di fare lo stesso con me.

Molto al di qua e molto al di là del gioco della seduzione, il bacio è un atto di fede: bisognerebbe donare la propria saliva a qualcuno di cui ci si fida, non a qualcuno da cui si è attratti. “Io ti dono il mio buio. Ti lascio entrare”, dico all’Altro, ed è come se gli dicessi: “mi fido di te”. Un modo altro per dire “Tu in Me ed Io in Te. Per Sempre”.

Non c’è reversibilità, nel bacio: non posso riprendermi la bava che ti ho donato, è tua per sempre. Se solo vi ponessimo mente, con quanta minor facilità concederemmo questo bene prezioso.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Curioso che “bava” – parola concreta, selvaggia, animalesca –  designi una cosa bassa e terrena come la saliva e, al contempo, un’immagine poetica come la schiuma generata dal frangersi dei marosi sulla riva.

Questo sbattere, violento o dolce che sia, riecheggia i mille toni, i mille modi del bacio, come del sesso: esiste un contatto tra i corpi, come tra le labbra, morbido e delicato, ed uno violento e feroce. Come il sesso, il bacio genera un flusso che dall’Altro viene a me, da me all’Altro.

Il bacio è maliardo, anticipa e suggerisce, sottile ed insinuante, lo scambio sessuale. Pura possibilità: è “inizio e fine assoluti”, poiché contiene il proprio confine; ed è “prima”, un “prima” pregno della possibilità del “dopo”. Generatore di possibilità, il bacio apre la via ad altro da sé. All’Altro da sé.

La saliva, sublime tentazione dell’orgasmo: un flusso che ne anticipa e chiama a sé un altro, altrove nel nostro corpo.

I latini usavano tre termini per indicare il bacio. Ma questo particolare monarca imperioso lo chiamavano “Suavium”: il bacio erotico, passionale, ai limiti della volgarità.

Io mi inchino alla vorace ed arrogante tensione del “Suavium”, e mi lascio sorprendere dalla sua capacità di armonizzare ogni possibile: “Suavium”, figlio legittimo di “suavis” – “soave, dolce” – è la meravigliosa crasi tra possanza e dolcezza. Un re guerriero capace di indicibili delicatezze.

Un essere rozzo e dolcissimo.

Sabbia e saliva, un’anima sola.

Stringo a me l’immagine senza volto di questo essere, né donna né uomo, che mi possiede col suo calore: la mia piccola palla di sabbia e saliva, il mio gingillo in questa calda mattina d’estate spezzata dal vento funesto dei miei pensieri, non è più che un ricordo.

L’ho leccata, assaggiata, divorata; ho strofinato i suoi granelli su di me, fino a sentire l’odore del sale, dolore, il dolceamaro del sole.

Abbandono la riva, lascio le lacrime tra i marosi.

Riprendo il mio cuore, saluto il giorno che cade.

E sento la sete di vita tornare.

In copertina: Foto di Carmine Prestipino http://www.carminefotografie.com/

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